martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

De Sanctis e la passione
per la giovane Teresa
Pubblicato il 01-07-2016


Francesco De SancrtisDifficilmente i grandi autori studiati a scuola, quelli che ci insegnano a chiamare classici, vengono raccontati nei loro aspetti più insoliti e quotidiani, per renderli umani e farli sembrare simili ai giovani che li leggono per obbligo e non di rado li rifiutano perché presentati con un linguaggio specialistico, arido e polveroso. Fa bene perciò Paolo Orvieto nella biografia critica su Francesco De Sanctis (Salerno editrice, Roma 2015, pp.268, € 15,00) a dedicare poche, ma significative pagine alla passione amorosa del fondatore della critica letteraria (oltre che uomo politico e Ministro dell’Istruzione nel governo Cavour e poi in quello di Benedetto Cairoli) per la quindicenne Teresa de Amicis. Una passione amorosa nata quando, esiliato lontano dalla sua patria napoletana, il De Sanctis insegnava all’istituto Elliot di Torino.
Allontanatosi da Torino per Zurigo, dove gli era stata offerta una cattedra, qui De Sanctis mal sopporta vivere tra colleghi e studenti che hanno abitudini assai differenti dalle sue ed è tormentato dal ricordo dell’amore che nutre per la sua ex allieva, alla quale il 22 luglio del 1856 scrive: “Se sapessi o Teresa che cosa è una vostra lettera per me! Se sapessi con che impazienza attendo una tua lettera, come la divoro con gli occhi, con quanta delizia ne studio ogni frase, ne indago ogni sentimento, e quando mi trovo oppresso dalla noia o dal dolore, che grande medicina è per me prendere una tua lettera in mano…”.
E ancora qualche settimana dopo, il 10 agosto: “E pensare che tu mi ami, ch’io sono amato da Teresa, che non ci è persona che tu abbi sì cara, che mi amerai sempre. In verità, quando talora io cado nell’usata tristezza, me ne rimprovero, e dico: Sciocco! Di che ti lagni! Ci sono tanti più degni di te: e quale uomo è così amato? Ti ringrazio, Teresa, tu mi dài un po’ di coraggio; comincio a lavorare con piacere; sono meno tristo…”.
Come tante altre allieve che frequentavano l’istituto Elliot della città subalpina, la giovanissima Teresa è rimasta affascinata dal professore De Sanctis, ma non dal trentanovenne uomo che non sente come possibile marito, se è vero che la ragazza preferisce le feste e i balli del carnevale, piuttosto che tormentarsi e soffrire per il suo ex professore lontano, come si legge in una lettera del De Sanctis del 4 marzo 1857 (l’ultima, delle ventuno lettere indirizzate a Teresa) piena di sconforto: “Ti confesso Teresa, che fra le diverse ragioni, con le quali cercavo spiegarmi il tuo silenzio, non m’era venuta innanzi la più naturale, i divertimenti del carnevale. M’hai tolto un pensiero di dosso. Potevi scrivermi una riga per tranquillarmi. Mentre ti abbandonavi alla gioia del ballo, e ti pareva di staccarti dalla terra e levarti in paradiso, non ti venne mai innanzi l’immagine di un poveretto, che per cagion tua menava giorni d’inferno?[…] ti sei divertita, manco male; contenta tu, contento io; non penso più a quello che ho sofferto, sicuro che tu mi scriverai sempre, fosse anche una mezza riga, ma sempre, Teresa”.
La passione amorosa del De Sanctis per Teresa de Amicis non fu agevolmente metabolizzata, se è vero che l’acuto indagatore della nostra storia letteraria sul giornale livornese “Il Romito” del 24 settembre 1859 pubblicherà la poesia
Corinna, dove non è difficile cogliere forti accenti leopardiani nell’accusa rivolta all’amata di concedersi alle feste mondane e ai “saettanti sguardi” degli ammiratori e perditempo, folgorati con “un raggio d’amor, che t’abbaglia”. Mentre a Teresa “par tutto/Festa intorno e piacer[…]/ Piacer, lusinghe, amori, infin che tutta/ Di voluttà la coppa avrai bevuta”, il povero De Sanctis l’ammonisce che prima o poi “Appassiscon le foglie, infin che nudo Stelo/ calpesto è il fiore”; perciò sarebbe più opportuno invece che la fanciulla coltivasse altri “tesori”: “bontà, virtù, saper”. E tuttavia questa esperienza sentimentale a cui De Sanctis “si abbandonò col candore e il calore di un adolescente” – come scrisse Mario Fubini – produsse un effetto catartico sul Nostro. Contribuì a fargli raggiungere un equilibrio meno precario e a farlo diventare un uomo meno astratto e incline ai sogni. Gli permise di ritrovare quello “scopo della vita” sul piano storico politico che aveva vagheggiato al tempo della passione per Teresa. Non a caso a Mathilde Wesendonck, amata da Wagner e ispiratrice della sua Isotta, con cui de Sanctis mantenne una corrispondenza epistolare anche dopo la sua partenza da Zurigo, l’autore della celebre Storia della letteratura italiana scriveva nell’ottobre del 1860: “Se mi vedeste, non mi riconoscereste più. La mia malinconia e apatia, i miei reves, le mie titubanze, tutto è sparito; io lavoro dalla mattina fino alla sera[…] lavoro con la consolazione di far molti felici, adorato soprattutto dalla bassa gente… Mi trovo slanciato in un altro mondo, e ci godo, e ci rivivo: l’anima mia che stagnava si sente ringiovanire, e insieme con l’anima il volto. Oh quante cose vorrei dirvi!…”

Lorenzo Catania

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