venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Dopo il terrorismo e Brexit, ripensare l’Unione Europea
Pubblicato il 01-07-2016


UEI fatti tragici che, per iniziativa di gruppi terroristici, si sono verificati nei mesi scorsi nei Paesi dell’Unione Europea, facenti parte della lista dei “Paesi Crociati”, così denominati perché individuati come i nemici storici dei popoli di religione islamica, avrebbero dovuto indurre a riflettere sullo stato dell’Unione e sul processo sperimentato nella realizzazione della sua integrazione politica. Tutti Paesi europei, pur subendo ormai da tempo la minaccia terroristica, sino ad essere costretti, a volte, a porre seri limiti alle libertà che connotano l’organizzazione della loro vita sociale, hanno mostrato, invece, la più assoluta incapacità di organizzare una risposta unitaria efficace e credibile, quantomeno sul piano difensivo, contro chi minacciava l’integrità fisica dei loro cittadini.

La mattina del 24 giugno, la notizia della vittoria del “leave” sul “reamain” del Regno Unito dall’Europa, avrebbe dovuto indurre i rappresentanti politici dei principali Stati firmatari dei Trattati del 1957 a prendere sul serio la necessità di compiere un deciso “scatto in avanti” sulla via della tanto agognata integrazione politica dell’Europa. Sennonché, al di là delle molte dichiarazioni preoccupate con cui la Brexit è stata accolta, ciò che maggiormente è sembrato preoccupare i responsabili delle politiche interne di Germania, Francia e Italia sono stati i probabili effetti immediati sul piano economico; al punto che, anziché considerare in positivo la fuoriuscita del Regno Unito dall’Europa e la liberazione dell’agenda politica europea dagli effetti negativi dei molti “opt-out” che nel tempo la Gran Bretagna ha sempre ottenuto rispetto ai rimanenti Stati membri, sta prevalendo la tendenza a riflettere sul come evitare l’esito del referendum del 23 giugno; referendum che David Cameron, per puri calcoli elettoralistici, si era impegnato di indire, pur temendo il risultato che poi è emerso dalle urne, per accattivarsi i voti della parte del partito conservatore favorevole alla Brexit.

Quanto sia stato poco lungimirante il premier inglese lo dimostra oggi il fatto che molti elettori che si sono espressi per il “leave” gridano d’essere stati imbrogliati da notizie false, mentre una parte del Regno, la Scozia, dichiara addirittura che non intenderà uscire dall’Europa, mentre Cameron che, dopo il risultato referendario, avrebbe dovuto dimettersi, è ancora saldamente al suo posto. Al di là degli scontenti del “giorno dopo”, occorre comunque prendere atto delle affermazioni dello storico Donald Sassoon, secondo i quale il Regno Unito non si è mai identificato con l’Europa nelle sue varie incarnazioni, anche se la sua adesione nel 1973 era stata approvata, nel 1975, a larga maggioranza da un precedente referendum. Da allora – afferma Sassoon – “non siamo tanto cambiati noi, è cambiata l’Unione, aggiungendo elementi a quella che era all’inizio solo un’alleanza commerciale ed economica. Così il Regno Unito è rimasto fuori dall’euro, fuori da Schengen, fuori da altri accordi”; in altre parole, di fatto, fuori dall’Europa, per cui il risultato del 23 giugno deve considerarsi la ratifica di una situazione già esistente.

Quali sono gli ostacoli che, pur in presenza di una reale minaccia del terrorismo hanno impedito un effettivo passo in avanti nell’organizzazione della tanto “sbandierata” politica di sicurezza e difesa comune dell’Unione Europea? Tale politica di sicurezza, divenuta parte integrante della politica estera dell’Unione a partire dal Trattato di Lisbona del 2007, tra i cui obiettivi era indicata appunto la creazione di una comune capacità di difesa, rappresentava una plausibile occasione per riprendere con forza il cammino verso l’integrazione politica. Secondo il Trattato, tutti i Paesi europei avrebbero dovuto mettere a disposizione dell’Unione le loro capacità civili e militari per attuare un sistema di difesa comune, qualora il Consiglio europeo avesse deciso di costituirla, previa una deliberazione presa all’unanimità. Ma come poteva essere prevista un’unanimità su un argomento rispetto al quale, Regno Unito in testa, alcuni Paesi europei non hanno mai inteso farne una materia oggetto di decisioni comuni?

Nel momento in cui era massimo il pericolo del terrorismo, una difesa comune dei Paesi dell’Unione contro le minacce esterne avrebbe dovuto rivestire una particolare importanza, perché sarebbe dovuta servire, tra l’altro, a garantire la sopravvivenza, sia pure minimale, dell’originario disegno dell’unificazione europea; ma, come nella soluzione dei problemi economici, l’organizzazione della difesa comune ha scontato il prevalere dei particolarismi nazionali sull’interesse generale europeo. Per questo motivo, di fronte all’incapacità di portare avanti una qualsiasi azione nel segno di un avanzamento sulla via dell’auspicata integrazione, occorrerà riflettere criticamente sul modo in cui si è proceduto sinora per il raggiungimento dell’obiettivo.

Si osserva che, dopo il successo iniziale dei Trattati della CEE, alla fine degli anni Cinquanta, tutti gli Stati membri di allora hanno conseguito sostanziali benefici economici e sociali; questi sono valsi a consolidare il convincimento che i Trattati esprimessero, come viene detto da Marco Patriarca (“L’Unione Europea daccapo”, in “Nuova Storia Contemporanea”, n. 5/2015), “tutte le ragioni per fornire anche la basi giuridiche e regolamentari di una Nuova Europa. Tutto ciò ha dato luogo a un fervore normativo, didattico-dottrinario e poi legislativo, che ha prodotto il cosiddetto acquis communautaire, un corpus normativo, una prassi e un modo di affrontare il problema della compatibilità tra le varie normative nazionali”, che avrebbe dovuto costituire la “via maestra” da percorrere, per realizzare l’unità politica tra tutti gli Stati firmatari dei Trattati originari.

Sia pure col senno di poi, considerato quanto è avvenuto in questi ultimi anni e soprattutto considerata la decisone del Regno Unito di uscire dall’Europa, non sembra che il fervore originario suscitato dai Trattati comunitari, che ha animato successivamente l’azione delle istituzioni europee, in particolare quella della Commissione di Bruxelles, abbia indotto a valutare attentamente il contributo critico dei giuristi, dei sociologi, e persino degli antropologi, che “al di fuori della politica, avevano anticipato quasi tutti i problemi nascenti da una nuova Europa Unita”.

Ciò, perché le istituzioni comunitarie, nel perseguire il raggiungimento dell’unità politica dei diversi Paesi firmatari dei Trattati costitutivi, non hanno attentamente considerato se fosse mai stato possibile sostituire “alle fonti nazionali del diritto” una “super-fonte comunitaria a Strasburgo”, rispettosa, sì, dei diritti nazionali, ma prevalente in settori chiave di ogni nazione, quali quelli economici, finanziari e di difesa; esse, cioè, non avrebbero attentamente valutato se, attraverso l’adozione di una super-fonte comunitaria sul piano giuridico, fosse stato possibile avviare un processo in grado di generare “finalmente l’integrazione europea e l’’unione sempre più stretta’ vaticinata quasi ossessivamente dal Trattato di Lisbona”.

Ciò che, nell’assunzione degli impegni fissati nel 2007 a Lisbona, è stato forse sottovalutato, è consistito nel fatto che l’aspirazione a realizzare l’unità politica non poteva allora, dati i tempi, che essere improntata al realismo, per attenersi alla logica della sola realizzazione di “un comune sviluppo economico”, considerato che questo era l’unico aspetto riguardo al quale i parlamenti nazionali trovavano minori difficoltà nel recepire le decisioni degli organi comunitari.

Le implicazioni unitarie più generali risultavano essere di minore interesse, anche per via del fatto che i successi delle azioni comunitarie sino ad allora sperimentate avevano avuto l’effetto di diffondere tra i popoli europei un senso di appagamento che li ha indotti a non porsi obiettivi che non fossero riconducibili alla rimozione degli stati di bisogno avvertiti con maggiore urgenza e alla conservazione di una condizione di pace sia nelle relazioni interne, che in quelle esterne al progetto comunitario.

La vocazione a realizzare l’unità politica era stata rilanciata alla fine degli anni Ottanta; ma dopo il fallimento del Trattato costituzionale europeo del 1995, che avrebbe dovuto unificare politicamente l’Europa, il Trattato di Lisbona, che di quello fallito del 1995 ha ereditato le finalità, ha confermato il ritorno alla prassi tradizionale delle istituzioni europee (Parlamento e Commissione) e dei parlamenti nazionali; questi ultimi, però, anche a causa delle crescenti difficoltà economiche di alcuni Paesi, hanno sperimentato, in sostituzione della loro passata acquiescente apertura alle decisioni di Bruxelles, un crescente logoramento, causato della sterile contrapposizione tra maggioranze e minoranze che ne hanno bloccato la capacità decisionale ogni qualvolta sono stati chiamati ad approvare direttive europee su temi aventi un carattere specificamente nazionale.

Ciò è avvenuto per via del fatto che mai le istituzioni europee, in accordo con tutti i governi dei Paesi aderenti all’Unione, hanno tentato, al di là delle ricorrenti dichiarazioni d’intenti, di lanciare concretamente una proposta per la realizzazione dell’unità politica attraverso la fondazione di uno Stato Federale Europeo che, in luogo delle decisioni fatte calare dall’alto sui singoli Paesi, fosse risultato strumentale allo svolgimento di processi decisionali solidaristici, maturati dal basso, maggiormente compatibili con le specificità politiche, sociali ed economiche dei singoli Paesi, per l’assunzione di scelte partecipate e condivise.
Nelle more della realizzazione dello Stato Federale, se l’azione delle istituzioni europee e dei parlamenti nazionali fosse valsa a favorirne la qualificazione in senso federalistico, alcuni Stati europei, o tutti insieme, nei casi di emergenza come quelli che i popoli europei da tempo stanno vivendo, nella prospettiva di vederne accrescere l’intensità e la pericolosità, avrebbero potuto attivare alcune iniziative fuori dalle incertezze che ne avessero impedito una loro pronta traduzione sul piano operativo.

La fuoriuscita del Regno Unito dall’Europa, sia ora l’occasione, non tanto di perdere tempo per rimediare ai danni economici che Brexit potrà produrre, ma per riflettere ab imis sulla necessità di una rivisitazione del complessivo disegno europeo originario. Come osserva Jacques Attali, non ci si può più accontentare di puntare tutta l’attenzione sul mercato unico interno; ciò, perché non si può più pensare di realizzare una Europa unita così come è stata immaginata in passato. Per il rilancio del progetto originario sarà necessario che i principali Paesi fondatori, Germania, Francia e Italia, formulino da subito un nuovo impegno, per dare innanzitutto un segnale forte sulla sicurezza e, in secondo luogo, per concentrare gli sforzi perché la riproposizione del disegno europeo sia ritagliata sull’Eurozona.

Ciò significa che i tre Paesi non dovrebbero perdere tempo su come ritardare la fuoriuscita del Regno Unito e su come “ammansire” i recalcitranti Paesi dell’Est, divenuti “europeisti della domenica”, solo per convenienza e per trovare una valida protezione contro le mire del Paese che per quasi cinquant’anni li ha tiranneggiati. Puntare sul potenziamento dell’Eurozona, significherebbe facilitare il processo d’integrazione per via del fatto che i problemi da affrontare riguarderebbero i 19 Paesi che ne fanno parte e non più i 28 dell’Unione; ma significherebbe anche proteggere l’area dell’euro per evitare che il possibile indebolimento della moneta unica rispetto al dollaro causi il rilancio della moneta americana come “bene rifugio” e il pericolo di fuga dei capitali dall’Europa. A ciò va aggiunto che la stabilizzazione e la protezione dell’Eurozona varrebbe anche ad evitare che il diffondersi dei movimenti populisti ed euroscettici in alcuni tra i 19 Paesi causino nuove “uscite”, il cui accadimento segnerebbe definitivamente la fine di ogni discorso sugli Stati Uniti d’Europa.

Gianfranco Sabattini

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