domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Egitto, possiamo fare di più
per difendere i diritti umani
Pubblicato il 05-07-2016


Conf stampa Mansour Abdelrhaman

Da sinistra: Noury, Palazzotto, Mansour, traduttore, Locatelli, Bolini

Il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, richiamando il nostro ambasciatore a Roma, aveva promesso che questo sarebbe stato solo il primo atto in un cambiamento in peggio dei nostri rapporti con l’Egitto, se non si fossero fatti passi in avanti per la verità sulla morte del giovane Giulio Regeni sequestrato, torturato e ucciso con ogni probabilità da uomini interni ai servizi di sicurezza egiziani. Purtroppo sono passati due mesi e dal Cairo non è arrivata nessuna buona nuova e il timore, a cinque mesi dalla terribile fine di Regeni, è che il silenzio si trasformi in indifferenza e poi in dimenticanza.

A ricordarci qual è la situazione in Egitto e quali sono le condizioni in cui è maturata la vicenda Regeni, è stato oggi Abdelrahman Mansour, un blogger e attivista dei diritti umani ospite dell’Arci e invitato per una conferenza stampa alla Camera dei Deputati. Un’occasione utile anche per ricordare cosa l’Italia e la comunità internazionale possono fare per aiutare gli egiziani; presenti Raffaella Bolini, dell’Arci, Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, e i deputati Pia Locatelli, presidente del comitato per i diritti umani e Erasmo Palazzotto, vicepresidente della Commissione esteri della Camera.

Il quadro dipinto da Mansour che è stato coautore di “We are all Khaled Said”, la pagina politica su Fb più letta del Medioriente, esule negli Stati Uniti dopo la defenestrazione di Morsi e la salita al potere del generale Al-Sisi, è desolante. Fu proprio quella pagina di Fb a promuovere l’appello che contribuì alle manifestazioni che il 25 gennaio del 2011 portarono alla caduta del regime di Moubarak e da allora le cose sono costantemente peggiorate. Mansour snocciola un elenco interminabile di arresti, sparizioni, sentenze capitali. “Solo nel primo anno del governo di Al-Sisi – ricorda – ci sono stati 289 casi di tortura e 16 casi di violenze sessuali” a danno di giovani fermati dalla polizia dice, e ricorda anche che ci sono ancora in carcere i due avvocati che si erano occupati del caso Regeni.
“Chiediamo di alzare la voce contro la dittatura”, “chiediamo all’Italia di fermare anche il trasferimento di quel software che serve allo spionaggio elettronico e oggi utilizzato” per le politiche repressive contro l’opposizione e i dissidenti.

E con Mansour sia Noury che Palazzotto che Locatelli, fanno l’elenco degli atti concreti che l’Italia, come la Comunità internazionale, può fare dopo il richiamo dell’ambasciatore al Cairo. In testa la sospensione di tutte le forniture di armi e non solo dei pezzi di ricambio usati per gli F16 (che il parlamento si appresta a decidere in queste ore, ndr) oltre al blocco del software per lo spionaggio elettronico, ma anche la sospensione degli accordi bilaterali che fanno sì che l’Italia possa rispedire in patria i migranti egiziani, definendo l’Egitto un Paese ‘non sicuro’. Insomma ripetono insieme dobbiamo far sentire di più la nostra voce in Europa e dobbiamo, sottolinea la deputata Pia Locatelli, fare in modo di ‘proteggere i difensori dei diritti umani’, un passo essenziale su una strada che l’Italia ha già imboccato attivando un coordinamento europeo e rispondendo affermativamente a tutte le richieste di incontro che giungono al nostro parlamento. “L’Italia può e deve offrire protezione” perché dopo il caso Regeni non siamo noi che dobbiamo sentirci isolati, ma l’Egitto di Al-Sisi.

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