domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La socialità fondamento
della democrazia socialista
Pubblicato il 10-06-2016


Le rivoluzioni del 1848 che hanno agitato molti Stati europei sono state, a parere di Gian Mario Bravo (“Democrazia sociale, democrazia proletaria, democrazia socialista”, in “Il pensiero Politico”, nn. 1-2/2015), l’evento più sconvolgente del XIX secolo, dopo il crollo dell’impero napoleonico ed il ritorno degli antichi regimi, con la Restaurazione. “Lo sconvolgimento o sconcerto, fu prodotto dal fatto che la ‘primavera dei popoli’ – afferma Bravo – non fu, né avrebbe potuto essere, soltanto un fenomeno circoscritto nel tempo… Si trattò bensì dell’avvio di una trasformazione, che avrebbe mutato il modo di essere delle politiche degli Stati, i comportamenti individuali e collettivi… E ciò accadde lungo un periodo che partì appunto dal 1848, con tutti i suoi antecedenti, radicati nelle rivoluzioni, americana e francese del XVIII secolo, e che persiste nelle sue trasformazioni e innovazioni, anche politiche, almeno fino all’altra assai lontana data finale, cruciale e simbolica dell’età contemporanea: il 1989”.

Gli eventi del 1848, nati dalle istanze dei rivoluzionari europei, devono la propria origine alla genesi della democrazia, avutasi con i grandi rivolgimenti culturali, politici ed economici, verificatisi in Europa a cavallo tra i secoli XVII e XVIII, secondo l’interpretazione che ne hanno dato Jean-Jacques Rousseau, con la propria analisi, e Maximilien Robespierre e il gruppo giacobino, con la loro azione sul piano strettamente politico. Bravo, rifacendosi agli studi di Anna Maria Battista, Storica delle dottrine politiche, afferma che “al rapporto ideale tra Rousseau e Robespierre, e al concetto di libertà da quest’ultimo avanzato, è da riportare il nesso, necessario e ineliminabile, tra la persona dello stesso Ropbespierre, la rivoluzione e l’affermarsi ‘politico’ sul Continente dei fondamenti del costituzionalismo”.

La democrazia robespierrista, infatti, collegata al pensiero di Rousseau, aveva un carattere assembleare ed una visione del divenire storico dei componenti i sistemi sociali in “cittadini”, “operanti individualmente nel quadro del grande disegno collettivo dello Stato-nazione”, fondato sulla libertà, sull’uguaglianza delle capacità e dei meriti e dei bisogni; veniva, in tal modo, elaborata l’idea di un rinnovamento dello Stato, fondato su un rapporto stretto con la democrazia, in cui la componente della libertà prevaleva su ogni altro aspetto della nuova organizzazione statuale.

In altre parole, a parere di Bravo, la democrazia giacobina era concepita come costruzione ideale, “ispirata alla volontà di veder nascere finalmente il regno perfetto di una comunità di uomini liberi e uguali”, dove la libertà del popolo era intesa dall’Incorruttibile come sintesi di democrazia, libertà e socialità. Veniva così formulata una definizione di democrazia che poneva l’etica rouseauiana, intesa come religione civile, alla guida della politica; definizione, questa, divenuta anticipatrice e promotrice dell’elaborazione del pensiero politico dei due secoli seguenti sul tema della “democrazia sociale”.

Le premesse di questa forma di democrazia, a parere di Bravo, possono essere rinvenute già nel dibattito anteriore alla Rivoluzione del 1789, nato con la “Gloriosa rivoluzione” inglese del 1689, con l’affermarsi dell’Illuminismo e con la Rivoluzione americana degli anni Settanta del XVIII secolo; i termini di quel dibattito, però, hanno trovato la loro sintesi nel progetto di democrazia formulato sulla scorta del pensiero e dell’azione di Rousseau e di Robespierre, ai quali si deva l’atto di nascita di quella società che si sarebbe ulteriormente evoluta dopo il 1848, aprendosi alla democrazia sociale.

All’affermazione di questo tipo di democrazia ha contribuito non poco Giuseppe Mazzini, con la sua teorizzazione della democrazia repubblicana; secondo il Patriota italiano, la precisazione della dimensione sociale della democrazia era da ricondursi all’impegno di tutti coloro che avevano lottato contro gli antichi regimi, attraverso le loro organizzazioni sindacali e le loro prime analisi anticapitalistiche.

La democrazia sociale, pertanto, si connotava per l’opposizione politica contro gli Stati reazionari post-napoleonici, ma anche per le lotte di popolo che suscitava su iniziativa “dei cartisti inglesi, dei repubblicani francesi e belgi, dei radicali svizzeri, dei patrioti aperti socialmente delle regioni europee che si misuravano per l’Unità nazionale con tutti mezzi, legali, illegali e anche ‘non pacifici’, programmando insurrezioni e colpi di mano”. Dunque, la democrazia sociale suscitava movimenti nei quali, l’uno accanto all’altro, lottavano cittadini di orientamento diverso, a volte con opinioni radicalmente contrapposte.

Per la sua capacità di suscitare la mobilitazione di chi soffriva la nascita dei disagi dovuti agli effetti della rivoluzione industriale, sia pure in misura differente nei diversi Paesi, l’ideologia della democrazia sociale si è rapidamente diffusa in Europa, ma non solo, fra i ceti sociali di orientamento di sinistra; questi, osserva Bravo, dotati di forti sentimenti di emancipazione e di giustizia (artigiani, garzoni, operai specializzati, studenti) “avevano autonome idee politiche, accoglievano in genere i principi, ideali e organizzativi, della democrazia sociale, frequentavano gli intellettuali rivoluzionari ed eversori di cui tutti parlavano, si aggregavano alle loro società e leghe più o meno clandestine (fondate da Buonaroti, da Blanqui, da Mazzini, da tanti altri, da politici tedeschi perseguitati organizzati prima nella Lega dei Proscritti e poi in quella dei Giusti), e rappresentavano una componente di mediazione con il nuovo salariato industriale, da un lato, e, da un altro, con gli ideali del socialismo e del comunismo, che si andavano affermando nelle ‘scuole’ dei diversi teorici, ma anche attraverso discussioni collettive non più nel chiuso di piccole sette di iniziati, bensì in società pubbliche”.

In tali società prevalevano i dibattiti sui temi della democrazia sociale, affiancati “agli studi degli economisti anticapitalisti inglesi, alle analisi dei tanti sociologi francesi e tedeschi, ai programmi politici dei fautori dei ‘Risorgimenti’ nazionali, ma anche alla riflessione – già in termini ‘di classe’ – generata nella sviluppata società inglese e che Marx, Engels, e in genere il mondo tedesco, avrebbero ben presto recepito”. Da qui, sono nati i principi, successivamente trasformati in ideologie e “movimenti militanti” a sostegno di una “democrazia proletaria”; questa ha costituito la base della teoria della lotta di classe , di cui il “Manifesto del partito comunista” ha rappresentato la base teorica di ispirazione.

La democrazia proletaria, a parere di Bravo, non ha avuto una vita autonoma e indipendente, in quanto era portatrice di un progetto politico che coincideva con quello socialista; per cui negli anni successivi alla pubblicazione del “Manifesto” si è potuto parlare più propriamente di “democrazia socialista”, quando ormai le tendenze socialiste erano state unificate e orientate al raggiungimento di “non molti obiettivi, ma bene identificati, sotto univoche bandiere”. In tal modo, si è potuto più propriamente parlare di democrazia socialista, anziché di democrazia proletaria, anche in considerazione del fatto che l’ispiratore di quest’ultima forma di democrazia poneva al centro del cambiamento politico e sociale, non la realizzazione della democrazia come metodo di governo della società, ma, attraverso una malintesa dimensione universale del proletariato, l’emancipazione dell’intera umanità.

Tuttavia, tra la fine del XIX e tutto il XX secolo, l’“internazionalismo proletario” non ha dato buona prova di sé; la democrazia proletaria e l’internazionalismo proletario, infatti, non sono mai riusciti a legittimare, a differenza della democrazia socialista (anche se non sempre in termini lineari), la quasi contraddizione in termini del “nazionalismo internazionalista” che, a pieno titolo, il socialismo mutuava da quanti all’origine avevano teorizzato la democrazia sociale, che legava il mutamento politico e sociale, sì, alla solidarietà inter-nazione tra i popoli, ma lo legava soprattutto al loro riscatto dalla dominazione straniera e alla riconquista delle loro specificità nazionale, come pre-condizioni per la realizzazione di un vivere insieme basato su una giustizia sociale democraticamente condivisa.

Gianfranco Sabattini

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