domenica, 11 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Le politiche locali
tra strategie e sviluppo
Pubblicato il 03-06-2016


politiche localiDopo il diffondersi degli effetti della crisi globale che ancora affigge gran parte dell’economia mondiale, nella riflessione sul come rilanciare la crescita e lo sviluppo, l’idea dello sviluppo locale ha assunto una centralità di gran lunga maggiore che nel passato; specialmente in Paesi, come l’Italia, caratterizzati da profondi dualismi territoriali, che le passate politiche pubbliche centralistiche non sono riuscite ad eliminare, impedendo la convergenza dei territori caratterizzati da differenti tassi di crescita e sviluppo.
Rilanciare oggi l’idea dello sviluppo locale significa, non tanto parlare di crescita quantitativa, quanto prestare attenzione, come osserva Lorenzo Ciapetti in “Lo sviluppo locale. Capacità e risorse di città e territori”, ai “processi che mirano al miglioramento delle qualità della vita e del benessere dei cittadini, rispetto alle dinamiche esclusivamente quantitative di crescita”. Si tratta di un modo alternativo, rispetto al passato, di considerare la promozione dell’evoluzione dei sistemi sociali ed economici; esso attribuisce centralità alle decisioni che scaturiscono dalla collaborazione e dalla partecipazione di tutti gli agenti, pubblici e privati, operanti a livello locale, nell’elaborazione e nella messa a punto di proposte di crescita e sviluppo alternative a quelle di carattere nazionale; ciò, nell’assunto che la crescita e lo sviluppo siano parte di un “processo olistico” che comprende, non solo l’economia, ma anche le istituzioni, la politica, la società e l’ambiente.
Si tratta, in sostanza, di un approccio che intende la promozione della crescita e dello sviluppo dei singoli territori come risultato di una spinta dal basso che “parte dai luoghi e dalle relazioni che s’instaurano tra istituzioni e abitanti di quei luoghi con altri livelli geografici e amministrativi”; tale approccio si contrappone alla “visione per cui sono le risorse esterne, di origine nazionale ma anche estera […] ad agire come forza propulsiva del cambiamento”. Questo approccio, divenuto centrale nella definizione delle politiche per le regioni del Sud dell’Italia dopo la fine dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno, è stato sperimentato con le politiche di programmazione negoziata. L’esperienza, tuttavia, non è stata coronata da successo, in quanto, a causa del suo mancato coordinamento con l’azione di politica economica attuata a livello nazionale, è presto degradata a puro localismo, i cui esiti non sono stati differenti rispetto a quelli delle politiche pubbliche del passato attuate in pro del Mezzogiorno.
Allorché si parla di sviluppo, il problema che insorge è se sia possibile partire dalla dimensione locale della crescita e dello sviluppo per arrivare a promuovere la crescita e lo sviluppo dell’intero Paese; in linea di principio, questo risultato può essere conseguito a condizione però che esistano le condizioni per realizzare una governance complessiva atta a consentire un coordinamento a livello centrale di tutte le politiche locali, evitando che queste possano degradare a mero localismo, inefficiente e dissipatore di risorse. Ovviamente, nell’elaborazione delle politiche territoriali, occorre recuperare appieno la collaborazione e la partecipazione responsabile degli attori locali, affrontando il problema dell’assetto federale dello Stato, sebbene anche lo Stato federale non sia destinato ad esaurire il suo ruolo di coordinatore delle politiche locali, al fine di assicurare crescita e sviluppo a tutte le aree del Paese.
Per dare concretezza all’idea di uno sviluppo locale coordinato all’interno della più generale politica di crescita e sviluppo dell’intero Paese, occorre accedere alla necessità di rinnovare la “cultura della programmazione”; intesa, questa, non come burocratizzazione dei processi finalizzati ad indirizzare gli investimenti e a vincolarne la destinazione settoriale, ma come strumento della pubblica amministrazione orientata a promuovere un’attività “strategica”, per integrare tra loro tutti gli aspetti istituzionale, politici, sociali, economici ed ambientali, atti a promuovere crescita e sviluppo locali; ciò nella consapevolezza che la programmazione strategica, pur non costituendo la “cartina di tornasole” per la soluzione dei problemi locali, è difficile tuttavia formulare azioni locali prescindendo da una visione che integri gli aspetti dello sviluppo di tutti i territori.
La programmazione strategica, perciò, si configura, come uno strumento di governance, intesa come ricerca del coordinamento delle azioni di una pluralità di attori; questi, come si è detto, nel formulare le azioni possibili devono superare una concezione meramente quantitativa della crescita e dello sviluppo e considerare l’una e l’altro come risultanti dell’insieme dei mutamenti – istituzionali, sociali, politici, economici, ambientali – che possono contribuire al benessere dei cittadini e al potenziamento delle loro “libertà”, ovvero delle loro capacità di partecipazione alle scelte collettive. Si tratta di una prospettiva che comporta, oltre che una riforma politico-istituzionale per il governo di una città o di un territorio, anche un’indispensabile riorganizzazione degli ambiti di competenza e di responsabilità dell’azione amministrativa dei nuovi organi istituzionali; ciò significa che ai livelli apicali di tali organi devono essere interiorizzati i principi della programmazione strategica, al fine di rendere possibile il coordinamento delle scelte locali compatibili con l’approccio dello sviluppo locale.
Da tempo si assiste ad un mutato e più ampio interesse della comunità scientifica per la programmazione strategica e ad una crescita del numero e della qualità delle indagini sul campo finalizzate al superamento dei limiti della concezione meramente quantitativa della crescita e dello sviluppo delle città e dei territori. La generalità di questi studi confermano la posizione di sostanziale debolezza delle regioni meridionali, sia nelle analisi riguardanti l’attrattività e la competitività, sia in quelle riguardanti il capitale sociale; è un limite, questo, che occorre superare, se si vuole che l’intero Mezzogiorno d’Italia possa valersi del contributo delle capacità collettive delle sue città e dei suoi territori, in funzione alla crescita e allo sviluppo, attraverso il coordinamento dell’azione delle istituzioni, delle imprese e dei cittadini; ciò in considerazione del fatto che, senza una visione che integri il piano istituzionale, quello politico, quello economico, quello sociale e quello ambientale delle singole circoscrizioni territoriali, qualsiasi azione locale è destinata a sicuro insuccesso.

Gianfranco Sabattini

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento