giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Quale lezione per Renzi
Pubblicato il 06-06-2016


Inutile girarci attorno. Il primo turno è stato peggiore del previsto per il Pd, il suo segretario, nonché presidente del Consiglio. Con tutte le prudenze del caso i ballottaggi si annunciano ovunque a rischio, perfino nella supersicura Bologna dove il sindaco Merola non arriva al 40 per cento (la crisi della sinistra in Emilia è profonda dopo il 37 per cento dei votanti alle regionali vota solo il 54 alle comunali e il Pd perde pezzi di elettorato), dieci punti in meno di quello che si prevedeva, perfino a Torino dove Fassino il 40 lo supera di poco, mentre a Napoli la Valente, ma questo era previsto, non arriva al ballottaggio e a Milano, attenzione, la differenza tra Sala e Parisi è meno di un punto. Col ballottaggio invero complicato per il candidato del Pd.

Resta la buona performance di Giachetti che al secondo turno arriva a scapito della Meloni, ma con un centro-destra diviso e un Berlusconi deviato senza lucidità sul debolissimo Marchini, miliardario civico. Faticano tutti i partiti, col Pd in forte calo ovunque, mentre le liste socialiste presenti nelle grandi città non decollano (i primi dati degli altri comuni sono invece molto positivi, ma ci torneremo). Qualche osservazione. Renzi, non a caso, aveva parlato solo del referendum quasi a esorcizzare le amministrative. Questo però non può non preoccupare. Non basta dire che il cavallo di Troia non c’è per non farlo esistere.

Renzi dovrà attentamente riflettere col suo Pd su quale svolta imprimere al governo nei mesi che ci separano dal referendum. Dopo i ballottaggi, tutti forse tranne Torino, a forte rischio, il governo dovrà concentrarsi su: definizione della maggioranza politica, tagliando del governo, manovra economica per alzare il Pil (forse non basta la concessa flessibilità) e diminuire la disoccupazione. Inutile nasconderci dietro i vincoli europei che rischiano di fare vincere gli antieuropeisti in mezza Europa. La seconda correzione si riferisce alla legge elettorale. Il Pd, non so se lo ha capito o bisognerà farglielo capire, ha confezionato col premio alla lista il regalo più ambito al movimento Cinque stelle. In termini di principio il premio alla lista in un sistema multipartitico è assurdo, in termini politici spiana la strada alla vittoria grillina al secondo turno. Ah, dimenticavo. La sinistra radicale, le suggestioni anche di una parte dei nostri. Un mezzo flop. Utile solo a far vincere gli avversari del centro-sinistra. Non avevo dubbi.

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Commenti all'articolo
  1. Da quel poco che si riesce a recuperare dal web i risultati del PSI o liste riconducibili al PSI è deludente nella grandi città: MIlano 0,28%, Roma 0,65%, Napoli non so; soddisfacenti a Salerno, Benevento, Grosseto, Cosenza, Trieste e spero altrove ma non ho i dati; sicuramente c’è molto da lavorare ancora ma qualche segnale positivo c’è. La legge elettorale però non ci darà scampo: dovremo necessariamente entrare in una lista che non è del PSI; al referendum il PSI si è schierato per il SI ma senza modifiche alla legge elettorale, e Renzi non vuole modificarla lo ribadito subito, il PSI non potrà presentare una sua lista ! sbaglio ?

  2. Al di là del PSI, su cui rifletteremo profondamente, come prima macrovalutazione mi sembra che nessuno crolli e nessuno brilli. Naturalmente non indifferenti risulteranno gli esiti dei ballottaggi.
    Il PD flette ma, considerando proprio tutto, regge.
    I Grillini, oltre il previsto successo romano, non sfondano.
    Salvini e Meloni, al di là dei singoli successi numerici, non agguantano la guida del centrodestra.
    Berlusconi, al contrario, al di là delle flessioni numeriche, bloccando i suoi scomodi alleati a Roma, con Parisi a Milano può rilanciare il suo movimento alla guida del centrodestra, trovando contemporaneamente il suo auspicato successore.
    La sinistra radicale pur manifestandosi inconsistente, tuttavia può individuare in De Magistris un orizzonte di ancoraggio.
    Presumo che essendosi chiusa un’epoca e non ancora affacciandosi quella successiva, culturalmente, socialmente e politicamente, si voti, o non voti, episodicamente, territorialmente, con qualche, confusa, sbiadita, provvisoria trama unificante.

  3. Se ora sara’ rivista la legge elettorale, come sarebbe peraltro auspicabile, il fatto che cio’ avvenga dopo l’esito di questa tornata elettorale potrebbe far legittimamente pensare che il testo oggi in vigore fosse figlio di una “convenienza”politica, sia stato cioe’ a suo tempo concepito con la logica del partito che si sentiva forte e vincente, e dunque unico beneficiario del premio di maggioranza, mentre oggi tale condizione non sembra essere cosi’ scontata.

    Sono ovviamente supposizioni, ma del resto solo queste sono concesse a chi non e’ addetto ai lavori, pur col rischio di interpretare erroneamente gli eventi, e sempre sull’onda delle ipotesi e dei dubbi si potrebbe allora supporre che anche la riforma su cui saremo chiamati ad esprimerci col referendum risponda anch’essa ad una logica politica, ossia quella di un partito che punta ad essere egemone e tende a ridurre il sistema dei contrappesi.

    Le mie sono soltanto “congetture”, che potranno essere benissimo smentite dai prossimi avvenimenti, e non ci resta dunque che aspettare.

    Paolo B. 06.06.2016

  4. la vera lezione per Renzi ( e per i suoi burattinai) verrà dal NO al referendum di ottobre. Se il (residuo) PSI continuerà a soggiacere al royal baby farà un errore storico.
    La nuova Costituzione targata Renzi cambia per oltre il 40% il testo del 1947 ed è stata ottenuta con un Parlamento debole condizionato da forzature e canguri… Intanto non è vero che non si fosse fatto nulla sinora: egli ultimi 15 anni ci sono state 13 modifiche. Essa necessitava perciò di un normale lavoro di ‘manutenzione’ e di ‘riequilibrio’ ma non di un ribaltone (tra l’altro linguisticamente farraginoso). Come sostengono i 56 costituzionalisti per il NO (www.iovotono.it) se confermata dal referendum la nuova Costituzione nascerebbe purtroppo su presupposti sbagliati, figli di una concezione semipresidenziale ‘occulta’ e pasticciata. E viene presentata dal governo con molte ambiguità, tentando addirittura di farne una specie di ’ordalia’ sul governo. A noi interessa la democrazia, non Renzi.
    a) Bicameralismo e velocità legislativa. Anche ammettendo fosse necessario superare il ‘bicameralismo paritario’, intanto il Senato non scompare, anche se depotenziato. Inoltre per la reclamata velocità decisionale il governo ha già i decreti legge (di cui si fa abuso da molti anni) –ricordando peraltro che la velocità non sempre è buona consigliera (quante leggi corrette ex post..). Per la cronaca la media dei tempi di approvazione con le due camere ‘paritarie’ era nell’ultima legislatura di 110 gg. complessivi. Un tempo del tutto normale in Europa. E quando il vituperato Parlamento bicamerale aveva voluto, si sono fatte leggi anche in 10 gg. Servono meno leggi nuove ma ben fatte.
    b) I costi della politica. Balla colossale. A parte il rischio biecamente populistico della materia, ma il Senato elettivo costava circa 500 milioni/anno di cui solo 60 riguardavano le indennità dei senatori. E poi i nuovi 100 senatori ‘regionali’ anche se privi di stipendio avranno comunque dei costi…(e –a parte la questione incerta delle tutele- manca ancora la legge che ne disciplini l’ambigua elezione diretta/indiretta).
    c) Governo e Parlamento. Con il testo Boschi-Renzi il governo avrebbe un crescente controllo sul Parlamento monocamerale. Se si accetta questo, allora occorrono correttivi e certo non va bene Italicum. Ricordiamo peraltro che questa della eccessiva prevalenza del governo fu proprio la principale critica che il centro-sinistra di Prodi mosse al progetto Berlusconi-Calderoli e che poi bocciammo al referendum nel 2006 (61% di NO).
    d) Senato regionale e rapporti Stato /Regioni. Dopo l’errore del CSX sul Titolo V nel 2001 (devoluzione acritica di funzioni e approvata con tre soli voti di maggioranza..) e dopo le varie difformità emerse tra regioni migliori e peggiori, era opportuno riequilibrare il sistema. Ma non a discapito del decentramento ‘intelligente’. Purtroppo nel nuovo ‘Senato delle autonomie’ restano molte ombre sugli effettivi compiti dello Stato rispetto alle regioni, peraltro sicuramente depotenziate e perciò con contrasti potenziali. Ad es. chi fa cosa nel governo dei territori? Chi fa cosa per sostenere il made in Italy? ecc. Ulivo 2006 e Bersani 2013 parlavano di Senato su base regionale ma non ne specificavano il sistema elettorale. Esempi europei? Il senato renziano dei 95 + 5 non ha nulla anche vedere ad es. col Bundesrat tedesco (sostanzialmente un’assemblea periodica dei ministri dei laender coadiuvati da esperti) e pare un ibrido rispetto ad altri paesi.
    e) Una così profonda revisione costituzionale dovrebbe essere approvata da un Parlamento eletto su base proporzionale, come in tutta Europa è avvenuto. Se poi aggiungiamo la bruttura dell’Italicum (assai peggio della legge truffa 1953) diremo perciò un grande NO complessivo, per difendere lo spirito costituzionale nato con la Resistenza.
    f) C’erano alternative? Sì, ad es. la bozza di V.Chiti (PD) che dimezzava i 1000 parlamentari mantenendo elettivi i senatori su base regionale ma senza voto di fiducia né sul bilancio. O addirittura c’era chi proponeva l’eliminazione sic et simpliciter del Senato (ma allora per la Camera serviva un’altra legge elettorale, auspicabilmente il doppio turno alla francese che il PD prerenziano proponeva nel 2013).
    P.S. sarebbe stato bene ‘spacchettare’ i quesiti. Ma intanto continuiamo a lavorare alla raccolta di firme contro le de-forme costituzionali e contro Italicum. http://www.iovotono.it

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