Ciao Carlo

Carlo Correr conclude oggi la sua costante presenza nella redazione dell’Avantionline. E’ una scelta solo sua, ma sono certo che Carlo continuerà la sua collaborazione, anche se più da lontano. Ammesso che ci riesca, perché l’Avanti è la sua vita. Ha iniziato molto giovane nel giornale su carta, collaborando con direttori come Arfè, Craxi, Intini, Villetti. Grazie a lui, dopo la chiusura del giornale dovuta all’assurda discriminazione della presidenza del Consiglio dell’epoca che decise negare i finanziamenti al giornale socialista concessi invece agli altri, si deve l’esperienza dell’Avanti della domenica.

Poi, dopo la mia nomina a direttore dell’Avanti, chiesi a Carlo di venire all’Avantionline. Meglio lavorare tutti per il giornale di tutti i giorni. E magari la domenica far festa. Così è nata la nostra collaborazione e anche la nostra amicizia, corroborate da bruschi scontri che non le hanno mai attenuate. D’altronde i caratteri, soprattutto a una certa età, sono immodificabili. Forse era proprio il suo amore viscerale per l’Avanti che lo trovava custode, perfino feroce, di un patrimonio ideale storico al quale in tanti si sono poi avvicinati. Io più disponibile ad aprire le porte, lui più prudente, guardingo.

In oltre tre anni abbiamo potuto contare sul simpatico Capocelli che ci lasciò per espatriare in Africa, Silvia, Laura, che poi ci hanno abbandonato (i soldi non sono una variabile indipendente), poi solo Teresa e Daniele. Cercherò di supplire con un mio impegno ancora maggiore (conto anche su quello di Teresa e Daniele) alla minore presenza di Carlo. Conto su tutti i collaboratori, perché l’Avanti ne ha tanti e tutti volontari. Il giornale, che in tre anni ha triplicato i suoi lettori, vivrà. Forse farà più fatica a Correr…e. Ma correrà.

IRCSS, Pastorelli: criteri bandi non congrui

Ricerca-animaliIl 27 aprile è arrivato l’annuncio da parte del Presidente del Consiglio di “un Cipe straordinario che stanzierà 2,5 miliardi di euro per la ricerca e un miliardo di euro per cultura”, la risposta del Governo alla richiesta di nuovi investimenti nell’ambito della ricerca biomedica e scientifica. Fin qui tutto bene, anzi benissimo, il problema è quello che è avvenuto dopo, ovvero nella gestione del ministero della Salute.
“Riguardo alla nomina delle commissioni incaricate alla valutazione dei criteri per i posti da direttori scientifici per alcuni IRCCS molto rilevanti in campo nazionale – ha scritto il parlamentare socialista Oreste Pastorelli in un’interrogazione alla ministra Lorenzin – sembra siano stati utilizzati criteri non congrui al bando. E’ il caso dell’Istituto Rizzoli di Bologna (leader in Italia per la ricerca clinica sulle patologie muscolo-scheletriche) e della Fondazione IRCCS Ca’ Granda – Ospedale Maggiore Policlinico di Milano. Per altri ancora, come il Regina Elena di Roma (il più grande IRCCS pubblico italiano), l’Istituto di Tecnologie Avanzate e Modelli Assistenziali di Reggio Emilia, l’Istituto oncologico Veneto di Padova e il Centro Bonino Pulejo di Messina, non è stata ancora indicata la composizione delle commissioni valutative”.
“Nell’interrogazione – spiega – ho chiesto  al ministero della Salute se sia a conoscenza di incongruità nella costituzione delle commissioni e di eventuali conflitti di interesse. Così come occorre sapere quali siano i motivi per cui in alcuni istituti non si abbia la notizia della composizione delle commissioni e quali iniziative intenda adottare al fine di garantire l’oggettiva valutazione delle commissioni”. “Gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico rappresentano le istituzioni fondamentali per pianificare e condurre la ricerca biomedica in campo nazionale. In sostanza, questi istituti sono la punta di diamante della ricerca clinico-traslazionale per la prevenzione, diagnosi e cura di patologie come quelle cardiovascolari, neurologiche, muscolo-scheletriche ed i tumori. Centri, quindi, di fondamentale importanza per il nostro Paese che vanno salvaguardati”.

Gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) rappresentano le istituzioni fondamentali del Ministero della salute per pianificare e condurre la ricerca biomedica in campo nazionale. Si tratta di ospedali di eccellenza che perseguono finalità di ricerca, prevalentemente clinica e traslazionale, nel campo biomedico ed in quello della organizzazione e gestione dei servizi sanitari ed effettuano prestazioni di ricovero e cura di alta specialità o svolgono altre attività aventi i caratteri di eccellenza. In sostanza, questi istituti rappresentano la punta di diamante della ricerca clinico-traslazionale per la prevenzione, diagnosi e cura di una serie di patologie che hanno elevata incidenza e prevalenza nella popolazione italiana, come, ad esempio, le patologie cardiovascolari, quelle neurologiche, quelle muscolo-scheletriche ed i tumori. In Italia ci sono in tutto 49 Irccs.

Il punto cruciale è che il compito di promuovere e coordinare l’attività scientifica negli Irccs è affidato ai “direttori scientifici” ed è quindi estremamente importante che siano affidati a ricercatori di fama internazionale, autori di pubblicazioni e dotati di grande esperienza nel campo della conduzione e della amministrazione della ricerca scientifica.

Nell’interrogazione si fa notare che “l’identificazione di direttori scientifici di alta qualità scientifica e di sapiente capacità amministrativa della scienza ha il potere di rilanciare la ricerca scientifica degli istituti pubblici (e privati), di incentivarne la produttività scientifica, e, attraverso una coerente abilità di identificare e sostenere le “eccellenze” istituzionali, di attivarne la dimensione internazionale, consentendo la diffusione e l’implementazione di nuove scoperte scientifiche nel campo della prevenzione, diagnosi e terapia di malattie ad alto impatto sociale. Sotto la direzione scientifica di grandi direttori scientifici, la ricerca biomedica italiana ha ottenuto risultati di rilevanza nazionale ed internazionale”.

Un passaggio molto delicato che il Ministero della salute affida ai “direttori scientifici” dopo averne definito la qualità dell’attività scientifica, la capacità manageriale, la capacità di organizzazione della ricerca e di gruppi produttivi nazionali ed esteri ed infine le competenze specifiche. Ma chi valuta queste capacità? Secondo il bando ministeriale tocca a una commissione composta da tre esperti della materia, anche stranieri, nella quale i membri istituzionali (direttore generale della ricerca del Ministero della salute e rappresentante della regione di appartenenza dell’Irccs considerate) partecipano solo come garanti delle procedure e tra questi tocca poi al Ministro la nomina del Presidente. Il problema però è che, come scrive Pastorelli nella sua interrogazione, la scelta non sembra sia stata sempre congrua.

Le Unioni Civili sono realtà. Da oggi parte il registro

unioni-civili-parereDa oggi le unioni civili sono realtà. È stato infatti pubblicato sulla Gazzetta ufficiale (la numero 175 del 28 luglio) il decreto che disciplina le modalità per la tenuta dei registri nell’archivio dello stato civile, in attesa dei regolamenti attuativi previsti dalla legge 76/2016. la norma consente a due persone maggiorenni dello stesso sesso di unirsi civilmente da subito, in presenza di due testimoni , davanti all’ufficiale dello stato civile del Comune cui deve essere stata precedentemente inviata una richiesta congiunta, corredata da dati anagrafici e da una dichiarazione che attesti l’insussistenza di cause impeditive alla costituzione dell’unione.

“Con il decreto del Viminale che approva i formulari, in Italia – dichiara il sottosegretario Ivan Scalfarotto – si possono da oggi celebrare le unioni civili. E’ l’ultimo atto dell’iter della legge, non certo il meno importante. Grazie ad esso, l’affermazione di un principio di civiltà diventa realtà quotidiana, pratica consueta, abitudine pacifica. Ed è questo che, attraverso la profonda evoluzione che determina nel tessuto sociale, consolida e rende irreversibile una conquista”.

“Fra gli impegni della leadership del Partito Democratico e di questo Governo”, dice ancora l’esponente Pd, “c’era il fermo proponimento di fare uscire l’Italia dal Medioevo dei diritti per il riconoscimento giuridico delle coppie conviventi e delle famiglie omosessuali. Oggi lo vediamo finalmente adempiuto. Molto resta da fare, ma è innegabile la svolta epocale compiuta, con un provvedimento che, come tutte le grandi leggi, allarga la platea dei diritti di tutti. Una vittoria dell’Italia”, conclude Scalfarotto.

“Se la legge 76 sulle unioni civili è in vigore dal 5 giugno 2016 – aggiunge il senatore Pd Sergio Lo Giudice, portavoce di ReteDem – la data del 29 luglio sarà ricordata come quella in cui la legge è finalmente operativa. Da oggi i sindaci hanno tutti gli strumenti per celebrare le unioni e trascrivere i matrimoni contratti all’estero. Si parte davvero”. “L’arrivo dell’ultimo decreto -aggiunge- è stato nei tempi previsti. Da oggi si possono fissare le date e prenotare i ristoranti. L’estate 2016 sarà quella delle coppie lesbiche e gay, delle loro feste felici e dei loro amori finalmente riconosciuti dallo Stato”

Redazione Avanti!

Atlantia. Nencini, ottima notizia concessione scali in Costa Azzurra

“E’ un’ottima notizia. Un bel successo per il sistema imprenditoriale italiano”. E’ il primo commento del segretario del Psi e  vice ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Riccardo Nencini, dopo che ieri al consorzio Azzurra  formato dal gruppo Atlantia (65%), Aeroporti di Roma (10%) e Edf Invest (25%),  è stata attribuita l’aggiudicazione della concessione  per il 60% del capitale degli scali della Costa Azzurra. “La vittoria in terra francese è anche frutto del lavoro fatto da Atlantia per il rilancio dell’aeroporto di Fiumicino, a beneficio dei passeggeri e della competitività del nostro sistema infrastrutturale. E’ la dimostrazione che abbiamo know how, energie e capitali in grado di competere nel mondo”- ha concluso Nencini.

 

Istat. Ancora in crescita gli occupati

Disoccupazione-lavoro

Salgono gli occupati. Ma anche il tasso di disoccupazione. Un effetto causato della diminuzione degli inattivi. Il tasso di disoccupazione a giugno è risalito all’11,6%, in aumento di 0,1 punti percentuali su maggio, mentre per i giovani è sceso fino al 36,5 per cento. E allo stesso tempo gli occupati aumentano fino al 57,3% tra giugno e luglio, un livello che non si raggiungeva dal 2009. Sono i dati comunicati dall’Istat. Cambiano anche i numeri sugli inattivi che scendono di 51mila unità. Questo fa in nodo che contemporaneamente aumenti la disoccupazione e i posti di lavoro. Gli inattivi sono infatti coloro che non lavorano e neanche cercano più una occupazione. La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a giugno diminuisce dello 0,4%, proseguendo il calo dei tre mesi precedenti.; la diminuzione riguarda uomini e donne. Il tasso di inattività scende al 35,1% (-0,1 punti). Nel trimestre aprile-giugno l’aumento degli occupati è associato a un calo degli inattivi (-1,3%, pari a -181mila), mentre i disoccupati sono in lieve aumento (+0,2%, +7mila).

Dopo il calo di maggio (-0,8%) la stima dei disoccupati a giugno aumenta dello 0,9% (+27mila). L’aumento è attribuibile agli uomini (+2%) a fronte di un lieve calo tra le donne. Il tasso di disoccupazione giovanile diminuisce di 0,3 punti a giugno portandosi al 36,5%. Si tratta, dice l’Istat, del livello più basso da ottobre 2012. Allo stesso tempo secondo l’Istat, il tasso di occupazione è salito a giugno di 0,1 punti percentuali al 57,3% rispetto al mese precedente, un livello che non si raggiungeva da agosto 2009. La stima degli occupati aumenta dello 0,3% in questo mese (+71mila persone occupate), proseguendo la tendenza positiva già registrata nei tre mesi precedenti (+0,3% a marzo e ad aprile, +0,1% a maggio). Una crescita attribuibile alla componente maschile e a quella femminile, che riguarda gli indipendenti (+78mila), mentre restano invariati i dipendenti. L’Istat segnala anche che “i movimenti mensili dell’occupazione determinano nel secondo trimestre 2016 un consistente aumento degli occupati (+0,6%, 145mila unità) rispetto al primo trimestre”.

L’aumento degli occupati negli ultimi dodici mesi, spiega l’Istat, riguarda prevalentemente i lavoratori più anziani. Su 329 mila occupati in più a giugno rispetto all’anno precedente, 264 mila hanno 50 e più anni. L’Istat rileva che sono in aumento anche i lavoratori più giovani, con meno di 35 anni (175 mila in più), mentre continuano le difficoltà per la fascia di età intermedia. Tra i 35 e i 39 anni gli occupati si riducono in un anno di 111 mila unità.

Ancora giù il carrello della spesa.L’Istat rileva che a luglio, i prezzi dei prodotti acquistati con maggiore frequenza diminuiscono dello 0,4% rispetto al mese precedente e registrano una flessione su base annua pari a -0,1% (era -0,2% a giugno). Calano in particolare i prezzi degli alimentari freschi, e anche dei prezzi dei carburanti.

Soddisfatto il premier Matteo Renzi che ha commentato positivamente i dati dell’Istat: “Fatti non parole. Da febbraio 2014 a oggi l’Istat certifica più di 599mila posti di lavoro. Sono storie, vite, persone. Questo è il Jobs Act”. “Molto soddisfatto” anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti: “I 71mila occupati in più sul mese precedente, 329mila in più in un anno e 600mila in più da quando siamo al governo sono risultati straordinari – dice – a cui si affiancano il calo dei disoccupati e la costante diminuzione degli inattivi, a conferma della fiducia nella possibilità di trovare un’occupazione”. Il ministro ha anche parlato di un “possibile decreto correttivo del Jobs Act a settembre” per trovare risposta alle problematiche sul lavoro emerse durante i tavolo tecnici Governo-sindacati.

Nel frattempo l’economia europea rallenta nel secondo trimestre dell’anno mostrando elementi di affanno. Secondo i dati preliminari elaborati da Eurostat, infatti, il prodotto interno lordo dell’Eurozona è aumentato dello 0,3% congiunturale tra aprile e giugno, un tasso inferiore rispetto al +0,6% del trimestre precedente. Su base tendenziale, invece, la crescita è stata dell’1,6%. Sensibilmente superiori le previsioni per l’Europa a 28 Paesi, dove l’aumento del pil rispetto allo scorso trimestre è stimato allo 0,4%, comunque in lieve frenata rispetto al +0,5% riportato tra gennaio e marzo, mentre a livello annuale l’espansione è stata dell’1,8%.

A ricoprire il ruolo di guastafeste è la Francia, il cui dato ha “deluso”. Nel secondo trimestre, infatti, il Paese ha riportato una crescita congiunturale pari a 0, dopo il +0,7% dei primi tre mesi dell’anno. Questo, nonostante gli europei di calcio, che si sono tenuti proprio nel Paese transalpino lo scorso giugno e che da soli non sono stati in grado di bilanciare lo stallo della spesa per i consumi e degli investimenti e a sopperire ai prolungati scioperi tenutisi nel Paese per protestare contro la riforma del lavoro.

Il dato sul pil si aggiunge alle altre stime diramate da Eurostat che hanno dato una visione generale della salute di Eurolandia al giro di boa dell’anno. In particolare, l’istituto di statistica europeo ha pubblicato le stime relative alla disoccupazione, che a giugno si è confermata stabile da maggio al 10,1%, in calo rispetto all’11% di giugno 2015, e le previsioni sull’inflazione annuale, attesa a un +0,2% a luglio.

 Redazione Avanti!

FRATELLI D’ITALIA

Migranti salvati marina militarePochi giorni fa il segretario dell’Onu, Ban Ki-moon, si era congratulato con l’Italia per il lavoro svolto con i migranti. Oggi il Paese si riconferma all’altezza delle lodi del segretario generale delle Nazioni Uniti, infatti centinaia di migranti, circa 603, sono stati tratti in salvo dalla Marina militare, grazie all’Operazione Mare Sicuro.
La Fremm Margottini ha soccorso a 2 gommoni con circa 250 migranti a bordo. La fregata Grecale ha salvato 119 migranti sempre a bordo di un gommone. Il pattugliatore Bettica ha ultimato il recupero di 234 migranti distribuiti su 2 gommoni. Le unità della Marina Militare del dispositivo aeronavale nel Mediterraneo, sono impegnate in soccorso a imbarcazioni in difficoltà nel Mediterraneo Meridionale.
L’operazione mare sicuro è stata lanciata marzo 2015 a seguito dell’aggravarsi della situazione in Libia, che ha reso necessario un potenziamento del Dispositivo Aeronavale della Marina dispiegato nel Mediterraneo Centrale – al fine di tutelare gli interessi nazionali nell’area ed assicurare adeguati livelli di sicurezza marittima.
L’Italia con l’arrivo del bel tempo sa che gli sbarchi aumenteranno e si sta preparando: anche una motovedetta dalla Capitaneria di Porto Torres, infatti, sarà impegnata, come l’anno scorso, a Lampedusa nelle attività di soccorso dei migranti che tentano di raggiungere le coste siciliane. Questa mattina la “Ma/Cp 291” ha mollato gli ormeggi per raggiungere l’Isola dove sarà assegnata sino alla prima settimana di ottobre al Comando della Squadriglia Guardia Costiera, nell’ambito dell’operazione sul controllo dei flussi migratori.
Un altro punto su cui il nostro Paese continua a mantenere alta l’attenzione è il contrasto agli scafisti e alla tratta degli esseri umani, un problema che guarda da vicino gli sbarchi di immigrati.
In vista della giornata mondiale contro la tratta degli esseri umani di domani, Save the children ha pubblicato un dossier dove si evidenzia che tra i migranti i minori non accompagnati sono le principali vittime dello sfruttamento sessuale e lavorativo. Le stime parlano di un totale di 200 mila minori vittime di schiavitù nel mondo, in Europa, raggiungono la cifra di 15.846. In Italia il fenomeno è difficile da localizzare, tra gennaio e giugno 2016 sulle nostre coste sono arrivate 70.222 persone in fuga da guerre, fame e violenze, e di queste 11.608 sono minori, il 90% dei quali (10.524) non accompagnati, un numero più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (4.410 da gennaio a giugno 2015). Minori stranieri non accompagnati, soprattutto eritrei e somali, molti dei quali sono in transito nel nostro Paese e si spostano da una città all’altra. E in assenza di sistemi di transito legali e protetti, si allontanano dai centri di accoglienza e si rendono invisibili alle istituzioni nella speranza di raggiungere il Nord Europa, divenendo però facili prede degli sfruttatori.
Il profilo dei minori vittima di tratta e sfruttamento in Italia vede una presenza significativa di ragazze nigeriane, rumene e di altri Paesi dell’Est Europa, sempre più giovani, costrette alla prostituzione su strada o in luoghi chiusi. Attraverso le sue unità mobili Save the Children ha inoltre intercettato gruppi di minori egiziani, bengalesi e albanesi inseriti nei circuiti dello sfruttamento lavorativo e nei mercati del lavoro in nero, costretti a fornire prestazioni sessuali, spacciare droga o commettere altre attività illegali.
Per questo, Raffaella Milano, direttrice dei programmi Italia Europa di Save The Children, considera “indispensabile che l’Europa attivi subito la procedura della relocation, almeno per i minori soli e più vulnerabili: è indispensabile garantire ai ragazzi che devono raggiungere familiari in altri Paesi europei un percorso legale e protetto”.
Per il momento però, almeno l’Italia è impegnata a ‘scoraggiare’ l’arrivo dei migranti, attarverso la campagna Aware Migrants. La campagna Aware Migrants, organizzata assieme all’organizzazione internazionale per le migrazioni, viene promossa sui social media, in tv e alla radio in una quindicina di Paesi dell’Africa Occidentale e settentrionale.

“Soprattutto nella rotta del Mediterraneo centrale adesso fronteggiamo i casi di chi non scappa da una guerra e da una persecuzione, ma cerca libertà, democrazia, benessere e cercando un mondo migliore e inseguendo dunque il proprio sogno incontra un incubo”, ha affermato il ministro dell’Interno Angelino Alfano.

Violenze sessuali, abusi, torture sono inflitti ai migranti ancor prima della traversata, nel percorso verso la Libia e in questo Paese, ha svelato di recente un rapporto di Amnesty International che ha raccolto la testimonianza di una novantina di migranti in Puglia e Sicilia.

Riguardo al contrasto agli scafisti, oggi la Polizia di Stato e i reparti aeronavali di Bari e Taranto della Guardia di finanza hanno intercettato nelle acque di Porto Badisco, sul litorale di Otranto, un veliero con a bordo 37 migranti pachistani. Gli scafisti, sono stati fermati grazie alle testimonianze di alcuni migranti e accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, rifiuto di obbedienza e resistenza a nave da guerra e inosservanza di norme sulla sicurezza della navigazione. L’imbarcazione, denominata Ekaterina, lunga 15 metri e battente bandiera turca, procedeva a luci spente e all’alt imposto dalle forze dell’ordine i due scafisti, di 47 e 48 di nazionalità ucraina, poi arrestati, hanno cercato inutilmente di eludere i controlli. L’operazione segue di un solo giorno il fermo di un altro veliero che, con uno scafista israeliano e sei migranti palestinesi, stava tentando di raggiungere la costa nei pressi di Torre Vado, nel basso Salento.

Scrive Giovanni Alvaro:
I compensi Rai
e l’evirazione del Senato

 

 

La specialità del renzismo è quella di dire una cosa e farne poi esattamente una diversa che, col combinato disposto del giudizio poco lusinghiero sui cittadini italiani (forse considerati alla stregua di imbecilli), è alla base della politica dell’attuale governo nel nostro Paese. Non tutti, forse, ricorderanno la campagna per la spending review e, di conseguenza, quella contro gli alti stipendi dei manager avviata da Renzi, che provocò la piccata risposta di Mario Moretti che quella campagna criminalizzante non condivideva e non accettava.

Ma tutti, certamente, ricorderanno una delle motivazioni accampata per giustificare la cancellazione del Senato oggetto, in autunno, del referendum costituzionale. La ricorderanno di certo se non altro per averla sentita proclamare, come un mantra, ai quattro venti da Renzi e dai suoi divulgatori ‘scientifici’ che sostenevano che la trasformazione del Senato, in camera di serie B, era necessario farla anche per risparmiare bei soldini di cui l’Italia aveva estremo bisogno. Il tutto perché, si sosteneva, i nuovi Senatori (provenienti dai Consigli Regionali e con Sindaci delle grandi città) già venivano pagati dalle proprie Amministrazioni di appartenenza, non avrebbero potuto rappresentare un peso finanziario se si esclude il viaggio e il rimborso spese per le trasferte da effettuare nella Capitale.

Già solo questa motivazione puzzava, e continua a puzzare, di imbroglio vuoi perché il risparmio che si realizza è così miserabile che si poteva ampiamente reperirlo con una vera e propria spending review che è stata, invece, bloccata da Renzi provocando le dimissioni di due illustri economisti come Carlo Cottarelli prima e Roberto Perotti poi; ma vuoi, anche, perché è offensivo gridare agli sperperi, mortificando il merito che dovrebbe stare alla base dei compensi, e poi elargire a piene mani, superando lo sbarramento dei 240 mila euro annui (altra perla renziana), agli ‘amici’ collocati alla Rai, senza una valutazione piena delle capacità (che è una variabile determinata dal mercato e non una cervellotica decisione di chi ha le leve del comando).

Anche in questo caso bisognerebbe ricordare le plateali affermazioni fatte dal premier sulla Rai dalla quale dovevano essere cacciati i partiti (“Via i partiti dalla Rai”) per riempirla, però, di sodali del proprio ‘cerchio magico’ e di sostenitori della prima ora, essendo pochini (!!!) i giornalisti e i dirigenti nell’organico precedente in Mamma Rai, e riservando ad essi lautissimi compensi che come si è scoperto recentemente vanno dai circa 650mila euro annui del Direttore generale Campo Dall’Orto, ai 320mila di Carlo Verdelli, ai 300mila elargiti alla Ilaria Dellatana o dati alla Daria Bignardi (forse per incoraggiarla a migliorare i propri ascolti) e così via.

È chiaro che detti compensi costruiti, magari, usando un metro che nulla ha a che vedere con le reali capacità dei singoli, stridono con la falsa motivazione per l’evirazione del Senato e con il falso tetto dei 240mila euro che viene superato con facili eccezioni. La verità è che a Renzi non interessa per nulla il ‘risparmio’, ma lo utilizza per sollecitare la pancia degli italiani.

Giovanni Alvaro

L’Unione Europea
e il ‘miraggio’ di Hayek

La crisi in cui sono precipitati i Paesi europei negli ultimi anni, ha rilanciato, sinora però a parole, l’urgenza di risolvere il problema della loro unificazione politica e di una più appropriata organizzazione politico-istituzionale. Da quest’ultimo punto di vista, da sempre è condivisa l’idea che debba trattarsi di una federazione tra Stati-nazione; meno condivisa è invece la forma che dovrebbe assumere l’organizzazione di tale federazione.

Perciò, al fine dell’approfondimento del dibattito su quest’ultimo aspetto, è da considerarsi opportuna la recente comparsa in libreria della traduzione in lingua italiana dell’antico saggio di uno dei padri fondatori del neoliberismo, Friedrich Agust von Hayek, “Le condizioni economiche del federalismo tra Stati”, pubblicato nel 1939 in “Tne New Commonwealth Quarterly” e ripubblicato nel 1948 nel volume “Individualism and Economic Order”, dello stesso Hayek. Il breve testo dello scritto dell’economista austriaco è arricchito da un saggio introduttivo di Federico Ottavio Reho, Junior Research Officer presso la Wilfried Martens Centre for European studies, e da una postfazione di Flavio Felice, docente di Dottrine Economiche e Politiche presso la Pontificia Università Lateranense.

A parte l’interesse per lo scritto di Hayek, sia il saggio introduttivo che la postfazione sono un utile corredo per capire il diverso modo in cui può essere inteso il federalismo tra gli Stati: o come semplice struttura organizzativa giuridico-costituzionale; oppure, come organizzazione meglio rispondente alla soddisfazione appropriata di particolari idealità politiche, condivise dai contesti sociali degli Stati che decidono di federarsi. Il saggio introduttivo e la postfazione offrono spunti e suggerimenti per stabilire quale dei due modi d’intendere il federalismo meglio si addica all’auspicata realizzazione dell’unità politica dell’Europa.

L’interpretazione giuridico-costituzionale è quella formulata originariamente da Hayek alla fine degli anni Trenta del secolo scorso. A parere di Reho, l’interpretazione oggi prevalente tenderebbe a celebrare il “processo di integrazione europea sviluppatosi nel secondo dopoguerra come un programma inedito e visionario in radicale rottura con tutta la precedente storia del continente”; nel senso che i padri fondatori delle Comunità Europee avrebbero concepito “la loro rivoluzionaria visione in solitario isolamento”. Questa visione si sarebbe, però, male adattata alla “mitologia posticcia” alla quale hanno fatto riferimento, in quanto alla chiusura delle ostilità in Europa, “il progetto politico di una federazione paneuropea era già vecchio di più di due decenni”.

I padri fondatori del progetto europeo, perciò, non avrebbero “partorito”, alcuna nuova idea, in quanto il movimento paneuropeo non avrebbe mai smesso, “neppure nelle otre più buie delle della Seconda guerra mondiale”, di invocare una federazione tra tutti i popoli europei che “permettesse alla vecchia Europa di sopravvivere in un mondo sempre più dominato dalle grandi potenze continentali”. In questo contesto – afferma Reho – deve essere collocato il contributo di Hayek sul tema del federalismo tra Stati; l’oggetto principale della sua analisi non sono state le giustificazioni politiche ed economiche di una federazione tra Stati precedentemente sovrani, ma le condizioni economiche necessarie a supportarla e a conservarla, nonché le implicazioni riguardo alle politiche economiche che lo Stato federale e gli Stati federati sarebbero stati chiamati ad attuare.

Secondo Hayek, in una federazione democratica, molte forme di intervento pubblico, abituali negli Stati europei degli anni Trenta, sarebbero state impraticabili, sia da parte degli Stati federati, che da parte dello Stato federale; per cui sarebbe diventato plausibile aspettarsi che un’organizzazione istituzionale federale favorisse l’adozione di politiche economiche molto più liberali di quelle che potevano essere adottate dai singoli Stati nazionali non federati. Secondo la visone del federalismo di Hayek, negli Stati federati l’intervento pubblico verrebbe limitato per due ragioni: in primo luogo, perché i singoli Stati non potrebbero più perseguire una politica monetaria indipendente; in secondo luogo, perché la libera circolazione di capitali, merci e persone attiverebbe una dinamica riformatrice in senso liberista, il cui esito finale sarebbe l’abolizione delle forme di regolamentazione e di solidarietà possibili a livello di singoli Stati indipendenti.

Quanto previsto dalla visione hayekiana della federazione tra Stati costituisce – a parere di Reho – l’esatto opposto di quanto ha caratterizzato, e continua a caratterizzare, il processo di integrazione degli Stati facenti parte dell’attuale Unione Europea. Il processo verso l’integrazione politica degli Stati aderenti è sinora avvenuto attraverso un “approccio neofunzionalista”, che ha assegnato una “potente forza centralizzatrice” alle istituzioni sopranazionali europee; queste – secondo Reho – hanno reso il processo di integrazione “lontano anni luce da una vera federalizzazione” e, per certi aspetti, sarebbe divenuto “persino incompatibile con essa”. Ciò perché, anziché limitare il trasferimento di certe specifiche funzioni a livello sopranazionale, come la difesa e la politica estera, e lasciare all’esclusiva responsabilità dei singoli Stati membri tutte le altre funzioni, il processo di integrazione ha proceduto “attraverso la condivisione di sovranità tra gli Stati membri in un numero via via maggiore di politiche pubbliche”. In tal modo, il “processo” si è ridotto ad essere “uno sviluppo dinamico che, alimentato tra l’altro dalla logica neofunzionalista e dagli sforzi centralizzatori delle istituzioni sopranazionali, sposta continuamente in avanti le frontiere delle competenze comunitarie, così che nessun ambito è definitivamente al riparo dall’europeizzazione”.

Reho si augura che i cittadini europei prendano presto coscienza del fatto che l’integrazione dell’Europa, “in barba alle pretese dei suoi sostenitori come dei suoi detrattori più acritici ha poco a che vedere con una vera federalizzazione”; ciò in quanto il vero federalismo ha “poco a che spartire con quello di molti sedicenti federalisti europei”. Pertanto – sostiene Reho – è difficile non prendere atto del fatto che lo stato presente dell’integrazione dell’Unione Europea pone “i sostenitori di un ordine politico ed economico liberale” di fronte ad un bivio: da un lato vi è la via dello scetticismo e dell’opposizione, destinati a “dare man forte a movimenti nazionalisti e statalisti determinati a smantellare il processo di integrazione”; dall’altro lato, vi è la via del vero federalismo hayekiano, dal quale l’UE si è pericolosamente allontanata, per optare in favore di un processo d’ispirazione socialista e centralizzatrice, condiviso sia dalla destra che dalla sinistra, sia pure contrastato da “forze sovraniste”, che vorrebbero sbarazzarsi dell’Europa, considerata come “una prigione debilitante e totalitaria”.

Reho conclude sconsolato la sua analisi, perché convinto che mentre “socialisti e centralizzatori di ogni colore si stanno abilmente servendo  dell’euro per avanzare i loro disegni pseudoferalistici a livello europeo, conservatori e libertari sono stati finora incapaci di articolare un loro progetto autenticamente federalistico per il vecchio continente e hanno finito per allinearsi ora ai nazionalisti ora ai socialisti”; conservatori e libertari si macchierebbero così della grave colpa di trascurare che, come è accaduto nel passato, un’alleanza col nazionalismo e con il socialismo sarebbe “quasi certamente fatale al liberalismo” e, nella prospettiva di Hayek e di Reho, anche al liberismo.

Una critica a tutta la costruzione del federalismo hayekiano, ironia della sorte, viene proprio, come evidenzia Flavio Felice nella postfazione, da un “liberale doc”, come Luigi Einaudi, il quale, sull’onda emotiva dell’orrore suscitato dal secondo conflitto mondiale, ha condiviso l’idea che, per sottrarre i popoli europei al dramma di future guerre, fosse necessario costituire un “popolo federale europeo”; ovvero, un popolo governato da uno Stato federale fondato sui principi dello Stato di diritto, proprio del liberalismo, e dotato di un Parlamento nel quale, in una camera elettiva, fossero rappresentati direttamente i popoli europei, “attraverso il metodo dell’elezione dei rappresentanti di ciascun Stato” e, in un’altra camera, fossero rappresentati da un uguale numero di eletti i singoli Stati federati; era questo, secondo Einaudi, lo Stato federale ideale, considerato l’unico in grado di consentire di “realizzare un’unità rispettosa dell’autentica indipendenza dei singoli Stati”.

Per Einaudi, la pace tra i popoli era la “dimensione di valore” posta alla base dello Stato federale, ritenuto l’unica forma di organizzazione statuale sopranazionale capace di realizzare, oltre che la pace, anche il rispetto dell’indipendenza dei singoli Stati, fondati non sull’uso arbitrario delle armi, né delle barriere doganali, bensì su tutto ciò che poteva contribuire all’edificazione di uno spirito pacifico, di tolleranza e di reciproco riconoscimento tra i popoli. Per Hayek, invece, la federazione doveva essere costruita sulla base di una stretta connessione tra “unione politica” e “unione economica”, in cui quest’ultima rappresentasse il presupposto indispensabile per l’attuazione di una politica estera e di una difesa comuni; ciò perché, se fosse stata la federazione tra gli Stati l’istituzione responsabile del mantenimento della pace, doveva competere allo Stato federale, e non ai singoli Stati federati, il compito di garantire il perseguimento della pace.

Nella prospettiva di Hayek, quindi, da un lato, gli Stati federati verrebbero progressivamente ad indebolirsi sino a cessare di conservarsi come enti sovrani e, dall’altro lato, la federazione non dovrebbe esercitare tutti i poteri che gli Stati nazionali le trasferiscono, in quanto dovrebbe orientare la propria azione verso la creazione di sempre più estesi spazi liberi dal controllo legislativo. Infine, Hayek, pur riconoscendo il fatto che anche in uno Stato federale è inevitabile che s’imponga la necessità di una politica economica a salvaguardia del corretto funzionamento del mercato, nega sia l’utilità di un intervento pubblico esteso per la correzione delle forme estreme di “laissezfairismo”, sia l’urgenza di ogni forma di pianificazione economica, ritenendo incompatibile con il funzionamento della federazione l’interferenza quotidiana e la regolazione delle forze di mercato delle quali la pianificazione sarebbe portatrice.

Il fatto lamentato da Reho che, all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale, i padri fondatori del disegno europeo non abbiano considerato le idee federaliste hayekiane non è casuale; essi sono stati influenzati da fatti storici ben diversi da quelli che avevano influenzato Hayek. Al riguardo, Flavio Felice ricorda che Luigi Einaudi, con riferimento al federalismo di Hayek, aveva evidenziato come lo Stato federale da quest’ultimo preconizzato altro non fosse che la configurazione di una società politica sopranazionale che, grazie ad un’organizzazione dell’economia in termini liberistici, avrebbe dovuto rendere possibile l’esistenza di una società civile sopranazionale pluralista, con cui salvaguardare, attraverso la libertà economica e la pace resa da essa possibile, l’indipendenza del suo Paese, l’Austria, dalle mire annessionistiche della Germania hitleriana.

L’adesione acritica a questo obiettivo ha reso Hayek vittima di un “autismo intellettuale”, rendendolo impenetrabile alle idee e alle elaborazioni della teoria economica e delle altre scienze sociali che già avevano preso corpo prima del secondo conflitto mondiale; un isolamento intellettuale che lo ha accompagnato sino all’ultimo dei suoi giorni. Hayek, infatti, non ha percepito che la pace tra i gruppi sociali all’interno dei singoli Stati, e a livello di relazioni tra Stati, poteva essere salvaguardata solo attraverso la rimozione degli squilibri distributivi causati da un “liberismo laissezfairista” regolato da un intervento pubblico minimalista.

È questo il motivo per cui, dopo la fine del secondo conflitto mondiale, i padri fondatori del progetto europeo hanno inteso realizzare una federalizzazione degli Stati dotata di strutture istituzionali non più ispirate ai canoni dello Stato di diritto del liberalismo originario, ma a quelli propri dello Stato sociale di diritto; questo, nella forma di federazione degli Stati aderenti al progetto europeo, avrebbe dovuto concorrere, su basi solidaristiche e attraverso la realizzazione di direttive armonizzatrici dei singoli sistemi economici, a creare all’interno della vasta area federata una “comunità di destino” dei popoli europei, sorretta da un’economia sociale di mercato.

Certo, l’“approccio neofunzionalista” ha senz’altro reso il processo di integrazione europea “lontano anni luce” dalle finalità ispiratrici dei padri fondatori di un’Europa federata, a causa dei residui egoismi nazionali, che hanno reso impossibile la realizzazione del presupposto fondamentale per la sua piena attuazione. Ciò non toglie, tuttavia, che le idee hayekiane sul federalismo tra Stati siano un “viatico” poco utile per rilanciare concretamente e in tempi rapidi, se mai sarà possibile, il processo di unificazione politica dei Paesi attualmente aderenti all’UE.

Gianfranco Sabattini

Tina Anselmi, partigiana
e ‘madre’ della Patria

tina-anselmiNel giorno di Hillary l’Italia ricorda la sua Hillary. Ora ha ottantanove anni ma esattamente quattro decenni fa ha scritto la storia di questo Paese: prima donna ministro (o ministra: lei all’epoca alla cosa non avrebbe dato lo stesso peso che danno le elette di oggi con Virginia Raggi in testa che ha ufficialmente richiesto di chiamarla “sindaca”) in un Paese in cui la politica era profondamente maschile. Tina Anselmi può a tutti gli effetti essere considerata la “madre” delle Boschi, in questi giorni impegnata a “far l’americana” con tanto di selfie con Bill Clinton, delle Madie e delle Pinotti. Perché se Renzi, almeno prima dei tanti rimpasti, appena approdato a Palazzo Chigi, ha scelto di dividere il governo equamente a metà per genere, negli anni Settanta questo esercizio non rientrava negli intendimenti dei presidenti incaricati. Trovare un posto a questa donna battagliera, che aveva contribuito alla nascita della Repubblica partecipando alla Resistenza (staffetta partigiana, ruolo normalmente femminile, nome di battaglia: Gabriella) non fu agevole e l’obiettivo poteva essere realizzato solo da Giulio Andreotti, “animale politico” abituato a camminare sulle sabbie mobili senza venirne inghiottito.

Le venne dato un ministero importante, quello del lavoro e della Previdenza sociale. Erano tempi duri. Il paese boccheggiava, qualche anno prima avevamo chiesto soldi a prestito alla Germania che ce li aveva dati chiedendo però in pegno una parte del nostro oro (che ci fu restituito con regolare ricevuta, evidentemente). La prima manovra di quel governo fu veramente lacrime e sangue perché intervenne sulla scala mobile che faceva lievitare le liquidazioni (Democrazia Proletaria propose il referendum, raccolse le firme ma tutto quello sforzo venne vanificato dall’intervento di Gino Giugni che riformò, auspice Giovanni Spadolini, l’istituto che da quel momento si chiamò Tfr, trattamento di fine rapporto). Ma non si limitò solo a quello perché, come si direbbe oggi con un gergo inaugurato da Silvio Berlusconi (che poi finì al centro dell’attenzione della Anselmi a causa della P2), “mise le mani nelle tasche degli italiani”. In una notte perché all’epoca le “Finanziarie” (si chiamavano così) si approvavano solo con la luce artificiale per evitare “fugoni “ di capitali che avvenivano comunque. Era l’Italia del terrorismo e che, nell’area più abbiente, aveva paura dei sequestri di persona. Era soprattutto l’Italia della “solidarietà nazionale”, formula costruita dal paziente Aldo Moro capace con le sue lunghe relazioni ai congressi di narcotizzare anche i più allenati personaggi della società politica. Il governo di Andreotti era un monocolore e veniva definito della “non sfiducia” (all’epoca la creatività era notevole, a cominciare dalle famose “convergenze parallele”). In sostanza si reggeva in piedi perché la maggioranza del parlamento non gli votava contro, soprattutto non gli votavano contro i comunisti che dall’area governativa erano usciti circa trent’anni prima.

Lei, la Tina, era una donna di quei tempi: austera anche dal punto di vista dell’abbigliamento (certo non avrebbe mai sfoggiato i “tubini” rosso fuoco della Boschi). Ma in un mondo abituato a parlare in maniera un po’ criptica (ma anche decisamente più educata), la sua oratoria era chiara. Hillary potrebbe essere la prima donna alla guida della superpotenza americana; la Anselmi non è stata lontana, a sua volta, dal Quirinale: spesso il suo nome è spuntato tra i papabili ma non se ne è mai fatto nulla e forse è stata una occasione perduta. Alla storia di questo Paese più che come ministra passerà come presidente della commissione parlamentare di indagine sulla P2. I ricordi di quella esperienza li conservò (insieme ad alcune frasi fulminanti come questa: “La verità possono sopportarla solo quelli che hanno la capacità di sopportarla”) in settecento foglietti che poi consegnò ad AnnaVinci che per la casa editrice Chiarelettere curò un libro dal titolo: “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”.

Di quella vicenda si è un po’ persa la memoria eppure intorno a essa ruotano pezzi nebulosi di storia patria: alcuni passaggi della strategia della tensione (le stragi, tanto per intenderci), oscure situazioni finanziarie con epiloghi da “noir”, dal crack Sindona al crack Ambrosiano sino alla morte del banchiere Calvi sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Quando il caso esplose, il 17 marzo del 1981, l’Italia sembrò andare in pezzi. Nella casa di Licio Gelli (Villa Wanda) a Castiglion Fibocchi presso Arezzo, i giudici milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone trovarono un elenco di mille nomi: in sostanza gli “iscritti” alla Loggia cosiddetta “coperta”, cioè più segreta delle altre. C’era di tutto: ministri, sottosegretari, politici semplici ma in carriera, imprenditori, importanti esponenti delle forze armate e della Guardia di Finanza, tanta gente dei servizi segreti cominciando da quelli sistemati ai piani alti. Quando concluse il suo lavoro, Tina Anselmi disse: “Questi tre anni sono stati per me l’esperienza più sconvolgente della mia vita. Solo frugando nei segreti della P2 ho scoperto come il potere, quello che ci viene delegato dal popolo, possa essere ridotto a una apparenza. La P2 si è impadronita delle istituzioni, ha fatto il colpo di stato strisciante, per più di dieci anni i servizi segreti sono stati gestiti da un potere occulto”. Oggi la P2 non c’è più ma il potere continua ad apparire, in altri modi e per altri versi, piuttosto oscuro

Angelo Gentile
Dal blog della Fondazione Nenni

Alle Terme di Caracalla arriva Madama Butterfly
a “stelle e striscie”

Butterfly, foto di scena

Butterfly, foto di scena

Madama Butterfly del compositore versiliese Giacomo Puccini, ultima opera del cartellone lirico estivo del Teatro dell’Opera di Roma, va in scena questa sera alle Terme di Caracalla alle ore 21.
L’allestimento firmato dal regista Àlex Ollé de La Fura dels Baus (lo stesso che firmò al Costanzi nel 2009 Le Grand Macabre di György Ligeti), aveva debuttato con successo lo scorso anno. Sul podio anche un grande ritorno quello del Maestro Yves Abel, che dirige l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma anche nel Barbiere di Siviglia (repliche giovedì 28 luglio e, ad agosto, lunedì 1, giovedì 4 e mercoledì 10).
La struggente tragedia giapponese in tre atti, con Cio-Cio-San che attende fiduciosa di poter cantare “un bel di vedremo levarsi un fil di fumo”, ha un libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, tratto da John Luther Long e David Belasco.
Francamente l’allestimento moderno e la spigliatezza della protagonista, definita da noi nell’edizione precedente “madame a stelle e striscie”, più che convincerci ci ha spiazzati: panta rei!
Siccome tutto cambia, secondo il pensiero del filosofo greco Eraclito, bisogna dire che il pubblico di questa sera, davanti ad uno scenario antico offerto all’aperto dai ruderi delle terme caracalliane e un allestimento moderno, ove la protagonista si muove nell’attesa del ritorno del suo Pinkerton con grinta, shorts jeans e maglietta a stelle e striscie americanizzando la scena, rimarrà sorpreso ma non più di tanto: la musica pucciniana e l’eccellente performance di tutti i cantanti fanno da contraltare alla novità.

Svetlana Aksenova, Cio-Cio-San

Svetlana Aksenova, Cio-Cio-San

“Lavorare a Caracalla è un piacere – ha commentato il regista Àlex Ollé in conferenza stampa – perché ci troviamo in un posto reale, con il background delle rovine che è un po’ una metafora della storia della povera Cio-Cio-San”. Nella sua lettura la giovane geisha è una ragazza comune, non più ingenua o romantica di tante altre nel mondo; Pinkerton un ricco uomo d’affari “che – spiega Ollé – diventa simbolo di uno tsunami neoliberista, ultima conseguenza del feroce colonialismo, capace di distruggere ogni cosa. Agli occhi della protagonista appare come un semidio venuto dal lontano paese della modernità e del potere accecante che è l’America”. I sogni verranno però infranti, le promesse non mantenute. “Madama Butterfly – conclude il regista – conserva il sapore di questi falsi paradisi perduti”.
L’allestimento torna con le scene di Alfons Flores, i costumi di Lluc Castells, le luci di Marco Filibeck e i video di Franc Aleu. Il Coro del Teatro dell’Opera di Roma, in quest’opera atteso in particolare nel coro a bocca chiusa dell’Atto.

Guerrino Mattei