venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Renxit?
Pubblicato il 24-06-2016


Dopo la notte del brusco capovolgimento dei sondaggi, con la Remain che pareva prevalere sulla Brexit e che invece è stata clamorosamente battuta, le borse sono crollate e la sterlina sta perdendo valore sui mercati finanziari. Gli inglesi hanno voluto rompere qualsiasi rapporto con l’Ue, perfino quelli anomali che li vedevano ospiti di riguardo, fuori dall’unione monetaria e dall’euro. Vedremo se i sudditi della Regina avranno fatto un passo del quale presto pentirsi oppure no. Quel che la Brexit provocherà, e non sarà conseguenza di poco conto e neppure preventivamente negativa, sarà la riflessione di tutti i paesi europei sulla natura dell’Europa di oggi e sulla eventualità, dipenderà dalle conseguenze della stessa Brexit, di poterne uscire.

Diciamo la verità. L’Europa di oggi è puro vincolismo senza vantaggi. E’ solo unione monetaria e controlli sulla scorta di una supremazia tedesca, con Schauble cane da guardia dei conti. E’ l’Europa che con disoccupazione crescente, almeno nei paesi mediterranei, ha creato potenti e spesso prevalenti movimenti anti europeisti, che si alimentano anche dai rischi di un’eccessiva e spesso incontrollata emigrazione attorno alla quale la stessa Unione fatica a trovare una strategia comune. Quella del contrasto tra interessi nazionali e unità europea è l’origine di tutte le difficoltà e i problemi che stiamo vivendo. Con paesi più potenti, Germania in primis, che pretendono e i paesi più deboli e indebitati che subiscono.

Troppo facile fu la previsione che senza unità politica anche l’unione monetaria sarebbe stata se non un fallimento, un rischio perfino superiore alla paventata unione a due velocità. Spiegare a greci, italiani, spagnoli e francesi quali siano stati i vantaggi dell’unione europea è oggi alquanto problematico. Eppure la Gran Bretagna non stava subendo particolari conseguenze negative. Non era nell”euro, poteva vantare un Pil attorno al 3 per cento, la disoccupazione era scesa a livelli sopportabili, e neppure l’immigrazione aveva assunto proporzioni paragonabili a quella di altri paesi europei. Londra e la nazione britannica non erano state colpite, dopo il grave attentato alla metropolitana del 2005, da alcuna azione islamista. Eppure l’esito del referendum, che ha provocato le dimissioni di Camerun, è stata imprevedibilmente l’exit.

Anche Renzi si troverà a fare i conti con il rischio addirittura di un doppio exit. Quello dell’Italia, messa assai peggio della Gran Bretagna e assai più vincolata dall’Unione, o quanto meno da questa Unione, e quello suo, del suo governo, che comincia a vacillare dopo la sconfitta alle comunali. Tra pochi giorni si riunisce la direzione e la Brexit avrà il sopravvento rispetto alla Renxit. Resta il fatto che ieri al Senato Area popolare e verdiniani hanno messo sotto il governo unendo i loro voti a quelli dell’opposizione. Dietro l’azione dovrebbe esserci il tentativo, più volte sollecitato dal nostro partito, di cambiare l’Italicum. Nencini ha chiesto ad Alfano e Zanetti un pronunciamento comune contro l’Italicum così com’è. Obiettivo minimo introducendo il premio alla coalizione, obiettivo ideale eliminando il doppio turno. Mentre il ministro Madia chiede le dimissioni di Orfini il quale ribatte che proprio la legge della Madia avrebbe fatto perdere i voti al Pd, mentre Franceschini e Orlando prendono le distanze da Renzi, e con loro il sindaco di Bologna Merola, mentre Vasco Errani pronuncia parole di guerra e le minoranze di Bersani-Speranza e di Cuperlo non stanno certo con le mani in mano, e non c’è un referendum alle porte, la domanda é quanto Renzi potrà resistere. I sondaggi danno ancora il suo Pd oltre il 30 per cento. Quelli inglesi davano il Remain al 52….

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Commenti all'articolo
  1. Leggo nell’ultimo paragrafo che ora qualcuno vuol rivedere l’Italicum, ma fino a pochi giorni fa andava bene a tutti o mi sbaglio? Perché si cambia le regole durante il gioco? Avete difeso la legge l’avete votata e ora fate marcia indietro, allora qualcuno che protestava e sottolineava gli errori aveva ragione, mi fa meraviglia che dirigenti e parlamentari arrivino in ritardo a interpretare le grosse macchie che si nascondono dietro una legge. Inoltre sull’argomento che il Pd viaggi sulla percentuale del 30% andrei molto cauto visti i risultati amministrativi.

  2. Va da sé che per una valutazione del voto britannico che non sia superficiale e sbrigativa, o troppo grossolana, occorrerebbe quantomeno disporre di un insieme di elementi, fra cui la “mappa” del voto, ossia la distribuzione regionale dei favorevoli e contrari alla BREXIT, ma c’è una cifra che balza agli occhi anche per i non “analisti” della politica, ed è la percentuale dei votanti, che su scala nazionale sembra aver superato il 72%, con punte oltre l’80%, vale a dire una partecipazione decisamente alta e significativa.

    Se poi consideriamo che entrambi gli schieramenti si sono attestati intorno al 50%, verrebbe da pensare, mettendo appunto insieme i due dati, che il popolo inglese abbia voluto decidere il proprio destino riguardo alla permanenza o meno nell’Unione Europea con una precisa assunzione di responsabilità, indipendentemente dall’esito della consultazione (nel senso che il discorso non cambierebbe se dalle urne fossero uscite risultanze opposte).

    Una tematica così delicata, e anche complessa, avrebbe potuto indurre un buon numero di elettori a non volersi pronunciare in merito, lasciando ad altri di farlo, e va quindi dato loro atto di non essersi sottratti al compito cui erano stati chiamati attraverso la prova referendaria. Il tempo dirà se la loro scelta sia stata o meno quella più giusta ed opportuna, ma questo è un altro e diverso aspetto della questione.

    Paolo B. 24.06.2016

  3. Che c’entra il referendum costituzionale con l’Italicum? Adesso ci sarà una sentanza della Corte e vedremo se sarà giudicato anti costituzionale. Se no, è possibile aderire al referendum abrogativo o utulizzare una clausola della nuova legge costituzionale (basta che lo richieda una minoranza) per risottoporla al giudizio della Corte. La terza via, quella politica, è che la si cambi prima del referendum, come Nencini, Alfano e Zanetti hanno già chiesto.

  4. Del Bue, la de-forma costituzionale c’entra molto con Italicum (non a caso votato un anno prima..per cautelarsi, perché fai finta di dimenticarlo??).
    Ecco nuovamente alcune ragioni tecniche e politiche per il NO.
    La nuova Costituzione targata Renzi cambierebbe per oltre il 40% il testo del 1947 ed è stata ottenuta con un Parlamento debole (eticamente illegittimo) condizionato da forzature e canguri… Intanto non è vero che non si fosse fatto nulla sinora: egli ultimi 15 anni ci sono state 13 modifiche. Essa necessitava perciò di un normale lavoro di ‘manutenzione’ e di ‘riequilibrio’ ma non di un ribaltone (tra l’altro linguisticamente farraginoso). Come sostengono i 56 costituzionalisti per il NO (www.iovotono.it) se confermata dal referendum la nuova Costituzione nascerebbe purtroppo su presupposti sbagliati, figli di una concezione semipresidenziale ‘occulta’ e pasticciata. E viene presentata dal governo con molte ambiguità, tentando addirittura di farne una specie di ’ordalia’ sul governo. A noi interessa la democrazia, non Renzi.
    a) Bicameralismo e velocità legislativa. Anche ammettendo fosse necessario superare il ‘bicameralismo paritario’, intanto il Senato non scompare, anche se depotenziato. Inoltre per la reclamata velocità decisionale il governo ha già i decreti legge (di cui si fa abuso da molti anni) –ricordando peraltro che la velocità non sempre è buona consigliera (quante leggi corrette ex post..). Per la cronaca la media dei tempi di approvazione con le due camere ‘paritarie’ era nell’ultima legislatura di 110 gg. complessivi. Un tempo del tutto normale in Europa. E quando il vituperato Parlamento bicamerale aveva voluto, si sono fatte leggi anche in 10 gg. Servono meno leggi nuove ma ben fatte.
    b) I costi della politica. Balla colossale. A parte il rischio biecamente populistico della materia, ma il Senato elettivo costava circa 500 milioni/anno di cui solo 60 riguardavano le indennità dei senatori. E poi i nuovi 100 senatori ‘regionali’ anche se privi di stipendio avranno comunque dei costi…(e –a parte la questione incerta delle tutele- manca ancora la legge che ne disciplini l’ambigua elezione diretta/indiretta).
    c) Governo e Parlamento. Con il testo Boschi-Renzi il governo avrebbe un crescente controllo sul Parlamento monocamerale. Se si accetta questo, allora occorrono correttivi e certo non va bene Italicum. Ricordiamo peraltro che questa della eccessiva prevalenza del governo fu proprio la principale critica che il centro-sinistra di Prodi mosse al progetto Berlusconi-Calderoli e che poi bocciammo al referendum nel 2006 (61% di NO).
    d) Senato regionale e rapporti Stato /Regioni. Dopo l’errore del CSX sul Titolo V nel 2001 (devoluzione acritica di funzioni e approvata con tre soli voti di maggioranza..) e dopo le varie difformità emerse tra regioni migliori e peggiori, era opportuno riequilibrare il sistema. Ma non a discapito del decentramento ‘intelligente’. Purtroppo nel nuovo ‘Senato delle autonomie’ restano molte ombre sugli effettivi compiti dello Stato rispetto alle regioni, peraltro sicuramente depotenziate e perciò con contrasti potenziali. Ad es. chi fa cosa nel governo dei territori? Chi fa cosa per sostenere il made in Italy? ecc. Ulivo 2006 e Bersani 2013 parlavano di Senato su base regionale ma non ne specificavano il sistema elettorale. Esempi europei? Il senato renziano dei 95 + 5 non ha nulla anche vedere ad es. col Bundesrat tedesco (sostanzialmente un’assemblea periodica dei ministri dei laender coadiuvati da esperti) e pare un ibrido rispetto ad altri paesi.
    e) Una così profonda revisione costituzionale dovrebbe essere approvata da un Parlamento eletto su base proporzionale, come in tutta Europa è avvenuto. Se poi aggiungiamo la bruttura dell’Italicum (assai peggio della legge truffa 1953) diremo perciò un grande NO complessivo, per difendere lo spirito costituzionale nato con la Resistenza. Per la cronaca la ‘legge truffa’ 1953 concedeva il 65% dei seggi alla coalizione o al partito che avesse ottenuto il 50% +1 dei voti. I ‘forchettoni’ di Renzi & Alfano sono molto più voraci di quelli degasperiani..
    f) C’erano alternative? Sì, ad es. la bozza di V.Chiti (PD) che dimezzava i 1000 parlamentari mantenendo elettivi i senatori su base regionale ma senza voto di fiducia né sul bilancio. O addirittura c’era chi proponeva l’eliminazione sic et simpliciter del Senato (ma allora per la Camera serviva un’altra legge elettorale, auspicabilmente il doppio turno alla francese che il PD prerenziano proponeva nel 2013).
    P.S. sarebbe stato bene ‘spacchettare’ i quesiti. Ma intanto continuiamo a lavorare alla raccolta di firme contro le de-forme costituzionali e contro Italicum. Da vecchio militanmte di sinistra http://www.iovotono.it per salvare la Costituzione repubblicana e rottamare il renzismo.

  5. Caro Direttore, non sono affatto d’accordo su “Spiegare a greci, italiani, spagnoli e francesi quali siano stati i vantaggi dell’unione europea è oggi alquanto problematico.”. Avremmo in tasca della carta straccia, e credo che i cittadini di questi Paesi abbiano ben chiaro che in caso di eventuale exit il Paese verrebbe travolto dalla speculazione e non potremmo certo cavarcela neanche buttando lire dagli elicotteri…

  6. L’alternativa a Renzi è il caos. Una sconfitta al referendum di ottobre significherebbe caduta del governo, nuove elezioni, batosta per il PD e l’Italia in mano a Grillo e Salvini. Un disastro. Pochi compagni sembrano rendersene conto, e forse alcuni si battono per il no solo per il gusto di far cadere Renzi. Masochismo puro. Fatti tutti i distinguo del caso e pur in un contesto completamente diverso, sembra un po’ di essere nel ’21-22 quando socialisti e popolari si facevano la lotta e molti senza capire che nel frattempo fascisti e liberali si avvicinavano per finire abbracciati. Così andò, e così andrà con M5S e Lega, ai quali si aggiungeranno quel che resta di FI.
    PD e PSI dovrebbero unirsi intorno a Renzi, e con essi tutte le forze “progressiste”.
    Saluti, Mario.

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