venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Dopo la Brexit. L’Europa
tra flessibilità e rigidità
Pubblicato il 19-07-2016


europa unitaLa decisione del Regno Unito di uscire dall’Europa ha segnato uno spartiacque; è probabile che la vittoria per il “leave” sia desinato a non produrre effetti immediati, ma la decisione, come da molti osservatori viene sottolineato, costituisce una “rottura” netta riguardo al modo in cui perseguire, semmai sarà possibile, un obiettivo che sia in qualche modo portatore degli ideali dei padri fondatori dell’attuale Unione Europea.
A livello internazionale, in termini più serrati dopo il vittoria del “leave” sul “remain” del Regno Unito, prosegue il dibattito su cosa occorrerebbe fare per rilanciare ciò che si è inteso di realizzare con i Trattati europei degli anni Cinquanta. Walter Hallstein, primo presidente della Commissione Europea tra il 1958 e il 1967, all’inizio degli anni Sessanta dichiarava che con Trattati i padri fondatori hanno immaginato un’Europa che non fosse un’alleanza di Stati nazionali, né soltanto un’area economica, ma la costruzione di una rete di regioni libere, che comportasse il superamento del divario tra “nazioni grandi e potenti e nazioni piccole e politicamente impotenti”.
Cosa è stato realizzato dell’auspicio di Hallstein? Ben poco; a tal punto che molti dei Paesi che originariamente hanno condiviso gli obiettivi dei Trattati, oggi sono propensi ad imitare il Regno Unito. Come è possibile evitare che l’Unione corra seriamente il rischio di una disintegrazione? All’interrogativo vengono date risposte alternative: alcune propongono “rigidamente” la ripresa, con determinazione, del processo di integrazione politica; altre, più realisticamente, auspicano una revisione del progetto originario, per la realizzazione di una “Europa flessibile”.
Ulrike Guérot, direttrice dell’”European Democracy Lab presso la European School of Governance di Berlino”, in “Pensiamo un’altra Europa” (Limes n. 6/2016), sostiene che, dopo il “tradimento” dell’ideale dei padri fondatori, l’Unione ha accusato un “grave deficit democratico”. Al momento, pertanto, ciò di cui “l’Europa e i suoi cittadini hanno maggior bisogno in questi giorni sono il coraggio e la fiducia”; urgenza, questa, che impone alle classi politiche dei Paesi europei la necessità di procedere ad una riflessione sul come rovesciare l’assetto attuale dell’Unione, che valga a riproporre ciò che l’”Europa, in origine, doveva essere: un progetto per il superamento degli Stati nazionali”
A parere della Guérot, le crisi che da tempo si susseguono all’interno dell’Unione non sono gli esiti fatali di un destino avverso, ma quelli dovuti all’assenza di un’Europa politica. Oggi, perciò, il problema da risolvere è quello di pensare quale Europa si vuole realizzare oltre l’UE; ovvero, se si vuole “costruire un’Europa democratica e sociale che risponda ai principi fondamentali della democrazia”. La soluzione del problema, perciò, dovrebbe consistere nella costruzione di una “reale democrazia post-nazionale”, ossia di una completa riorganizzazione istituzionale e politica del Vecchio Continente.
Secondo la Guérot, tutti i sociologi e politologi europei, con Jürgen Habermas in testa, sottolineano che all’Unione è venuta meno una “legittimazione interna dei suoi assetti istituzionali”, nonostante che il Trattato di Maastricht abbia fissato i termini affinché l’Unione Europea fosse un’unione di cittadini e di Stati; di fatto, però, è stata realizzata solo un’unione di Stati e non di cittadini. Ciò ha comportato che gli Stati potessero continuare ad esistere e ad operare, in considerazione del fatto che solo essi avevano potere decisionale nel Consiglio europeo, alle cui delibere, il Parlamento europeo, privo di ogni potere legislativo, non poteva opporsi. Se non si vuole abbandonare quanto sin qui è stato realizzato, sottolinea la Guérot, occorre realizzare un sistema democratico europeo che risponda ai requisiti della logica di funzionamento della democrazia propria dello Stato sociale di diritto.
Un serio balzo in avanti sulla via della realizzazione di un sistema democratico europeo può essere compiuto solo mirando a realizzare una struttura istituzionale dell’Unione, in cui i cittadini siano realmente sovrani, prendendo atto del fatto che “non saranno mai gli Stati nazionali a fare l’Europa, bensì i cittadini europei, poiché soltanto loro hanno diritto a esercitare la propria sovranità”.
In questa prospettiva di rifondazione dell’Europa, l’elemento nazionale dovrebbe essere adeguatamente sostituito dall’elemento regionale; ciò perché, a parere della Guérot, attraverso una più proficua valutazione delle regioni, può essere meglio garantita l’identità delle singole culture europee, fugando in questo modo tutte le paure connesse al discorso di “una forzata e artificiale identità europea”; in questo modo, l’identità culturale rimarrebbe prerogativa delle singole regioni, mentre l’auspicata repubblica europea, organizzata su basi federalistiche, consentirebbe ai suoi cittadini di “abitare sotto un unico tetto”, giuridicamente uguale, ma culturalmente diversificato, che permetterebbe di realizzare la tanto auspicata unità politica, diversificata nella molteplicità delle culture.
La proposta della Guérot, pertanto, s’inquadra nel solco della tradizione sinora prevalsa, che però ha solo consentito di esorcizzare gli esiti negativi dei momenti di crisi dell’Unione, sostenendo in coro, acriticamente, la necessità di superarli attraverso una maggiore integrazione politica degli Stati membri. È accaduto così che, per più di una generazione l’Europa abbia costituito, come afferma Brunello Rosa in “Qui si fa l’Europa o si muore” (Limes, n, 6/2016), un “desiderio immaginario” (a phantastic object), che ha indotto le istituzioni dell’Unione e prendere delle decisioni, senza considerare in alcun modo i costi e le incoerenze che le stesse avrebbero comportato; come quella, scoperta ”col senno di poi”, a suo tempo assunta, di ammettere nel 1973 il Regno Unito a fare parte della Comunità economica Europea, senza valutare le reali ragioni opportunistiche che hanno spinto allora il Regno Unito a “bussare alla porta” cella Comunità.
Nel 1973, la perfida Albione, a parere di Rosa, “ha fatto un calcolo molto preciso: ha deciso di aderire in forma limitata a un mercato unico quando la sua economia cadeva a pezzi”; il Regno Unito ha deciso di “scambiare un po’ della propria sovranità con l’accesso al mercato unico”, senza però mai credere al sogno continentale dell’Europa politica, chiamandosi fuori non appena “ne ha scorto l’ombra”. Ancora più pragmaticamente, sempre secondo Rosa, la Gran Bretagna si è allontanata dal disegno europeo, non appena l’Unione (che nel frattempo aveva sostituito la Comunità Economica Europea) ha incominciato a trasformarsi da luogo in cui si cercava di conciliare legittimi interessi nazionali a luogo della mediazione, con cui tenere in piedi il “desiderio immaginario” di un’Europa politicamente unita. Non è stato, quindi, solo il Regno Unito ad allontanarsi dall’Europa, perché anche quest’ultima, con tutte le sue finzioni, si sarebbe resa “scomoda” per un Paese uso a fondare la sua credibilità sulla legittimazione delle sue istituzioni a livello internazionale.

Stando così le cose, Rosa ritiene che sia necessario rispondere alla domanda: quale configurazione dovrebbe assumere la prosecuzione del progetto dell’Europa unita, permettendo in futuro che Paesi come la Gran Bretagna possano aderirvi, oppure, se già vi hanno aderito, decidere di abbandonarlo? Per decenni, si è pensato che i “destini dell’Europa fossero determinati dal grado di integrazione tra i Paesi europei”, ma l’esito del referendum britannico ha chiarito una volta per tutte la fallacia di questo convincimento; la pretesa di risolvere le crisi ricorrenti (ultima, ma non la sola, quella dei migranti) invocando una maggiore integrazione si è trasformata in motivo di fuoriuscire dall’Europa per i Paesi che non l’hanno mai condivisa. Occorre perciò – come osserva Rosa – un’altra prospettiva di azione per consentire all’Unione di sopravvivere; in altri termini, occorre che i Paesi, che ancora sono interessati alla conservazione dell’Unione, adottino una prospettiva di azione politica futura che sia più flessibile rispetto a quella prospettata dalla Guérot.
A parere di Rosa, infatti, il disegno europeo potrebbe sopravvivere al perseguimento di una maggiore integrazione, solo adottando una maggiore flessibilità nella sua organizzazione complessiva, potenzialmente a “geometria variabile”. In tal modo, l’Europa dovrebbe “essere pensata come un sistema di centri concentrici”, con al suo centro il cerchio ristretto dei Paesi dell’Eurozona, dando a questi la possibilità di uscire, ma di rimanere nel secondo cerchio più esterno formato dai Paesi aderenti all’attuale UE che non vogliono adottare la moneta unica, senza però condividere una maggiore integrazione (tra questi potrebbero rientrarvi Paesi come la Gran Bretagna, quelli euroscettici, come l’Olanda, la Svezia e la Danimarca e ed i turbolenti Paesi dell’Est europeo. Del cerchio più esterno dovrebbero far parte tutti quei Paesi (Turchia, Ucraina ed altri) che con l’Europa vogliono realizzare una qualche forma di associazione, ma che nell’UE non sono ammessi, per il veto degli attuali membri, o per il divieto a farne parte perché ricadenti in altre ”sfere di influenza”. Un’Europa a cerchi concentrici rappresenterebbe, a parere di Rosa, un progetto molto più concreto, in quanto dotato di una maggior flessibilità, di quello fondato rigidamente sul perseguimento dell’integrazione politica di tutti gli attuali Paesi aderenti, prescindendo dai costi e dalle incoerenze politiche che esso comporta (cioè, per realizzare una ever closer union, no matter what).

Se le probabilità di portare a compimento il progetto europeo secondo la prospettiva rigida indicata dalla Guérot sono molto basse, per via delle resistenze che essa solleva in molti degli attuali residui 27 Paesi che fanno parte dell’UE, altrettanto poco realistica appare la prospettiva indicata da Rosa. Le scarse possibilità di successo del modello flessibile a cerchi concentrici sono, come sottolinea lo stesso Rosa, dovute all’assenza, non solo “di una classe dirigente capace di perseguire obiettivi tanto ambiziosi e per il progressivo rafforzarsi di movimenti populisti europei, che mirano invece ad accelerare i processi di disintegrazione”; ma anche e soprattutto per l’incoerenza e la spregiudicatezza di molti tra gli Stati dell’Eurozona, quella cioè che dovrebbe costituire il “cerchio ristretto” nell’attuazione del modello di organizzazione più flessibile del progetto europeo, di fare parte di “alleanze occulte” con altri Paesi esterni all’UE, per il perseguimento di vantaggi globali, spesso incoerenti rispetto agli impegni che dovrebbero assolvere nei confronti degli altri Paesi impegnati sul fronte della realizzazione dell’Unità politica dell’Europa.

Tra i Paesi dell’Eurozona, Germania e Francia sono quelli che rappresentano la maggiore incognita circa le loro reali intenzioni di voler portare a compimento l’unità politica dell’Europa: la Francia aspira da sempre a raggiungere un improbabile status di grande potenza globale, mentre la Germania, tende ad intessere relazioni extracomunitarie per il continuo rafforzamento dei suoi interessi economici, finanziari e commerciali. Questi due Paesi, in modo particolare, fanno parte, a titolo diverso, dell’”Alleanza a geometria variabile dei Five Eyes”, un patto originario, stretto nel 1946, tra gli Stati Uniti e Gran Bretagna per il “controllo” delle comunicazioni globali; accordo al quale, in momenti successivi, sono stati associati Australia, Canada e Nuova Zelanda.

La Germania non occuperà un posto di rilievo in seno all’”Alleanza Five Eyes”, ma è certo che i suoi “apparati di intelligence” ricevono dall’interno dell’”Alleanza” molte più informazioni di quante non ne ricevano gli altri Paesi dell’attuale Unione Europea. La Francia, dal canto suo, ubbidendo alle proprie pulsioni di “grandeur”, si vorrebbe “alleata, ma non allineata” con l’organizzazione “Five Eyes”, ma la sua aspirazione ad accreditarsi, in concorrenza con la Germania, almeno come “europotenza”, la costringe a seguire logiche decisionali non sempre in linea con la soluzione dei problemi dell’Europa.

In conclusione, se anche i Paesi europei, che per ragioni diverse dovrebbero esercitare un “peso” rilevante sulle decisioni riguardanti la prosecuzione del processo di integrazione europeo, “trescano” con “Paesi terzi”, né il progetto proposto dalla Guérot, né quello proposto da Rosa potranno avere una qualche probabilità d’essere accolti per essere prontamente attuati. Ciò perché, Germania e Francia sono prone alle strategie di chi, come l’Inghilterra del passato, cui oggi si aggiungono gli USA, sono avverse all’unità dell’Europa: l’Inghilterra, come sempre, in nome della sua avversione alla formazione di una qualche superpotenza continentale a guida francese, tedesca o russa, e ora in nome della propria sicurezza, sovranità e identità; gli USA, in nome della propria aspirazione a conservare la propria primazia, non solo economica, a livello globale.

Gianfranco Sabattini

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