giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Origini e possibili conseguenze della Brexit
Pubblicato il 28-06-2016


L’Economist che, anche se spesso accecato dal pensiero unico liberista, rimane un signor giornale, aveva visto la cosa arrivare, valutandone accuratamente le origini e, un pò meno, le possibili conseguenze. In particolare, aveva rifiutato di avallare l’analisi standard con cui si tende ad incasellare qualsiasi evento “fuori norma”: che si tratti di un attentato dell’Isis , delle elezioni amministrative a Torino o della stessa Brexit. Quella del popolo abbandonato e tradito, delle periferie pronte ad esplodere, della paura, dei migranti e via discorrendo.
E l’aveva fatto, non in nome di un’altra teoria, ma raccontando un’altra storia. Quella di una città di provincia dell’Inghilterra profonda, roccaforte del partito conservatore ed espressione compiuta dell’immaginario collettivo della sua base; un mondo in cui non esistono né particolari privazioni né particolari rancori. Ma semplicemente la radicata convinzione che la “sovranità”e cioè il diritto di decidere da soli sul proprio destino appartenga, in linea di principio al popolo inglese e non possa essere delegata a nessun altro (tanto più quando questo “altro” è rappresentato da una istituzione dai poteri potenzialmente immensi ma dall’identità del tutto incerta). In questo mondo, ripetiamolo, non c’è né paura né odio (tanto meno per gli stranieri, inseriti in un contesto multiculturale gestito tutto sommato felicemente); c’è come dire, un attaccamento viscerale ad un’identità e ad un destino.

Un atteggiamento che, badate bene, si ripropone, seppur in forme e con intensità diversa, anche nella base operaia laburista: quella degli operai dei film di Ken Loach e non di disperati senza lavoro e senza futuro. Questi nostri compagni possiedono un robusto istinto di classe fino al punto di odiare i loro antagonisti conservatori (nello specifico, la Thatcher…); ma, al dunque, preferiscono essere governati da loro piuttosto che da un’Europa di cui sono abituati, da sempre, a diffidare. Anche perché (la memoria storica conta molto più di quanto si pensi) si sintetizza in una volontà di dominio che ha avuto nel corso dei secoli il volto di Filippo II e di Luigi XIV, di Napoleone e della Santa alleanza, di Guglielmo II e di Hitler.
E qui entra in gioco le responsabilità di classi dirigenti, di destra come di sinistra, per le quali il Continente è stato luogo di intensa frequentazione e punto d’appoggio per intese a geometria variabile; mai però ideale da perseguire o luogo in cui confluire. Uno dei tanti mondi cui guardare e con cui collaborare; ma all’interno di una strategia mondiale in cui l’elemento centrale rimanevano e rimangono i rapporti con gli Stati Uniti. Così, Tony Blair, celebrerà, assieme al “compagno Clinton” e a Massimo D’Alema le virtù dell’Ulivo mondiale; ma, al dunque, nel momento della verità dell’avventura irachena, si schiererà, senza riserve, con l’amico Bush, voltando le spalle all’Europa.

In sintesi, gli inglesi vogliono, insieme, il massimo possibile di Europa e il minimo possibile di Unione; un progetto destinato, prima o poi, ad implodere. E che, prima di arrivare all’implosione avrebbe recato un danno enorme al processo di integrazione: bloccandone gli sviluppi o, peggio, incanalandoli verso astratte costruzioni istituzionali; e, per altro verso, riducendone progressivamente l’appeal agli occhi dei popoli.

Gravissima responsabilità dei politici e delle istituzioni europee avere chiuso, per anni e anni, gli occhi di fronte a questa paralisi degenerativa all’insegna del “tutto va ben Madama la marchesa”. Gravissima responsabilità di Cameron nell’aver promosso un esercizio di acrobazia politica fatalmente destinato a sfuggirgli di mano. Il Nostro voleva mantenere il controllo del partito conservatore, spaccato a metà e con una base maggioritariamente ostile all’Ue; e, nel contempo, rimanere nell’Unione. A questo scopo aveva strappato ai maggiorenti del partito una concessione in cambio di un impegno comune: prima, il via libera ad un negoziato che avrebbe codificato il diritto Uk a “chiamarsi fuori”dai presenti e futuri vincoli comunitari; poi tutti insieme a votare “remain” nel referendum che, sin dagli inzi del suo mandato, Cameron si era impegnato ad indire.

Lo sbocco auspicato era quello che in realtà si attendevano tutti. Una vittoria di stretta misura di “remain”che avrebbe consentito al premier di tenere a bada sia i suoi oppositori interni che Bruxelles.
Poi le cose sono andate altrimenti. Perché, un po’ per colpa di tutti, non si è votato sull’Europa, conquistata o da realizzare ma sull’Unione. In un confronto in cui i sostenitori di “remain” ragionavano di interessi e di punti di Pil, mentre i suoi avversari facevano appello agli istinti e alle viscere più profonde.
Su quello che è avvenuto dopo è meglio sorvolare. Attacchi scomposti contro il suffragio universale e i vecchi bacucchi ignoranti che si erano permessi di utilizzarlo per dire la loro. Ricerca affannosa del colpevole, individuato nel povero Corbyn, noto oppositore del’Ue così com’è e costretto a difenderla in in nome di una Ue tutta da costruire.

E, a chiudere il tutto, l’appello a fare finta che nulla sia avvenuto. Peccato: perché la brexit, con tutte le sue conseguenze traumatiche, poteva almeno servire alle due parti per ragionare sul futuro e per costruirlo. Per gli attuali gruppi dirigenti, un impegno fuori portata.

Alberto Benzoni

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