martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Brexit, un mese dopo 
Pubblicato il 18-07-2016


E’ passato poco meno di un mese dal voto inglese ma la maggior parte dei commentatori non sembra essersi riavuta dallo choc. Oscillando tra la ricorrente speranza che il voto britannico venga considerato, alla fin fine, irrilevante e il parallelo terrore che la fuoruscita inglese scateni catastrofi di vario tipo. Le recenti decisioni del partito conservatore inglese dovrebbero indurre a valutazioni più sobrie. Anche perché si iscrivono in una linea coerentemente perseguita lungo l’arco di decenni. Come è stato più volte sottolineato, Londra ha sempre concepito il progetto nei limiti della libera circolazione delle merci e dei capitali e, in misura più limitata, delle persone. Collocandosi, per altro verso, sulle politiche militari e di sicurezza, nella difesa della propria libertà di movimento, in una logica in cui i rapporti speciali con gli Usa e l’appartenenza alla Nato facevano, al dunque, premio sulla dimensione europea.

In questo quadro l’adesione all’Europa reale si accompagnava ad un discorso politico tutto concentrato sulla polemica, vero e proprio fuoco di sbarramento, nei confronti dell’Europa virtuale e delle istituzioni- vedi Bruxelles- che la simboleggiavano. Un messaggio apparentemente contraddittorio di cui il “popolo bue” – leggi l’Inghilterra profonda, di fede conservatrice o laburista – ha capito perfettamente la sostanza: perché con il suo “no” ha espresso la convinzione, non sufficientemente smentita dai sostenitori del “sì”, che si potesse avere, insieme, la botte piena – i vantaggi della permanenza nello spazio europeo – e la moglie ubriaca – la limitazione dei corrispettivi vincoli.

Un obbiettivo improponibile e comunque inaccettabile da parte dell’Europa, secondo i sostenitori inglesi del “remain”. Di qui la loro convinzione che la nuova leadership tory avrebbe da subito smorzato i toni, quasi a voler ricominciare, da subito, a riparare all’errore commesso. In realtà, le cose sono andate in senso esattamente opposto. Un nuovo leader, Theresa May, partigiana sì del remain ma, come dire, con toni molto misurati. E che ha sottolineato da subito che la decisone di uscire era da considerare un punto fermo da cui partire oltre che l’occasione per ridisegnare la politica economica (l’ottica è quella della “destra sociale “scettica sul liberismo e nemica dell’austerity) e la posizione internazionale del paese. In tale ottica, si spiega la scelta di Johnson come ministro degli esteri – suo lo slogan “più Europa meno Ue”- accompagnato da un rappresentante di fiducia del premier incaricato di proporre questa linea ai colleghi europei. Il tutto è avvenuto con estrema rapidità: la destra, che si considera ancora naturale forza di governo, sa benissimo che l’unità, anche tra accoltellatori e accoltellati, è essenziale per sostenere questo ruolo.

Come reagirà l’Ue? Per ora domina l’indignazione. Ma, molto probabilmente, più di forma che di sostanza. Al dunque, ci sarà un compromesso che, azzardiamo questa ipotesi, terrà largamente conto delle esigenze di Londra.

Per avere qualche elemento di reazione coerente bisognerà attendere almeno un anno. Ci sono le presidenziali in Francia e poi, in autunno, le politiche in Germania, per tacere di possibili referendum in Olanda e in Danimarca. In tutti questi appuntamenti, i gruppi dirigenti al potere non si confronteranno con pressioni politiche di massa ansiose di “più Europa” ma, al contrario, con spinte sempre più forti verso la “disintegrazione”. Conseguentemente, la trattativa, già complessa di suo, avverrà, per così dire, all’interno della stessa trincea, tra quanti intendono abbandonarla e quanti sono incapaci di uscirne per raggiungere nuove e più avanzate posizioni. Questo per dire che, paradossalmente, la gestione della brexit sarà più facile per la Gran Bretagna che per l’Europa; perché la prima potrà forse, pagando prezzi magari pesanti, raggiungere nuovi equilibri, mentre la seconda sembra condannata a tornare indietro. In giro non si vedono progettualità né moti di popolo ma oscillazioni tra pulsioni sovraniste e richieste di radicale riscrittura dei trattati di cui mancano, peraltro, totalmente le basi politiche.

In questo quadro, le tendenze in atto sono potenzialmente destabilizzanti. Perché è in crisi la leadership tedesca (proprio quando sembrava la sola rimasta in campo). E, per altro verso, perché sta venendo meno la funzione di equilibrio democratico esercitata dalle socialdemocrazie. Temi ognuno dei quali meriterebbe una trattazione assai più ampia; e che qui ci si limita a richiamare per accenni.

Oggi la Germania è sotto attacco: all’interno dell’Europa e da parte degli Stati uniti. Nel primo caso è rimessa in discussione la sua funzione di guardiana delle regole. Spagna e Portogallo superano i limiti del deficit consentito: e Bruxelles minaccia sanzioni ma, nel contempo fa sapere che saranno del tutto simboliche. L’Italia chiede flessibilità e deroghe sul bail in: e tutto lascia pensare che le otterrà. Ma a quel punto la rivolta sovranista dell’opinione pubblica tedesca contro l’Europa e contro la Merkel deve ritenersi scontata. Per altro verso la linea del “cordone sanitario” perseguita dalla Nato nei confronti della Russia sta avendo effetti doppiamente destabilizzanti su Berlino. Perché contraddice la tradizionale ostpolitik tedesca, con ovvie ricadute negative sul piano politico ed economico; e perché con le reazioni negative del patrner socialdemocratico, sembra rimettere in discussione la stessa grande coalizione.

In quanto ai socialisti, questi sembrano, un pò dovunque divisi, sino alla paralisi politica, intorno a questioni di schieramento. assieme alla destra repubblicana per salvare le istituzioni e l’Europa così com’è da un populismo distruttivo ? O assieme alle formazioni della sinistra più radicale per recuperare identità e spazio politico? Un tempo, quest’alternativa ci avrebbe coinvolto, intellettualmente ed emotivamente. Oggi, purtroppo, assai meno. Perché è un alternativa che ci lascia tutti in una specie di terra di nessuno: tra un passato – la conquista della democrazia politica – che non siamo in grado di difendere e un futuro – il controllo politico del capitalismo globalizzato – che non siamo in grado di gestire.

Alberto Benzoni

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