lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Legge elettorale, pressing sull’Italicum
Pubblicato il 22-06-2016


Italicum-modifiche

La vittoria del M5S in 19 dei 20 ballottaggi evoca nel Pd, specie nella minoranza, il fantasma di un risultato analogo anche in una futura elezione politica con l’Italicum, il che spinge diversi parlamentari a proporre un ritocco. Una legge elettorale che sembra essere fatta su misura per i Cinque Stelle, unico partito che non che non si coalizza e allo stesso tempo capace di attirare su se stesso i voti di destra o di sinistra ad un eventuale ballottaggio.

Al momento però il Pd non prende in considerazione nessuna ipotesi di modifica, almeno fino al il referendum costituzionale di ottobre. Ma non tutto il Pd la pensa allo stesso modo. Già Piero Fassino e Pierluigi Bersani, entrambi ex segretari del partito, si sono espressi a favore di alcuni ritocchi chiedendo a Renzi di apportare modifiche addirittura prima di ottobre. L’idea è quella di spostare il premio di maggioranza dal partito alla coalizione, per riaprire un dialogo con gli altri partiti della coalizione.

Ma questo comporta un cambio di linea politica e non solo di norma elettorale, passando dal partito a “vocazione maggioritaria”, presente nello stesso Statuto del Pd, al buon vecchio centrosinistra, con un Pd baricentro di una coalizione che abbia alla sua sinistra e al centro altri partiti. Un cambiamento che implica almeno un passaggio congressuale. Non a caso il vicesegretario Lorenzo Guerini ha risposto negativamente alla richiesta di aprire il dossier Italicum: “Questa è una legge elettorale che funziona perché garantisce governabilità e ai cittadini di scegliere”, ha detto. Ma probabilmente, con il premio alla lista, a governare saranno i 5 Stelle. Alle amministrative infatti si è visto che il Pd non sottrae voti al centrodestra e allo stesso tempo ne perde a sinistra. L’unica lista che corre da sola è quella dei Pentastellati che ha quindi ogni vantaggio a un premio di maggioranza così congeniato. Centrodestra e centrosinistra invece devono fare i conti con coalizioni formate da più liste che sarebbero costrette dell’Italicum a converge in un unico contenitore.

Pino Pisicchio, presidente del Gruppo Misto ha depositato un ddl per modificare l’Italicum. Pisicchio ha anche inviato una lettera al presidente della commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti di Celso (Sc) per chiedere che la proposta di legge sia incardinata al più presto. Due le modifiche pensate. La prima, che va incontro a quanto chiesto da tempo dalla minoranza del Pd, prevede il premio alla coalizione e non più alla lista. La seconda tenta di ‘sminare’ il meccanismo del ballottaggio, che alle ultime amministrative si è dimostrato uno strumento che avvantaggia enormemente i candidati M5s: sarà valido solo se andrà a votare il 50 per cento più uno (cioè la maggioranza) degli italiani, in caso contrario i seggi sarebbero ripartiti con criterio proporzionale.

Dalla minoranza del Pd Federico Fornaro ha affermato che “per poter trovare i rimedi bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: il PD è uscito largamente sconfitto nelle elezioni amministrative e a questo esito ha dato un contributo determinante un giudizio largamente negativo sull’operato del Governo nazionale. Sostenere poi che le ragioni della sconfitta siano da ricercare nella scarsa capacità delle strutture territoriali del PD di propagandare le riforme, significa cercare di scaricare sterilmente su altri le responsabilità di scelte sbagliate: per tutti la riforma della scuola in cui si è riusciti nel capolavoro di far arrabbiare tutti, a 360 gradi. Persone in carne e ossa che si sono sentite tradite e che hanno abbandonato in massa il centro-sinistra a cui avevano dato – in larga maggioranza e da anni – il loro voto. Vorrà, infine, dire qualcosa che 16 capoluogo di provincia su 24 hanno cambiato il colore dell’amministrazione comunale: non c’entrano nulla con le sconfitte di tanti sindaci uscenti i tagli ripetuti e indiscriminati di questi ultimi anni a comuni, regioni e province, trasformati in odiati gabbellieri agli occhi di cittadini in difficoltà per la crisi? Un po’ di sana autocritica sarebbe gradita e soprattutto utile a ritornare in sintonia con quegli elettori che hanno voluto darci un segnale forte e chiaro di disagio con una richiesta di una correzione di rotta radicale”.

Ma a farsi sentire ancora una volta è l’ex premier Massimo D’Alema che in una intervista rilasciata al “Corriere della Sera” ha affermato che al referendum voterà No. E le ragioni, ha chiarito, “non sono molto diverse” da quelle per cui votò No, nel 2006, alla riforma di Berlusconi. “Che per certi aspetti era fatta meglio. Anche quella prevedeva il superamento del bicameralismo perfetto e la riduzione dei parlamentari. Ma riduceva anche i deputati. E stabiliva l’elezione diretta dei senatori; non faceva del Senato un dopolavoro”. “È stato un gravissimo errore – ha sottolineato D’Alema – personalizzare in chiave plebiscitaria il referendum”, ha sottolineato D’Alema, “inviterei Renzi a dire che resta comunque; proprio come dopo la sconfitta alle amministrative”.

A D’Alema ha risposto il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio. “Non condivido – ha detto – le parole di D’Alema. Non stiamo distruggendo il Pd. Se si dice questo, vuol dire che stiamo perdendo la memoria di dove siamo partiti”. “C’era una crisi profonda dei partiti e anche del Pd. Renzi è stato eletto con una larghissima maggioranza alle primarie e per dare una nuova forma al partito. Mi pare – ha evidenziato Delrio – sia giusto avere una memoria lunga della tradizione di questo partito ma anche delle difficoltà che ha incontrato negli ultimi anni, che lo ha visto essere un partito autoreferenziale e chiuso in se stesso. Senza questa analisi e senza questa memoria, ogni giudizio è quanto meno ingiusto e ingeneroso”.

Ginevra Matiz

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