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Opinioni e commenti
 

La sinistra e l’auto-rottamazione
Pubblicato il 09-06-2016


Il renzismo mostra i suoi limiti, com’era inevitabile. E dopo questi due anni perduti non sarà agevole affrontare il mare mosso su una nave istituzionale malsicura. Ma proprio perciò occorreranno misura e senso di responsabilità.

Un dubbio serpeggia ai piani alti del renzismo, dubbio “ovvio e intuibile”, che l’autorevole opinionista Folli riassume così: “Se l’Italia scivola un passo dopo l’altro verso i Cinque Stelle, l’Italicum rischia di consegnare ai seguaci di Grillo le chiavi di Palazzo Ghigi”.Bé, con tutto il rispetto, c’è gente che, quel dubbio ovvio e intuibile, lo evidenziava fin dall’inizio della vicenda renziana. Rosi Bindi, per dire, ha varie volte descritto l’Italicum come un’autostrada plebiscitaria verso un esecutivo populista. E su queste colonne abbiamo pubblicato numerose note “anti-Italikum” redatte da Besostri, l’avvocato socialista co-autore del ricorso contro il Porcellum.

Ma, allora, com’è mai possibile che un fattore politico di tali proporzioni sia rimasto celato alla consapevolezza dei piani alti del renzismo fino alla “non vittoria” delle Comunali di domenica scorsa? Laddove poi anche il come e il percome importano in fondo ormai poco, essendo invece determinante il che.

Il che evidenzia qualcosa di sconclusionato al vertice del PD: “Come se un partito fosse soltanto un riflesso del governo e come se vivesse di performance invece che di interessi legittimi, di improvvisazioni estemporanee invece che di tradizioni e progetti”, denuncia Ezio Mauro.

Ciò sarebbe già abbastanza grave di per sé, considerandone gli effetti sul governo del Paese. Ma il problema è più inquietante, dacché questa “maggioranza” si è messa a smanettare con la legge elettorale e la Costituzione repubblicana. Scriviamo “maggioranza” tra virgolette, trattandosi in realtà di una minoranza geneticamente modificata dalla precedente legge elettorale incostituzionale, il Porcellum, la quale poneva un ricattatorio “potere di nomina” nelle mani dei capipartito. E ciò sia detto senza contare che si sono mobilitati argomenti populistici (l’abolizione delle Provincie, l’abolizione del Senato) per cavalcare la (giusta) indignazione popolare in vista però di una revisione costituzionale ed elettorale alquanto dubbiosa.

Se non è bello modificare la legge elettorale o la Costituzione a colpi di “maggioranza” (cioè di minoranza), ci si può domandare quale sarebbe (o sarebbe stata) la via maestra. A nostro giudizio, si sarebbe dovuto imboccare un percorso analogo a quello del 1946, con l’elezio­ne proporzionale di un’Assem­blea costituente vincolata ad alcuni man­dati popolari. Allora si trattava di scegliere la forma di Stato (monar­chia o repubblica), oggi le opzioni s’impernierebbero per esempio sulla struttura parla­men­tare (bicamerale o monocamerale) e sulla forma di governo (parlamentare o presidenziale). La strada maestra di una Costituente non si è percorsa. Ma forse alla fine si dovrà percorrere, qualora al referendum di ottobre prevalesse il No (dixi et servavi animam meam).

Non sarà agevole affrontare il mare mosso su una nave istituzionale malsicura. E dunque, come si capisce, i due anni di renzismo, perduti, oggi pesano e domani peseranno ancor di più.

Che si stia navigando verso il mare mosso, è evidente. Da Rosarno i dispacci d’agenzia segnalano: “rissa tra braccianti nella tendopoli”. Un carabiniere ferito “ha sparato e ucciso un immigrato”. La dinamica dell’episodio sarà oggetto d’indagine giudiziaria, ma sulle circostanze della rissa sorge una domanda: che ci facevano questi “braccianti” in una “tendopoli”? Non stiamo parlando di studenti della Bocconi che un po’ lavorano ai raccolti agricoli e un po’ campeggiano in riva al mare. Stiamo parlando di lavoratori agricoli precari che sono “immigrati” e che vivono letteralmente accampati tra teli tenda da anni.

Foto di Andrea Rocchelli

Nella tendopoli di Rosarno (particolare) – Foto di Andrea Rocchelli

Andrea Rocchelli, Nella tendopoli di Rosarno (particolare)

La foto qui sotto appartiene a un servizio realizzato a Rosarno alcuni anni fa da Andrea Rocchelli, un giovane e valente fotografo ucciso in Ucraina al quale abbiamo dedicato il presente numero.

Basta questa immagine a fornire un’idea abbastanza precisa delle cause che rendono non contenti i lavoratori immigrati di Rosarno. E qui vale la pena svolgere una breve considerazione sulla strategia delle destre politiche ed economi­che. Le quali mirano a usare i migranti come esercito di riserva tramite il quale rafforzare il dumping salariale sui lavoratori autoctoni e, insieme, puntano a strumentalizzare i lavoratori autoctoni come vettore di pressione xenofoba sui migranti.

Voi pensate che questa strategia sia stupida perché conduce alla radicalizzazione del disagio sociale? Ma tanto peggio, tanto meglio: nel calcolo cinico e neo-populista delle destre basterà attendere che la “radicaliz­za­zio­­ne” degli immigrati si “islamizzi” e quella degli autoctoni si “fascistoi­diz­zi” (“lepenizzi”, “salvinizzi”, ecc.). Ed ecco che il problema esce magicamente dall’orizzonte delle politiche sociali e sindacali per essere sussunto a titoli immaginifici come “scontro di civiltà”, “guerra di religione”, “lotta titanica al terrorismo” eccetera. Il risultato sarà quello di de­sta­bilizzare dalle fondamenta ogni ragionevole proposta politica. Ma intanto i profitti di lor signori sono assicurati.

Così si scherza con il fuoco, ovviamente. Ma oggi in Europa la lista dei giochi proibiti si allunga di giorno in giorno: lo sgoverno anarco-capitalista dell’economia è intessuto di speculazioni finanziarie; gli scenari collegati a una possibile Brexit si coniugano alle grandi manovre militari nel Nordest continentale, sicché perigliosamente ci approssimiamo al rischio combinato di una disunione europea e di un “contatto” tra grandi potenze nucleari.

Ma fermiamoci qui. La sensazione predominante è che superficialità e frettolosità non re­gnino sovrane solo da noi. E anzi l’Italia, come pur talvolta accade, appare il peggior paese d’Europa, fatta eccezione per quasi tutti gli altri. Alla fin dei conti, il nostro centro-sinistra è messo meglio che altrove e “unito potrebbe essere ancora – forse – la spina dorsale del sistema politico e istituzionale”.

Certo, il renzismo ha ormai mostrato i suoi limiti, com’era inevitabile. Renzi dovrà decidere se dare fuoco alla casa e auto-rottamarsi oppure superare il proprio atteggiamento divisivo, riaprendo un dialogo con le componenti di sinistra, all’interno e al di fuori del suo partito.

Il senso della misura e della responsabilità consiglierebbero a tutti uno sforzo di riflessione unitario. Perché ogni grande disastro ha una ricetta relativamente semplice, ma infallibile: soprav­valutare le forze proprie sottovalutando del pari l’entità dei problemi da affrontare.

Andrea Ermano
da L’Avvenire dei Lavoratori

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