domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Settant’anni
Pubblicato il 02-06-2016


La Repubblica ha settant’anni. Sancita da un referendum popolare che si svolse il 2 giugno del 1946 assieme all’elezione di un’Assemblea costituente, la nuova era repubblicana segnò la fine del Regno d’Italia coi monarchi sabaudi. Per la Repubblica, anzi per la pregiudiziale repubblicana, si batterono soprattutto i socialisti, tanto che il secondo governo Bonomi, che vide la partecipazione dei comunisti convertiti alla monarchia con la svolta togliattiana di Salerno del 1944, dovette fare a meno di loro. Assieme alla pubblicazione dei risultati favorevoli alla Repubblica l’Avanti volle dedicare al leader del Psi l’articolo di spalla intitolato “Grazie a Nenni”.

Pietro Nenni fu più di ogni altro il prestigioso alfiere della nuova Italia repubblicana, anche se proprio Nenni aveva dovuto subire, forse a causa della sua intransigenza, una pregiudiziale opposta, contro la sua candidatura a guidare il governo dopo il 25 aprile, tanto che gli fu preferito l’azionista Ferruccio Parri, al quale poi succederà De Gasperi. La Repubblica italiana era stata conseguita dopo i cedimenti e le complicità della monarchia alla dittatura fascista fino al 25 luglio del 1943, che si erano manifestati già nel 1922 con la costituzione del primo governo Mussolini e in seguito con il sostegno dato al regime e alle sue imprese belliche, dall’Africa orientale italiana alla guerra mondiale.

La monarchia, che pure aveva contribuito alla nascita dell’Italia unita spesso in conflitto con Garibaldi, sempre in conflitto con Mazzini, era caduta nel vortice nero del ventennio e ne era stata risucchiata, nonostante il tentativo tardivo di prenderne le distanze con la successione badogliana del 1943. Vittorio Emanuele III aveva anche tentato l’ultima carta con la sua abdicazione a favore del figlio Umberto II, marito di quella Maria Josè che era stata antifascista e che, dicono, proprio il 2 giugno (per la prima volta il suffragio universale si allargava alle donne) abbia votato socialista con preferenza a Giuseppe Saragat. Proprio Saragat fu chiamato a presiedere l’Assemblea costituente (dopo la scissione del gennaio del 1947 si dimetterà a verrà sostituito da Umberto Terracini) e tra i tanti temi discussi nelle varie commissioni vi fu anche quello relativo al Senato, del quale si parla in questi nostri giorni.

Il Pci era fermamente monocameralista e pure il Psiup (cosi si chiamava il partito fino alla scissione) più disponibile a considerare l’esistenza di una seconda Camera, mentre la Dc era favorevole a una seconda Camera espressione della realtà socio-economica. Solo i partiti laici erano per il bicameralismo paritario. Ne uscì una sintesi con una Camera eletta in modo proporzionale (ma la legge elettorale non entrò in Costituzione) che ricalcava grosso modo la legge elettorale adottata alle elezioni del 1919, con diritto di voto ai maggiorenni ed elettorato attivo ai 25enni, mentre per il Senato (il numero era di metà quello che componeva la Camera) si scelse un elettorato passivo a 25 anni e attivo a 40. In più il Senato (e questo entrò in Costituzione) era eletto su base regionale, attraverso collegi uninominali e la sua durata era di quattro anni (poi nel 1953 e nel 1958 il Senato venne sciolto assieme alla Camera e con legge del 1963 la sua durata venne estesa a cinque anni).

Anche il tema delle regioni, la cui costituzione sarà rimandata fino alla seconda metà degli anni sessanta e che presero ufficialmente il via con le elezioni del 1970, erano previste in Costituzione e quell’idea di eleggere il Senato “su base regionale” sottointendeva proprio l’idea che la seconda Camera avesse dovuto tener conto della dimensione regionale. Da allora son passati settant’anni, sessantotto dal varo della Carta, e la nostra democrazia ha conosciuto mutamenti radicali. I partiti, entrati a pieno titolo nel dettato costituzionale come strumenti di democrazia, sono praticamente spariti, la democrazia bloccata, con un partito sempre al governo, la Dc, dal 1945 al 1994, ha lasciato spazio a una democrazia dell’alternanza, anche se anch’essa anomala rispetto al tessuto europeo, dove a partiti popolari o conservatori si alternano partiti socialisti, l’informatica e la telematica hanno invaso assieme ai mass media tradizionali, e forse ancora di più, la nostra vita. Son passati settant’anni di progressi e di conquiste, di illusioni e di sconfitte. Son passati da quel 2 giugno di vittoria repubblicana e socialista e si sentono tutti. Nostalgia tanta. Ma con la nostalgia non si costruisce il futuro. Serve ancora l’ottimismo della volontà. Quello stesso che ispirò Nenni e Saragat a tentare la carta repubblicana e a vincere con la forza della ragione.

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Commenti all'articolo
  1. Caro Direttore, c’è una frase che mi ha lasciato perplesso, quella dei ” …comunisti convertiti alla monarchia…”
    A me sembra che la ‘svolta di Salerno’ non fu una conversione alla monarchia ma una decisione del Pci di mettere da parte, per il momento, la questione istituzionale e rinviarla a dopo la guerra. O sbaglio?
    Cordiali saluti, Mario.

  2. Non sbagli. Ma per la sua legittimazione democratica il Pci avrebbe perfino accettato la monarchia. Non ne fece mai, al contrario dei socialisti, una questione irrinunciabile. Cosi come poi approvò l’inclusione in Costituzione dei patti lateranensi. Il problema di fondo per i comunisti italiani è sempre stata la legittimazione a governare, per i socialisti no.

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