domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Turchia. Nuove alleanze dopo la guerra in Siria
Pubblicato il 13-06-2016


obama-erdogan-c-flickrTurchia e relazioni con UE USA e Russia

La Turchia è passata da un ruolo potenzialmente cruciale per la regione mediorientale ad un isolamento diplomatico temporaneo per poi rilanciare il suo ruolo nel Medio Oriente sulla base di un accordo bilaterale con la UE/Germania. Popolazione, posizione geopolitico strategica, storia e tradizione di paese laico e leadership forte non sono sufficienti a garantire un brillante futuro se non accompagnati da una diplomazia lungimirante, aperta, affidabile e da un progetto democratico interno per il popolo. Al di là del cinismo di alcune teorie realiste esiste nel mondo una aspirazione alla democrazia ed allo stato di diritto e qualsiasi politica di potenza non può prescindere dal rispetto di tali principi, pena l’esclusione da parte della comunità internazionale. Esempio che nel lungo periodo potrebbe adattarsi anche alla Russia.

La guerra civile siriana ha causato una instabilità che rischia di travolgere la Turchia. Ha disintegrato i progetti turchi di integrazione delle periferie mediorentali in un’area di libero scambio (Giordania, Libano e Siria), ha sollevato tensioni ed ostilità con USA e Russia e riacceeso il conflitto con il PKK curdo, ha esportato attentati di origina jihadista in aree turistiche ed ha trasformato la Turchia in zona di recezione di immigrati e piattaforma di lancio verso l’Europa per l’immigrazione clandestina. Invece di affermarsi come hub geopolitico di una vasta area stabile e prospera, modello di sviluppo economico e consolidamento democratico in grado di ispirare il mondo islamico, la Turchia si ritrova senza alleati e senza una strategia. Gli obiettivi della Turchia sono la rimozione di Assad dalla Siria e la transizione democratica, stabilizzazione dell’unità territoriale siriana e freno alla espansione delle fazioni curde estremiste. Per raggiungere questi scopi la Turchia non vuole tuttavia intervenire direttamente, ma nell’ambito di una coalizione NATO e chiede agli USA la creazione di una safe zone al confine tra Turchia e Siria per impedire infiltrazioni terroristiche e per rimpatriare emigrati siriani. Ma la posizione della Turchia non è compatibile né con la Russia, che difende Assad, né con gli USA, che temono il caos dopo Assad e che puntano molto sui Curdi;  in piu’ le negoziazioni con l’Unione Europea per un ingresso turco in UE non appaiono piu’ positive come un tempo.

Turchia – UE/Germania

Riguardo ai rapporti con la UE, la Turchia ha cercato di sfruttare a suo vantaggio la crisi dei flussi migratori. La Turchia si è posta come argine in grado di frenare il flusso di rifugiati che dalle rotte dell’Egeo e Balcani arrivano in Europa. La Merkel ha pertanto sostenuto l’accordo UE – Turchia nel marzo 2016, un accordo che prevede il rientro in Turchia dei profughi arrivati in Grecia, l’accettazione di un numero pari di migranti siriani da parte dell’UE e la dazione di 6 miliardi di euro alla Turchia per la gestione dei rifugiati sul suo territorio. I rapporti tra Germania e Turchia esistono da secoli sotto vari aspetti, politici e commerciali e, da ultimo, grazie ad una forte presenza di lavoratori turchi in Germania. Tuttavia ci sono ostacoli alla cooperazione turco-tedesca, quali gli attacchi alla democrazia ed allo stato di diritto in Turchia, al problema dei diritti umani, oltre alla instabilità interna e la questione curda. Molti sono gli ostacoli a un eventuale ingresso turco. Due i principali: l’aperta ostilità delle opinioni pubbliche di alcuni stati membri, soprattutto Francia e Germania e l’irrisolta questione cipriota. Infine tra gli europei in molti non dimenticano il fatto che la Turchia è un grande paese di 80 milioni di abitanti, che potrebbe spostare gli equilibri di potere nell’Unione, e che si tratta di un paese a stragrande maggioranza musulmana, tradizionale antagonista militare e ideologico-religioso dell’Europa cristiana.

Turchia – USA

Le relazioni tra USA e Turchia sono storicamente di alleanza; la Turchia appartiene alla NATO ed è da anni alle prese con un processo di occidentalizzazione. Il suo leader Erdogan tuttavia sembra aver messo in questione questa direzione occidentale, puntando su un avvicinimento della Turchia al Medio Oriente. Per ragioni di politica interna e regionale Erdogan ha combattuto i curdi interni ed in Siria, puntando sui ribelli sunniti contro Assad e collaborando con i paesi sunniti quali Arabia Saudita e Quatar.

Il mantenimento della NATO è di grande importanza per la sicurezza turca nel nuovo contesto della sicurezza internazionale, drasticamente cambiato negli ultimi anni. A differenza della Guerra fredda, che richiedeva la preparazione di contingency plan per la difesa territoriale, la lotta contro il terrorismo richiede preparazione a tutti i livelli, in ogni momento e su scala globale. Non c’è più un out-of-area nella difesa contro le organizzazioni terroristiche.

Alcuni Stati potrebbero pensare che distanziandosi nettamente dagli Stati Uniti potrebbero evitare di essere presi di mira dai terroristi. Ma chi conosce il terrorismo e le organizzazioni terroristiche sa bene che non se ne può essere immuni.

Le risorse della NATO dovrebbero quindi essere ulteriormente rafforzate ampliando l’Alleanza, beneficiando così dell’intelligence che altri Stati possono fornire. In questo modo l’Alleanza potrebbe assumere un nuovo ruolo globale, che potrebbe essere sostenuto sia dagli europei che dagli americani.

La Turchia può contribuire a questo nuovo ruolo grazie alle sue capacità di intelligence e alla condivisione di interessi in diversi ambiti con i paesi vicini, per i quali la lotta al terrorismo è una questione di primaria importanza. Inoltre, la Turchia potrebbe contribuire al peace-keeping e al peace-making cosi come alla riabilitazione post-conflitto e agli sforzi di ricostruzione in regioni problematiche, come i Balcani, l’Africa, l’Afghanistan e, forse, anche in Iraq.

Turchia – Russia

Turchia e Russia vivono da anni relazioni complesse e sfaccettate. Lo scontro sul destino della Siria ha però reso esplosivi i rapporti tra Ankara e Mosca. Il 24 novembre 2015 caccia dell’aviazione militare turca abbattono un bombardiere russo SU-24. Nel momento in cui l’aereo precipita i due Paesi – che negli ultimi due decenni hanno costruito robusti rapporti di collaborazione economica, ma che registrano interessi sempre più divergenti nella regione del Mar Nero, nel Caucaso e ora in Siria – toccano il punto più basso delle proprie relazioni bilaterali dal crollo dell’Unione sovietica. In molti paventano apertamente il rischio di un conflitto militare diretto tra Russia e Turchia, membro dell’alleanza atlantica. La collaborazione economica tra Russia e Turchia però è corsa parallela a profonde e crescenti divergenze di carattere geo-strategico. Il primo momento di crisi risale alla guerra tra Russia e Georgia (2008) con cui Mosca ha di fatto interrotto la politica di integrazione nel Caucaso meridionale perseguita da Ankara, di cui Tiblisi era il perno fondamentale. La stessa occupazione della Crimea, nonostante il sangue freddo mostrato da Ankara, ha rovesciato i rapporti di forza nel Mar Nero, facendo (nuovamente) della Russia il principale attore d’area proprio a scapito della Turchia, che non ha nascosto il proprio disappunto. Un nuovo fronte di scontro è stato poi aperto dalle «primavere arabe». Ankara si è schierata apertamente con le forze rivoluzionarie in Tunisia, Libia, Egitto e Siria, mentre Mosca ha sposato la causa di Mu’ammar Gheddafi, del generale golpista al-Sisi e del presidente al-Assad.

Se lo scontro negli altri Paesi non toccava gli interessi vitali dei contendenti, la posta in gioco in Siria – Stato che confina con la Turchia e alleato di lungo corso dell’Unione sovietica prima e della Russia poi – ha fatto precipitare in fretta i rapporti bilaterali. La decisione di Putin di schierare aviazione e truppe in Siria a supporto di al-Assad (settembre 2015) ha colto di sorpresa la leadership turca, che negli anni scorsi ha puntato tutto sul rovesciamento del regime siriano, anche a costo di intrattenere rapporti ambigui con settori dell’opposizione indicati come attori del terrorismo internazionale (come il Fronte al-Nusra o, secondo voci ricorrenti, ma mai dimostrate con lo stesso Stato Islamico).

Altri segnali confermano il tenere dell’interdipendenza reciproca: le forniture di gas non hanno subito cambiamenti sostanziali e la costruzione della centrale di Akkuyu, nonostante voci di una possibile rottura, al momento continua ufficialmente secondo i piani stabiliti. Nonostante il forte deterioramento degli ultimi anni, i rapporti tra i due Paesi sono quindi destinati a restare complessi e sfaccettati, con i forti interessi economici che paiono lasciare spazio a spiragli di dialogo. Al tempo stesso, però, lo scontro in Siria resta un nodo estremamente problematico e potenzialmente esplosivo. Con l’ennesimo imprevisto colpo di teatro, il 14 marzo il presidente Putin ha annunciato il «missione compiuta», ordinando il ritiro di gran parte delle truppe russe dalla Siria. L’annunciato disimpegno di Mosca – che comunque resta presente sul teatro siriano – se effettivamente implementato è di certo un segnale in grado di ridurre significativamente la forte tensione accumulata negli ultimi mesi con Ankara. La situazione sul terreno resta però volatile e carica di rischi. Mosca ha rafforzato in questi mesi i propri rapporti con i curdi siriani del Pyd, considerati da Ankara nemici e «compagni d’arme» del Pkk, con cui le forze di sicurezza turche combattono una vera e propria guerra civile nel sud-est della Turchia. La lotta contro il Pkk-Pyd, responsabile secondo la Turchia anche dell’ondata di attentati sanguinari che sta sconvolgendo il Paese – l’ultimo domenica 13 marzo ad Ankara – potrebbe portare la leadership turca a un intervento diretto in Siria contro il Pyd, già più volte minacciato. Uno sviluppo che metterebbe nuovamente faccia a faccia i due avversari, con conseguenze difficili da prevedere.

Leonardo Scimmi

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