domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

S-Hertogenbosch,
Francia campione a metà
Pubblicato il 16-06-2016


Kristina Mladenovic

Kristina Mladenovic

Ad aprire la stagione sull’erba il torneo Atp e Wta di Hertogenbosch. Guardando agli Europei di calcio, due francesi in finale. Nel maschile si riconferma campione Nicolas Mahut, che vince il torneo per la seconda volta consecutiva, mentre nel femminile Kristina Mladenovic non riesce ad imporsi sulla Vandeweghe (che con un doppio 7/5 bissa il successo del 2014). Hanno vinto quelli che hanno sbagliato meno e regalato meno errori non forzati agli avversari. Entrambi caratterizzati da molti break e contro-break immediati, ad evidenziare la particolarità di una superficie come l’erba che stravolge gli esiti.

Particolarmente vivace il torneo maschile, con un gioco molto dinamico e diverse discese a rete. Più rapido, basato su pochi scambi, ma soprattutto su tanti recuperi pressoché impossibili in corsa, con il rischio di infortuni che sale. Questo agevola spesso l’exploit di tennisti in ascesa. Come il finalista dell’Atp, il lussemburghese Gilles Müller, che si arrende solamente dopo due tie-break a Mahut: il primo lo perde per 7 punti a 5, il secondo per 7 a 4. Per lui la quarta finale persa, dopo quella del 22 agosto 2004 al torneo di Washington per 6/3 6/4 da Lleyton Hewitt, quella del 31 luglio 2005 a Los Angeles per 6/4 7/5 da Andrè Agassi e quella del 22 luglio 2012 ad Atlanta da Andy Roddick per 6-1, 6-72, 2-6. Ottimo servizio, si dimostra un valido giocatore d’attacco da tenere d’occhio anche a Wimbledon.

L’erba, però, favorisce anche tennisti come il giovane tedesco Alexander Zverev che, in casa, al torneo di Halle sull’erba, ha vinto l’incontro di primo turno contro il serbo Viktor Troicki con un doppio 6/4; ed anche il secondo, nel derby tedesco contro Benjamin Becker (per 7/5 e 3/0 a suo favore, quando quest’ultimo si è ritirato). La durata degli scambi inferiore, infatti, gli permette di compensare quella lieve mancanza di regolarità che ancora ha sulla terra. Spesso sull’erba tutto si decide con una trovata geniale, una realizzazione ad effetto, improvvisa, inaspettata, con un tocco di classe; come ad esempio una smorzata. E il risultato, appunto, viene deciso da una palla, da un colpo. Spesso da un nastro.

Benjamin Becker

Benjamin Becker

 

A dimostrazione di questa duplice verità, il fatto che l’esuberante Dustin Brown ha regolato, nell’Atp di Halle, e dominato lo spagnolo Ramos-Vinolas per 6-3 7-5, sparando i colpi, con un servizio potente, ma soprattutto sorprendendolo con il suo spostarsi e muoversi in campo in modo persino apparentemente scoordinato, disordinato, quasi disinteressato, distante e distaccato dal gioco, indifferente del punteggio; ma, con la stessa nonchalance, mettendo a segno punti da manuale, colpi rari, insoliti, realizzati e tirati fuori da un cilindro di sensibilità di palla sulle corde insolita, eseguiti con incuranza, quasi non stesse neppure giocando un incontro di tennis: un po’ come quando in campo c’è Nick Kyrgios.

Anche nel torneo femminile di s-Hertogenbosch, la Mladenovic è arrivata in finale battendo in semifinale, in un match equilibratissimo, Belinda Bencic. La svizzera, spesso in vantaggio, non è riuscita a chiudere. Sono stati due nastri che hanno favorito la francese a decretare il break decisivo, che ha permesso alla Mladenovic di conquistare il terzo set decisivo per 6/4 , strappando il servizio alla elvetica proprio sul 4-4: dal 5-4 è stato facile per lei portare a casa la partita con il punteggio di 2-6 6-3 6-4. Sicuramente è arrivata in finale una grande lottatrice, anzi forse le due tenniste che durante il torneo lo sono state di più. Ma anche quelle più aggressive e in grado di eseguire quelle variazioni fondamentali. In questo Kristina è avvantaggiata, come Zverev, per il fatto stesso di giocare molto in doppio: anche al Roland Garros è arrivata in finale in coppia con la Garcia e hanno vinto contro la Vesnina e la Makarova al terzo set per 6/3 2/6 6/4. Non a caso è stata protagonista, poi, della Federation Cup. Forse ha avuto un calo fisico, che non le ha permesso di tenere sino alla fine della partita; ma non ha mollato, ha lottato su ogni palla, con determinazione, ostinazione e con forza di volontà. Mentre la Vandeweghe non ha tremato, non ha avuto esitazioni, ha regalato meno alle avversarie, concedendo meno errori gratuiti; è stata più solida ed è stata premiata.

Oltre a buona mobilità sull’erba, poi, ci vuole agilità; sull’erba vengono messi sotto sforzo, impiegati soprattutto i muscoli delle cosce e dei glutei, perché la posizione che si deve tenere è più bassa e meno eretta, per mantenere meglio l’adesione con il suolo. Spesso il terreno è scivoloso, soprattutto a causa della pioggia. Altra protagonista dei tornei, ha causato diverse sospensioni, in particolare al torneo di Stoccarda, dove c’è stato il ritorno di Roger Federer, tornato e presente anche al torneo successivo di Halle; ma il tennis ha visto tornare sulla scena al Queen’s anche Juan Martin Del Potro, dopo la lunga assenza per infortunio (sebbene uscito subito al primo turno dall’americano Isner per 7/6(2) 6/4). Per fortuna ad Halle c’è il campo centrale che può essere coperto all’occorrenza (come si vorrebbe, speriamo, fare a Roma al Foro Italico), sebbene comporti un cambiamento di condizioni leggero che crea una situazione più vicina all’indoor. Per questo è sembrata cosa davvero insolita la continuità con cui, soprattutto le tenniste, hanno giocato: palleggiando molto da fondo quasi stessero sulla terra. Questo ha fatto risaltare di più le doti di una tennista d’attacco quale la Vandeweghe, che sull’erba è davvero temibile. Se, infatti, la dote migliore della Mladenovic è stata la mobilità (ha corso davvero tanto e dappertutto), quella della Vandeweghe è stata la sua capacità di concretizzare i punti, trovando la soluzione vincente in accelerata o in attacco a rete, dove si è comportata molto bene. Questa la differenza di queste due tenniste con le altre. Come la Bencic anche del resto ha fatto abbastanza, la loro capacità è stata quella di variare il gioco per prime, prendendo l’iniziativa, senza aspettare l’errore dell’avversaria, per uscire dagli scambi lunghi che hanno caratterizzato i match femminili, spesso giunti sino al terzo set. Incredibile avere questa sensazione subito al primo torneo che vede il cambio di superficie così drastico, che dovrebbe essere disorientante e invece le ha trovate ormai già abituate a disimpegnarsi ovunque.

Tale superficie, inoltre, ha messo ben in evidenza le doti di Nicolas Mahut, che è apparso perfettamente a suo agio sul campo, avendo chiaro quale il gioco da impostare, con una sorta di stile simile a quella che aveva l’inglese Tim Henman. Testa di serie n. 1, di certo è stato favorito dall’assenza dei grandi campioni, tutti impegnati a Stoccarda. Ciononostante indubbio il suo talento. Tanto che anche contro Andy Murray, al Queen’s, torneo che ha giocato subito dopo la conquista del titolo, è stato (per entrambi i set) in vantaggio, facendo sempre un break all’avversario. Poi la testa di serie n. 1 ha recuperato, strappandogli di nuovo il servizio e portandolo sino al tie-break tutte e due le volte. Un leggero problema fisico al ginocchio, fasciato, e un lieve infortunio all’anca destra, a causa di una brutta scivolata, gli hanno impedito la rimonta e l’allungo sino al terzo set; e la vittoria, che una condizione fisica più “fresca” forse avrebbe favorito. Ma giocare contro Murray in casa del britannico è davvero molto difficile, sebbene l’inglese abbia concesso molto, forse un po’ nervoso nel match d’esordio. Per come abbiamo visto giocare però Mahut ad s-Hertogenbosch, possiamo affermare con assoluta certezza che, se sulla terra è temibile, sull’erba è ancora più pericoloso e al prossimo Wimbledon è un avversario assolutamente da temere e da tenere in piena considerazione tra i candidati a raggiungere gli ultimi turni decisivi: almeno i quarti. Ha sorpreso tutti, togliendo il tempo all’avversario, anticipando sempre ogni colpo, in primis proprio quelli di Müller, che si è fatto cogliere un po’ impreparato a questa velocità, rapidità e brevità di ritmo. Ad un certo punto il lussemburghese è parso quasi rassegnato e arrendersi di fronte alla maggiore varietà di gioco del francese. Ogni schema tattico di Gilles non è servito a contenere l’abilità di Mahut di spostarlo. Peccato per lui per la finale persa, ma sicuramente esce a testa alta e forse anche lui penalizzato a tratti da un po’ di sfortuna; la scarsa convinzione nei propri mezzi, però, gli ha tolto quell’incisività e quella sana, giusta e corretta “cattiveria agonistica” che erano stati preponderanti per recuperare precedenti match e che, soprattutto, hanno costituito la forza di Mahut, che ci ha creduto sempre, sino all’ultimo, ricercando la vittoria con ogni mezzo e ad ogni costo.

Barbara Conti

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