martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

De Benedetti,
sentenza di fallimento
Pubblicato il 19-07-2016


Auto, banche, editoria, meccanica, telefoni, finanza, energia, sanità, alimentare, informatica. Carlo De Benedetti, 81 anni, nato a Torino e residente da anni in Svizzera, è uno dei nomi blasonati dell’imprenditoria italiana. L’Ingegnere, denominazione derivante dalla laurea presa in gioventù, è entrato ed uscito da mille attività diverse, a volte con blitz velocissimi o appena meno (Fiat, Banco Ambrosiano, Buitoni, Omnitel). Ma il nome del presidente del gruppo Espresso-Repubblica è legato soprattutto all’Olivetti, un tempo la perla dell’industria elettronica italiana ed europea, la società che inventò e presentò a New York il primo personal computer nel lontano 1965 (era una macchina calcolatrice programmabile da tavolo).
De Benedetti è un personaggio potente e importante dell’aristocrazia imprenditoriale italiana, famosissimo anche all’estero. Per cinquant’anni si è scontrato prima con Gianni Agnelli (l’Avvocato) e poi con Silvio Berlusconi (il Cavaliere), il Gotha del capitalismo nazionale. Ha duellato per l’egemonia sul sistema imprenditoriale italiano non dimenticando la politica. Spinse per la trasformazione del Pci in una forza liberaldemocratica, ha sostenuto successivamente il Pds-Ds-Pd. Ha prima criticato e poi apprezzato Matteo Renzi, conquistatore della segretaria del Pd e quindi della presidenza del Consiglio.
Grandi successi e storiche sconfitte si sono accavallati in cinquant’anni di attività. L’Olivetti, acquistata nel 1978 e ceduta decenni dopo, è un esempio tipico della sua parabola. Prima è arrivata la disfatta industriale, la chiusura del gruppo, un tempo guidato con grandi successi sui internazionali da Adriano Olivetti (all’inizio produceva macchine da scrivere e poi computer), e adesso è sopraggiunta la batosta giudiziaria. De Benedetti, cavaliere del lavoro della Repubblica, è stato condannato in primo grado dal tribunale di Ivrea a 5 anni e 2 mesi di reclusione. Le accuse sono: lesioni e omicidio colposo per la morte di alcuni lavoratori dell’Olivetti affetti da mesotelioma pleurico, il cancro causato dall’amianto usato nella produzione. Sono stati condannati anche Franco, fratello dell’Ingegnere, e alcuni dirigenti dell’azienda. Carlo De Benedetti ha respinto le accuse e ha annunciato ricorso in appello contro la sentenza: «Sono stato condannato per reati che non ho commesso».
La sconfitta giudiziaria è seguita a quella imprenditoriale della morte dell’Olivetti, un tempo un gioiello dell’industria per l’innovazione tecnologica e per il rispetto dei diritti dei lavoratori. Erano scelte volute da Adriano Olivetti, l’imprenditore-proprietario precursore, l’ingegnere visionario attento alle condizioni di lavoro e di salute degli operai. Mercato e politica, per il figlio di Camillo fondatore dell’azienda, potevano andare d’accordo: teorizzò l’esigenza di reinvestire i profitti in favore della collettività dei lavoratori. Fece scelte coraggiose in politica: partecipò, assieme a Pertini, Parri e Carlo Rosselli, al salvataggio del leader socialista Filippo Turati, sottraendolo alle carceri fasciste.

Vittorie e capitomboli. Le coincidenze, alle volte, sono strane. Carlo De Benedetti, appena qualche giorno fa, ha puntato il dito contro i fallimenti della classe dirigente italiana, perché negli ultimi anni le disuguaglianze sociali sono diventate troppo alte e perché la crisi economica resta e la disoccupazione rimane alta. L’Ingegnare ha detto al ‘Corriere della Sera’: il fallimento «non è certo colpa di Renzi; ma Renzi, come me, fa parte delle élite. E la gente se la prende con lui dopo due anni di governo». Tuttavia, come in passato, è tornato a parlare di politica ed ha anche indicato al presidente del Consiglio le sue ricette per superare le crisi in politica estera, interna, istituzionale, finanziaria ed economica.

Niente male per chi ha sulle spalle non poche sconfitte su vari fronti. De Benedetti alcuni anni fa ha lasciato tutte le cariche dirigenziali al vertice del suo gruppo e ha mantenuto solo l’incarico nell’editoria: è presidente della galassia Espresso-Repubblica (il settimanale, il quotidiano romano, i giornali e le radio locali). Anche nell’editoria l’Ingegnere ha la sua ricetta per superare la crisi: tagliare (l’occupazione giornalistica) e concentrare l’informazione (la fusione con “La Stampa” e il “Secolo XIX” è in corso d’opera). Sono scelte già note e praticate con esiti non entusiasmanti, non sembrano decisioni di risanamento e di sviluppo, ma di ridimensionamento con conseguenze pericolose. Una cosa è certa: negli ultimi nove anni “la Repubblica” e “l’Espresso” hanno visto il tracollo delle vendite e dell’occupazione.

Rodolfo Ruocco

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