venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Dacca, tre fermi per l’attacco terroristico
Pubblicato il 04-07-2016


Attentato DaccaCerimonia pubblica questa mattina nello stadio militare di Dacca con le 20 bare degli stranieri uccisi – 9 italiani – nell’attentato terroristico di venerdì notte nella capitale del Bangladesh. Alla cerimonia hanno partecipato anche rappresentanti delle autorità italiane, indiane, giapponesi e americane.
E con il secondo giorno di lutto nazionale cresce, in un Paese dove il 95% della popolazione è di religione musulmana, il dibattito attorno al fenomeno del terrorismo di matrice islamica radicale, un pericolo fino a oggi evidentemente sottovalutato.
Uno dei temi più complessi da questa punto di vista è l’appartenenza del commando a una delle più importanti organizzazioni terroristiche internazionali, ovvero se fossero davvero legati all’Isis come si evince da una rivendicazione apparsa subito dopo l’attacco.
I sei uomini – 5 morti e uno ferito e arrestato – che hanno compiuto l’attacco all’ Holey Artisan Bakery, il ristorante di lusso della capitale a due passi dall’Ambasciata italiana, sono tutti ragazzi che appartengono alla crema della società bangladese, compreso il figlio, Rohan Ibne Imtiaz, di un esponente di primo piano del partito di maggioranza, l’Awami League. Suo padre, se è corretta l’identificazione, è Imtiaz Khan Babul.
E il governo in carica tende ad accreditare la tesi che i sette si siano dati al terrorismo per una sorta di ‘moda’, si siano arruolati nelle file della jihad per riempire un vuoto emotivo. Di certo per alcuni mesi hanno lasciato il loro Paese probabilmente per andare a indottrinarsi in qualche campo di addestramento dell’Isis mentre a poco valore l’appartenza alle classi più agiate, quasi ad allontanare il problema di una società dove le ineguaglianze sono fortissime. Tra i terroristi di Al Qaeda ieri e quelli dell’Isis oggi, non è affatto raro trovare alti livelli di istruzione e una provenienza dalle classi più agiate. Anche la questione dell’appartenza ‘ufficiale’ all’Isis – un’etichetta in franchising, come nella storia è avvenuto spesso con le organizzazioni terroristiche – alla fine può risultare fuorviante perché quello che conta alla fine è la rivendicazione e l’effetto emulazione che il messaggio dell’attacco, subito diffuso dagli stessi terroristi sul web, è in grado di provocare.

Quello che davvero conta è, invece, la scarsa capacità del Governo bangladese di prevenire e reprimere il terrorismo. Le autorità hanno sempre negato infiltrazioni delle due più pericolose organizzazioni internazionali nel Paese nel timore di allontanare gli investitori stranieri e il turismo, ma l’attentato di venerdì è purtroppo in grado di smentire questa visione di comodo.

Dal febbraio 2015, quando gli attacchi a intellettuali, blogger, stranieri ed esponenti di minoranze religiose si sono fatti sempre più frequenti nel Paese, tanto l’Isis quanto Al Qaida, hanno fatto a gara nell’attribuirsene la paternità arrivando alla non indifferente cifra di una ventina ciascuno. La rivendicazione tempestiva dell’attacco al ristorante nel quartiere diplomatico di Gulshan-2, subito assicurata dall’Isis tramite ‘Amaq’, l’agenzia di stampa del ‘Califfato’, che ha diffuso anche foto e nomi dei cinque componenti del commando – Akash, Badhon, Bikash, Don e Ripon – aveva anche questo scopo, battere l’organizzazione concorrente.

Secondo la polizia i giovani terroristi erano seguiti da tempo dalle forze dall’intelligence, ma nel Governo emergono delle differenze di opinione. Fino a qualche mese fa la premier Sheikh Hasina ed i suoi ministri escludevano la presenza dell’Isis o di Al Qaida nel Paese, ripetendo che i colpevoli degli attentati non erano altro che i membri dell’opposizione guidata dal Partito nazionalista bengalese (Bnp) della ‘begum’ Zia Khaleda, ed in particolare il suo alleato Jamaat Islami mentre si tenta anche di sedare le polemiche sulla conduzione del blitz che ha portato dopo ore all’uccisione di tutti i componenti del commando, meno uno, e alla liberazione di 13 ostaggi. Di fronte alle accuse di un ritardo nell’attacco, il capo della polizia bengalese AKM Shahidul Haque ha oggi sostenuto che i venti ostaggi sono stati uccisi dai terroristi nei primi venti minuti dell’attacco. “Alcuni dicono che abbiamo agito troppo tardi con il blitz, ma non è vero”. “Abbiamo completato l’operazione in dodici ore mentre in Paesi come il Kenya ci sono voluti quattro giorni prima che si affrontasse una situazione simile in uno dei loro centri commerciali”. Le autorità hanno poi deciso il fermo di altre tre persone e tra queste anche Hasnat Karim, il professore che era nel locale per un compleanno e che è stato ripreso da alcune telecamere mentre fumava in terrazza con i terroristi. Gli autori della strage sono stati studenti della North South University di Dacca, lo stesso in cui insegnava Hasnat Karim.
La Farnesina ha intanto aggiornato la pagina web Viaggiare sicuri: “In considerazione della presenza nel Paese di formazioni di ispirazione jihadista, non si può escludere il rischio di possibili ulteriori atti ostili” e agli italiani presenti nel Paese viene raccomandata la “massima prudenza, in particolare nei luoghi abitualmente frequentati da stranieri e di limitare gli spostamenti, soprattutto a piedi, allo stretto necessario”.
Le salme dei nove italiani uccisi saranno trasferite nel nostro Paese tra domani (martedì) e mercoledì e, una volta a Roma, saranno portate al policlinico Gemelli per le autopsie. Una commemorazione verrà fatta domani dal Parlamento.


Per saperne di più InvisibleArabs

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