lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Presidenziali Usa:
l’eclissi dei moderati
Pubblicato il 06-06-2016


Qui da noi, in Italia e in Europa, ne avevamo atteso l’immancabile arrivo sin dal primo giorno della campagna elettorale americana. Certo, Trump era arrivato primo nello Iowa ma Rubio era arrivato terzo e questo era un segnale rassicurante. Certo, Sanders aveva trionfato nel New Hampshire ma quello era uno stato boscoso e liberal e la Clinton si sarebbe rifatta ampiamente nell’America reale delle città e delle minoranze etniche. Certo Trump continuava a vincere gridando parole in libertà e Cruz era ancora peggiore di lui ma i dirigenti repubblicani avrebbero sicuramente trovato una soluzione per fermarli. Certo, Sanders continuava nella sua campagna elettorale nonostante il fatto che Hillary avesse dalla sua i soldi, tutti i maggiorenti del partito e i grandi stati dell’Est e del Sud ma si sarebbe, prima o poi, reso conto che la sua era una battaglia persa ritirandosi con onore e in buon ordine.

Certo Trump aveva vinto un po’ dappertutto ma aveva cominciato a moderare il suo linguaggio. E, in ogni caso c’era dall’altra parte una Clinton che, con l’aiuto di Sanders, avrebbe facilmente trionfato sul suo bislacco avversario; le sarebbe bastato invocare la sua indiscussa competenza e il fatto, altrettanto indiscutibile, che lei non era Trump. Perché il messaggio estremista rappresentato dal suo avversario avrebbe garantito al candidato democratico il consenso di tutti i moderati.

Certo. Ma poi mica tanto. Perché i più recenti sondaggi segnalano tre cose assai preoccupanti per l’ex first lady. Primo che i due candidati sono oggi alla pari; secondo che il socialista Sanders avrebbe maggiori possibilità di battere il miliardario newyorchese, terzo, ma non ultimo, che una parte non marginale dei sostenitori dello stesso Sanders opterebbe per il candidato populista.

A questo punto, per sperare di vincere, non essere Trump rimane assolutamente necessario; ma, forse, non sarà sufficiente. E alla Clinton si porrà un problema di identità politica. Identità politica, non personale. Hillary è resterà un esponente fatto e finito dell’èlite. E sbaglierebbe strada se pensasse di scrollarsi di dosso questa etichetta a furia di risatine stereotipate o posando a tribuno della plebe. Dovrebbe, al contrario, assumerla sino in fondo, diventando, da grande praticona della politica giorno per giorno, portatrice di messaggio. Per questo dovrebbe diventare meno moderata e più radicale. O, detto in altro modo, meno clintoniana e più rooseveltiana (e obamiana); dove la scelta non è ideologica ma imposta dalle circostanze.

Il tempo di Clinton era quello della deregulation e delle politiche sociali mirate, del Washington consensus e dell’interventismo democratico, dell’egemonia Usa e dei fasti della globalizzzazione. Un tempo in cui il partito repubblicano non era stato ancora oggetto dell’opa ostile dei fanatici dello stato minimo e dell’ordine morale.

Oggi, invece, l’America si interroga, in modo confuso e del tutto improprio, sul suo ruolo nel mondo; e, in modo assolutamente lacerante sulla natura del suo sistema politico, economico e sociale. E, sempre oggi, il partito repubblicano, oramai divenuto strumento passivo dei fautori della distruzione dello stato e del settore pubblico, del capitalismo selvaggio e delle pulsioni xenofobe, sta per usare la carta di un Trump (normalizzato, ma non reso più moderato) in vista di una possibile rivincita storica.

A questo punto, la Clinton deve fare una scelta. E, possibilmente, prima della prossima convenzione. Deve decidere chi sarà, da luglio in poi, il suo vero antagonista: Trump oppure il partito repubblicano. Nel primo caso, la sua sarà una difesa manovrata: mettere in luce l’inconsistenza e la pericolosità , soprattutto sul piano internazionale (come si fa a conciliare l’isolazionismo spinto con il machismo più brutale?), fare appello alle donne o agli immigrati e così via; difendere l’eredità di Obama, utilizzare opportunamente la retorica se non le proposte di Sanders. Il limite di questo approccio, in sé corretto e condivisibile, è il suo carattere conservativo e, quindi, poco mobilitante. In un contesto, ripetiamolo ancora, in cui la capacità di coinvolgere e mobilitare sarà assolutamente decisiva. Nel secondo caso, invece,  occorrerebbe assumere in piano l’eredità di Obama ma con una capacità di comunicazione e in una sintesi politica di tipo rooseveltiano. Normalità e competenza contro estremismo e disordine, certo; ma anche e soprattutto voce, visione, respiro. Diciamo, il socialismo democratico nella concreta versione americana: parole come ruolo dello stato, riduzione del potere delle lobbies, inclusione, diritti, difesa dell’ambiente, sviluppo delle risorse al servizio della collettività; e, in politica estera, recupero dell’egemonia nella capacità dell’America di essere protagonista di un nuovo sistema multilaterale e multipolare.

Una scelta, quest’ultima non moderata ma radicale. Perché, negli Stati Uniti di oggi, essere moderati non significa nulla mentre essere radicali significa (ri) definire con esattezza la propria identità alternativa.

Per una politica di lungo corso, un salto di qualità. Tutto, nel suo esperienza, nel suo temperamento e nella sua cultura politica, rende scettici sulla sua volontà di compierlo. Tutto, nella sua grande intelligenza politica lascia sperare il contrario. Tutto si giocherà alla Convenzione e nel suo rapporto con Sanders. Perché saranno solo l’avallo di Sanders e il suo attivo coinvolgimento nella campagna presidenziale e negli indirizzi della futura amministrazione a fornire alla svolta clintoniana consistenza e credibilità.

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Commenti all'articolo
  1. Forse sta succedendo, un po’ ovunque, che, davanti all’acuirsi di problemi dalle dimensioni “planetarie”, e dunque di soluzione tutt’altro che semplice, le risposte “moderate” non riescano ad essere adeguate e convincenti, o, forse, e piu’ in generale, il corpo elettorale moderato si sta allontanando in questo momento dai suoi tradizionali rappresentanti per “sperimentare” quelli a vocazione piu’ radicale.

    Difficile sapere quanto durera’ questo fenomeno, anche perche’ contera’ molto la capacita’ dei “radicali” a fronteggiare i problemi, ma occorre intanto prenderne atto, e cercar di capirne meglio le cause, con la maggiore obiettivita’ possibile.

    Paolo B. 08.07.2016

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