giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Brexit, l’Unione europea uccisa
da chi l’ha voluta così
Pubblicato il 04-07-2016


UN  CASO  CLAMOROSO DI  INFANTICIDIO  POLITICO

Il “sistema Ue”da cui la Gran Bretagna si è chiamata fuori non è affatto il mostro burocratico-interventista evocato dai sostenitori del Brexit. Nasce
piuttosto dall’alleanza strategica costruita negli anni ottanta e primi anni novanta tra il socialista francese Delors e, udite udite, Margareth Thatcher.
Quest’ultima l’ha vinta sugli obbiettivi di fondo: l’Europa concepita come spazio di libera circolazione delle merci, dei capitali e delle persone. Delors
spera di averla vinta sulla “strumentazione”: l’attribuzione a Bruxelles di un ruolo di guida e di controllo di un processo destinato a sboccare, a suo
parere, prima nell’unificazione economica e poi, in un processo diciamo così autopropulsivo, in quella politica.
Vedremo tra poco che cosa ci fosse, in questo disegno, di contraddittorio se non di illusorio per constatare che l’Europa che conosciamo nasce
in quegli anni; mentre prima non ne era nata nessun altra.
Pure, altre erano teoricamente possibili.
C’era l’Europa del Manifesto di Ventotene, tanto più facilmente rievocato e maneggiato ai giorni nostri, quanto più aveva perso, sin dall’inizio, il suo carattere  alternativo. Lì si partiva dalla critica radicale al sistema basato sulla sovranità degli stati, automaticamente spinto verso l’autoritarismo e la guerra; e vi si contrapponeva l’iniziativa politica volta alla costruzione degli Stati uniti d’Europa. Ma uno dei tre padri del manifesto, Altiero Spinelli (non a caso l’unico richiamato nelle innocue celebrazioni di oggi) si accorse ben presto che il federalismo non godeva, nè avrebbe mai goduto, di alcun sostegno di massa; mentre l’ipotesi della cooperazione e della cessione di sovranità godeva di un ampio e comune consenso nelle nuove èlites democratiche venute al potere nel dopoguerra. Come si accorse, primo tra tutti, che con il voto contrario della Francia alla Comunità europea di difesa, era venuta meno la prospettiva di costruire un’Europa a partire  dalla politica e dalle componenti essenziali della statualità. Di qui la sua decisione di costruire pezzo a pezzo l’Europa unita sui temi dell’economia e svolgendo un’azione di lobbying di alto livello nei confronti dei vari governi e delle personalità ritenute più sensibili al problema.
Una scelta obbligata e corretta. Ma che, occorre ricordarlo, si situava in una prospettiva esattamente opposta a quella del Manifesto. Lì si contemplava una rivoluzione copernicana; ora ci si proponeva di modificare il sistema tolemaico – quello degli Stati – e con il consenso, anzi la collaborazione dei medesimi.
E, allora, la bandiera dell’Europa dei popoli, sarebbe rimasta in un magazzino; salvo ad essere recuperata, decenni dopo, dai “populisti” di varia natura.
Era poi, teoricamente, possibile l’Europa dei grandi partiti. Quella proposta dalle grandi forze cattoliche nel dopoguerra, con forte dimensione internazionalista e deciso ancoraggio atlantico, ma abortita (come ricorderà, ancora, Spinelli) dopo la morte di Stalin e l’avvio del processo di distensione. Ma anche quella rappresentato dal sogno socialdemocratico di superamento pacifico dei blocchi, ucciso anch’esso dal sabotaggio attivo dei dirigenti del Cremlino (che ostacoleranno in ogni modo l’azione di Brandt e di Carter, per ritrovarsi, dieci anni dopo, con Reagan e Kohl).
Dopo il fallimento delle Europe possibili ecco l’Europa reale.
La sua struttura portante, come già detto, è l’accordo Delors/ Thatcher con l’aggiunta, fatale, dell’insieme di regole e di vincoli che accompagneranno l’entrata della Germania nella moneta unica. Sua data di concepimento il rifiuto, negli anni sessanta, del progetto gollista di Europa delle patrie e la corrispettiva entrata dell’Inghilterra come una specie di garante della correttezza del progetto. Sua data di nascita l’euro.
Forse, l’unica Europa possibile. Sicuramente un progetto minato alla base da una totale insensibilità rispetto alle ragioni della politica.
Come si poteva pensare, infatti, di poter passare dall’unione economica a quella politica per via incrementale e senza incorrere in veti insuperabili? Come si poteva ritenere che il Regno Unito, dopo avere ottenuto l’Europa che voleva, accettasse che se ne costruisse un’altra? E, infine, come si poteva garantire il consenso, dopo tutto decisivo in ultima istanza, dei popoli, all’integrazione europea all’insegna della politica di austerità?
Ogni tipo di crisi catastrofica era, a quel punto, all’ordine del giorno. L’aspetto paradossale è che si sia verificata tra padre e figlio o, più esattamente, tra il partito conservatore inglese e il tipo di Europa che aveva contribuito più di chiunque altro, a costruire sotto il segno del liberismo, dell’assenza di qualsiasi tipo di progettualità comune, dell’apertura frettolosa e indiscriminata ai Paesi dell’Europa centrorientale all’insegna di nuovi cordoni sanitari e, infine, di una politica estera e di sicurezza gestita all’insegna di intese bilaterali e spesso in contrasto con gli interessi collettivi dell’Unione.
In sintesi si è rifiutata l’Europa così com’è, ma per il timore che questa potesse diventare qualcos’altro e avvalendosi dei voti di coloro cui l’Europa così com’è non piace affatto.
Una implosione dall’interno. E, a complicare le cose sino a non vedere, qui e oggi, nessuna via d’uscita, la totale assenza politica del nostro convitato
di pietra: leggi di coloro che vogliono, o dovrebbero volere, più Europa e, insieme, un’Europa del tutto diversa dall’attuale.
Alberto Benzoni
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