martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

LA CRISI CHE NON C’È
Pubblicato il 11-07-2016


Pier carlo Padoan“Ma cos’è questa crisi?” cantava Giorgio Gaber trasformando in un successo una canzone che Rodolfo De Angelis cantava già negli anni ‘30, e che sembra scritta oggi eppure sono in tanti a non credere, o a far finta di non credere, che ci sia tutt’ora una crisi, brutta e cattiva che colpisce un po’ tutta l’economia, italiana ed europea, e in particolare minaccia di far ‘saltare’ alcune banche.

L’ultimo in ordine di tempo a negare la crisi delle banche italiane, legata alla questione delle sofferenze, i crediti non esigibili, è stato il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. Il signor Dijsselbloem, per allontanare le pressioni italiane che vorrebbero sospendere le regole del Bail in e dare un po’ di soldi pubblici alle banche nostrane, prima di tutto al Monte dei Paschi di Siena, ha detto oggi che la crisi italiana “non è acuta e questo ci dà il tempo di trovare una soluzione”. E poi ha aggiuntoi tanto per farsi capire bene: “Le regole regole sono chiare”, e in questo quadro “una soluzione è sempre possibile”, purché si rispetti il quadro regolatorio.

Riuniti da oggi fino a domani – due riunioni, Eurogruppo e Ecofin – i ministri delle Finanze europei a Bruxelles, devono discutere di due grandi temi: il rosso profondo dei conti pubblici in Spagna e Portogallo e i guai all’orizzonte innescati dalla Brexit. Ma il tema a margine di ogni discussione, anche se il nostro ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan si è esposto oggi pubblicamente per negare che il tema sia all’ordine del giorno, è quello degli istituti di credito in sofferenza, in Italia, ma non solo. Ci sono infatti colossi come Deutshe Bank che hanno ‘in pancia’ derivati per un ammontare che è quindici volte il non piccolo Pil tedesco, eppure tutti si preoccupano, a chiacchiere dei 10 miliardi di crediti che Mps deve recuperare in tutta fretta per non incorrere nelle ire del mercato. E proprio dalla Banca tedesca è arrivata oggi informalmente una proposta per un fondo straordinario da 150 mld che dovrebbe servire come rete di protezione in caso di difficoltà eccezionali nel settore. Un qualcosa che dunque si sommerebbe, o affiancherebbe, il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) già esistente e a cui in passato hanno fatti ricorso Spagna e Portogallo per tenere a galla le proprie banche, ma che prevede però anche che in cambio degli aiuti arrivi una troika europea a controllare i conti dello Stato.
Questioni legate assai più alla feroce speculazione finanziaria globale che non alla realtà dei conti delle famiglie, ma che pure sempre nelle tasche delle famiglie finiscono per pesare.

“Le regole sono rigide, nel senso che mettono chiaramente nero su bianco la gerarchia del bail in”, ha detto Dijsselbloem, secondo cui “in quel framework la soluzione è sempre possibile, ma deve essere rispettato il quadro” normatorio. Il problema dei crediti deteriorati “non è nuovo, non ci sono grandi soluzioni, la soluzione va trovata gradualmente” e “la sola cosa importante è che rispettiamo cosa abbiamo deciso insieme, non abbiamo bisogno di mettere in discussione altre cose, c’è già molto mettere in discussione questi giorni”.

Il confronto tra Roma e le autorità monetarie dell’Ue è serrato e coinvolge non solo il destino deglia zionisti di alcuni istituti di credito a cominciare dal Monte dei Paschi, ma anche quelli politici dei governanti. In Germania Angela Merkel non vuole dare l’impressione di cedere alle richieste dei Paesi in difficoltà perché teme di pagare ‘a destra’ alle elezioni politiche dell’anno prossimo, un’arrendevolezza che apparirebbe poco giustificata. Speculare l’impatto sugli altri governi che come quello italiano, temono che i guai delle banche si sommino ai tanti altri già sul groppone. Il tema delle banche italiane in difficoltà, il destino di Mps, sarà inevitabilmente uno dei temi, accanto all’applicazione del bail-in, che oggi e domani vedrà discutere i ministri delle Finanze Ue riuniti per la prima volta dopo la Brexit. La questione però si affettano a dire, non figura all’ordine del giorno delle due riunioni e “qualunque ulteriore speculazione sarebbe forviante”.
È sceso in campo in prima persona lo stesso ministro Padoan dichiarando che non è vero “le banche europee e italiane” siano “all’ordine del giorno né dell’Eurogruppo né dell’Ecofin” dicendosi “sorpreso dai media italiani”. Poi ha ribadito che “il governo italiano sta lavorando per predisporre, e in parte lo ha già fatto, strumenti precauzionali che come dice la parola saranno usati solo se necessario”. “Questi sono i fatti, volevo ristabilire un attimino il focus sui fatti”, ha concluso Padoan tradendo involontariamente proprio con la sua dichiarazione la tensione che si sta accumulando sulla questione. ”Non sono sorpreso dal prezzo delle azioni, viviamo da tempo in tempi di volatilità, compresa la Brexit, sono invece sorpreso che tutti i media pensino che ci sia in agenda qualcosa sulle banche all’Ecofin, ma non c’è niente in agenda”. Padoan ha anche aggiunto di non essere a conoscenza del piano da 150 miliardi evocato da Deutsche Bank.
Intanto mentre il ministro delle finanze tedesco Schaeuble dice ’aspettiamo gli stress test’ prima di decidere, il tema si offre per una nuova zuffa politica in casa nostra.
Il M5S in un post pubblicato sul blog di Beppe Grillo e firmato ‘M5s Parlamento’ afferma che Rocca Salimbeni (Mps, ndr) “potrebbe scatenare una nuova crisi finanziaria globale trascinandosi dietro non solo le altre banche italiane, ma anche colossi esteri come Deutsche Bank”.

Il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, parla della ricerca di spinta pubblica e privati in campo per risolvere il problema e il presidente del Consiglio Matteo Renzi assicura che il governo lavora per stendere una rete di protezione preventiva, da attivare in caso di necessità, con il “pieno supporto” dei partner europei.
Una partita che il Monte dei paschi di Siena vorrebbe giocare il più possibile in autonomia, anche se appare quasi certo un intervento della mano pubblica qualora dovesse diventare inevitabile procedere a un nuovo aumento di capitale. Anche se da qui al 29 luglio si riuscisse a presentare uno schema efficace di gestione degli Npl, i crediti inesigibili (Non Performance Loans) magari utilizzando il fondo Atlante (la vigilanza chiede di smaltire in 3 anni 10,4 miliardi di sofferenze) resta comunque la spada di Damocle dei risultati degli stress test Eba che la banca potrebbe non superare. In ogni caso, secondo il M5S “la creazione di un altro fondo Atlante per comprare una parte dei crediti in sofferenza di Mps non risolverà il problema, ma farà respirare le borse per qualche mese prima di un nuovo tracollo. Più passa il tempo, più il crack sarà devastante”.
Di diverso parere Taddei, secondo cui sulla ricapitalizzazione di Mps “non ci sarà alcun veto” da parte dell’Europa “perché l’articolo 45 della Comunicazione della commissione Ue sul settore bancario autorizza interventi dello Stato nel capitale delle banche in difficoltà, sospendendo il bail in e le conseguenze negative per gli obbligazionisti, quando sia a rischio la stabilità finanziaria del sistema. Le regole Ue sono spesso più avanzate di quanto non si dica”. L’impiego di soldi pubblici in Mps, comunque, non è detto che sia necessario, aggiunge Taddei, per il quale per il nodo delle banche “il governo ha fissato tre paletti ambiziosi e chiari: soluzione di mercato; uso delle regole Ue; intervento di sistema”. E spiega come “il governo si stia adoperando sia per un eventuale nuovo apporto della Cassa depositi e prestiti nel fondo Atlante o Atlante bis che sarà, sia per coinvolgere nuovi soggetti, dalle casse previdenziali alle assicurazioni, perché questo mercato può offrire ottimi rendimenti”.

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