martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Blair, l’Iraq e la commissione Chilcot
Pubblicato il 19-07-2016


La Commissione indipendente d’inchiesta sulla guerra in Iraq nasce nel 2009, in una fase di transizione nella vita politica inglese. Due anni prima, lo stesso Blair aveva portato il partito alla vittoria per la terza volta consecutiva (dalla nascita del Labour non era mai accaduto), anche se con un consenso in sensibile calo; e si apprestava, secondo quanto convenuto, a passare il testimone a Brown. Nel contempo, il nuovo presidente americano aveva definito la scelta di intervenire “un’idiozia” e, traendo le conseguenze dal suo conclamato fallimento, stava avviando il ritiro delle truppe.

Un ritiro che coinvolgeva anche i militari inglesi. Ma senza essere accompagnato dalle dovute autocritiche. Di qui il montare della protesta nella pubblica opinione, favorito anche dal fatto che, a differenza di quanto era avvenuto negli Stati Uniti, c’era stato un largo dissenso tra e all’interno delle forze politiche sull’opportunità dell’intervento e soprattutto sulle ragioni addotte a sua difesa. Con il senno del poi queste erano apparse tutte totalmente inconsistenti. Non era vero che la guerra fosse inevitabile. Non era vero che Saddam Hussein disponesse di armi di distruzione di massa e che fosse in grado di usarle. Non era vero che la dirigenza irachena fosse alleata con al Qaeda. Non era vero che la popolazione si disponesse ad accogliere a braccia aperte i suoi liberatori e ad adottare senza problemi, modello Berlino e Tokyo 1945, i modelli liberaldemocratici occidentali.

Ad essere oggetto di esame non era però il senno del poi (a cui del resto lo stesso Blair si inchinerà senza problemi), ma quello di prima. Trattandosi, allora, di capire se gli elementi addotti dal governo inglese a sostegno della sua decisione di intervenire fossero stati acquisiti con la dovuta attenzione critica così da arrivare alla soluzione che appariva più corretta; oppure utilizzati e manipolati al fine di giustificare una decisione già presi, così da ingannare scientemente sé stessi e il popolo inglese. Questo (e non la condotta della guerra e del dopoguerra; e men che meno la ricerca di reati e/o di fattispecie penalmente rilevanti) il quadro di riferimento della Commissione.

Dopo ben sette anni di lavori e in otto milioni di pagine, il rapporto finale non sposa formalmente la tesi dell’inganno deliberato ma ci si avvicina molto. Nel senso che chiarisce, come dato di fondo, l’impegno assunto da Blair nei confronti di Bush nel 2002: quello di intervenire, comunque al suo fianco, in un intervento che Washington intendeva comunque compiere entro l’anno successivo. Dando poi vita a questo impegno anche in presenza di una serie di nuovi elementi che avrebbero consigliato una maggiore cautela.

In che cosa si traduce tutto questo? In primo luogo, ma non solo, in una gestione diciamo un tantino strumentale e disinvolta dei dati forniti dall’intelligence. Come è ovvio, questa non inventa da zero i dati; ma li presenta e li seleziona secondo le richieste e gli intendimenti dei suoi fruitori politici. Naturalmente gli 007 di sua Maestà presentano i loro dati con i dovuti punti interrogativi. Ma questi verranno fatti opportunamente scomparire nella presentazione ufficiale del governo, dove l’ipotesi magari più che probabile si trasforma in verità incontrovertibile.

Ma non è solo questo. C’è anche il fatto che si parte all’attacco senza che questo abbia nessuna delle coperture internazionali che, tra l’altro, lo stesso Blair si era impegnato a garantire. Soprattutto a livello di Consiglio di sicurezza dell’Onu. Questo accoglie con il più profondo scetticismo le “prove” esibite dal ministro degli esteri di Bush. Gli ispettori annunciano che stanno facendo passi avanti nell’indagine e che le autorità irachene stanno collaborando. I rappresentanti dell’opposizione in esilio non sono credibili e litigano tra loro e, soprattutto, gli alleati europei, a parte alcune eccezioni, si rifiutano di seguire il movimento. Mentre proseguono le trattative per garantire a Saddam e ai suoi collaboratori una pacifica uscita di scena.

Altrettante ragioni per ritornare sull’impegno assunto; in particolare perché uno dei punti fermi concordati all’inizio era la necessità di un forte impegno dell’onu nella gestione del dopo guerra. E invece le cose andranno avanti lo stesso. E andranno avanti lo stesso perché l’impegno assunto nel 2002 era un impegno che doveva moltissimo all’ideologia e pochissimo alla real politik ed ad una analisi seria della situazione esistente sul terreno. Un’impostazione, non a caso, rivendicata, a quasi quindici anni, data dallo stesso Blair. “Abbiamo sbagliato, anzi ho sbagliato. Abbiamo fallito, anzi ho fallito. Però abbiamo, anzi, ho agito in buona fede. E, nonostante tutto, rifarei quello che ho fatto. Perché Saddam era cattivo e perché eliminare i cattivi era ed è dovere politico e morale dell’occidente”.

Allora, l’ideologia dell’interventismo democratico produsse disastri sin dall’inizio. Poche truppe; perché ci si attendeva di essere accolti con manifestazioni di esultanza. Nessun piano concordato sul che fare; perché il lavoro sarebbe stato completato una volta redatta la Costituzione e svolte regolari elezioni. Scioglimento, seduta stante del partito Baath e dell’esercito, perché così era stato fatto in Germania nel 1945.

C’è chi, durante e dopo l’inchiesta, ha proposto di processare Blair per “procurato conflitto”. Ma, per fortuna, processi di questo tipo non sono più all’ordine del giorno. C’è chi vuole pubbliche scuse (agli inglesi? agli iracheni? Nell’un caso e nell’altro, non servirebbero a molto). Basterebbe, allora, capire sino in fondo quello che accadde allora così da evitare di ricadere negli stessi errori. Basterebbe, allora, sottoporre all’esame una finestra della realtà dei fatti; chiunque continua parlare di guerre di civiltà, di interventi a sostegno della democrazia, di Buoni da premiare e di Cattivi da punire, il tutto all’interno di un ottica rigorosamente occidentalocentrica. Diciamo una piccola rivoluzione culturale. Ma ne siamo ancora lontani.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Grazie per la scelta del tema che è di estrema attualità. L’analisi è corretta e in linea con il senso comune. Pero’ la storia che ascoltiamo da anni non mi convince. A parte che lasciare una commissione a giudicare un Governo ex post è sospetto. Il Parlamento doveva richiedere prima analisi approfondite se non si fidava. Comunque, col senno di poi, cosa avrebbero dovuto fare i Bush e Blair? Dopo le Torri Gemelle e l’attacco omicida, cosa si sarebbe dovuto fare? Gli USA hanno intravisto un pericolo mortale per la civiltà occidentale ed hanno reagito come nel 45. Nel 45 ha funzionato ma ci sono voluti decenni. In MO non si è aspettato. Non è detto che la strategia fosse inefficiente, forse e’ stata interrotta presto, forse gli USA e UK sono stati lasciati soli dagli alleati. Aspettare l’ONU sarebbe stato meglio? Rispondere alle guerre con la diplomazia e impantanarsi in interminabili giochetti come in Iran? Uno Stato sotto attacco risponde, questo insegna la Storia.

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