giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’Egitto che fa paura: sparizioni forzate e torture
Pubblicato il 13-07-2016


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Giulio Regeni

“Chiunque osi prendere la parola è a rischio. Il contrasto al terrorismo è usato come giustificazione per rapire, interrogare e torturare coloro che intendono sfidare le autorità”. È agghiacciante il rapporto diffuso oggi da Amnesty International sulla condizione dei diritti umani in Egitto, un Paese che è tornato al centro dell’attenzione internazionale dopo il caso di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano sequestrato il 25 gennaio scorso, barbaramente torturato e fatto rinvenire cadavere dopo cinque giorni dal sequestro.

A tutt’oggi purtroppo su questa vicenda continua a esserci una cappa di assoluto silenzio. Si può solo presumere che Regeni sia stato vittima di una faida interna al regime di Al-Sisi, ucciso in quella maniera forse proprio per screditare il regime e creare nuove enormi difficoltà a un Paese che vive anche del turismo straniero. Recentemente il Senato ha sospeso l’autorizzazione alla fornitura di pezzi di ricambio (usati) per i caccia di fabbricazione americana F16, una minuscola forma di pressione, dopo il richiamo dell’ambasciatore al Cairo, per ottenere dal Governo egiziano un po’ di vera collaborazione nella ricerca della verità.

Il rapporto di Amnesty riapre una ferita che in Italia non si è mai rimarginata, ma che certo col passare del tempo rischia di finire nel dimenticatoio dei casi insoluti. Nulla di strano in un Paese dove dopo quasi 50 anni emergono ancora ‘verità’ sul Caso Moro, non si sa se il Dc10 di Ustica sia stato abbattuto da un missile o da una bomba e ogni tanto si riapre una delle tante stragi degli anni di piombo da Piazza Fontana all’Italicus.

Il rapporto – spiega la stessa organizzazione internazionale che si batte ovunque per la difesa dei diritti umani – descrive in dettaglio i casi di 17 persone sottoposte a sparizione forzata, detenute illegalmente per periodi varianti da diversi giorni a sette mesi, tagliate fuori dal mondo esterno e private di contatti con avvocati e familiari e di qualsiasi supervisione giudiziaria.
Il rapporto comprende inoltre drammatiche testimonianze delle torture praticate durante sessioni d’interrogatorio che possono durare fino a sette ore, allo scopo di estorcere “confessioni” che verranno poi usate come prova durante gli interrogatori ufficiali davanti al giudice e che condurranno alla condanna. In alcuni casi, sono stati torturati anche dei minorenni.
Uno dei casi più agghiaccianti è quello di Mazen Mohamed Abdallah: sottoposto a sparizione forzata nel settembre 2015, quando aveva 14 anni, è stato ripetutamente violentato con un bastone di legno per estorcergli una falsa “confessione”.

Febbraio 2013, proteste contro Morsi per la morte di Mohamed Nabil el-Guindy, un giovane che faceva parte del partito d’opposizione ‘Corrente popolare’

Febbraio 2013, proteste contro Morsi per la morte di Mohamed Nabil el-Guindy, un giovane che faceva parte del partito d’opposizione ‘Corrente popolare’

Aser Mohamed, a sua volta 14enne al momento dell’arresto, è stato vittima di sparizione forzata nel gennaio 2016 per 34 giorni, negli uffici dell’Nsa di Città 6 ottobre (nella Grande Cairo). Durante quel periodo è stato picchiato, colpito con scariche elettriche su tutto il corpo e sospeso per gli arti. Alla fine è stato portato di fronte a un procuratore che lo ha minacciato di ulteriori scariche elettriche quando ha provato a ritrattare la “confessione”.
I due 14enni sono tra i cinque minorenni vittime di sparizione forzata fino a 50 giorni descritti nel rapporto di Amnesty International. Alcuni di loro, anche dopo che ne era stato disposto il rilascio, sono stati sottoposti nuovamente a sparizione forzata prima di venire raggiunti da nuove accuse.

In altri casi, sono stati arrestati i familiari di persone da cui si voleva ottenere una “confessione”. Nel luglio 2015 Atef Farag è stato arrestato insieme al figlio 22enne Yehia. I loro familiari sostengono che Atef è stato arrestato per aver preso parte a un sit-in mentre suo figlio, che è disabile, è stato preso per costringere il padre a “confessare” una serie di gravi reati. Dopo una sparizione forzata durata 159 giorni, padre e figlio sono stati rinviati a processo per appartenenza al gruppo fuorilegge della Fratellanza musulmana.

L’evidente aumento delle sparizioni forzate risale al marzo 2015, ossia alla nomina a ministro dell’Interno di Magdy Abd el-Ghaffar, che in precedenza aveva fatto parte del Servizio per le indagini sulla sicurezza dello stato (Ssi), la famigerata polizia segreta dei tempi di Mubarak, responsabile di gravi violazioni dei diritti umani: è stata smantellata dopo la rivolta del 2011 ma solo per essere rinominata Nsa.

Nel 2015 Islam Khalil, 26 anni, è stato sottoposto a sparizione forzata per 122 giorni. Tenuto bendato e ammanettato per l’intero periodo, è stato picchiato brutalmente e sottoposto a scariche elettriche anche sui genitali. Una volta, negli uffici dell’Nsa della città di Tanta (a nord del Cairo), è stato tenuto sospeso per i polsi e le caviglie per ore e ore fino a quando ha perso conoscenza.
Una volta, un agente che lo stava interrogando gli ha detto: “Pensi di avere qualche valore? Ti possiamo uccidere, arrotolarti in una coperta e buttarti in una discarica e nessuno chiederà di te”.
In un’altra occasione, un secondo agente lo ha sollecitato a dire le ultime preghiere mentre gli stava somministrando scariche elettriche.
Dopo 60 giorni Islam Khalil è stato trasferito in quello che ha chiamato “l’inferno”, ossia gli uffici dell’Nsa a Lazoughly, dove sono proseguite le torture.
A Lazoughly, a giudizio unanime il peggior centro di detenzione dell’Nsa, si stima si trovino centinaia di detenuti. Questa sede dell’Nsa si trova dentro il ministero dell’Interno, ironicamente a poca distanza da piazza Tahrir, dove cinque anni fa migliaia di persone avevano manifestato contro la tortura e le brutalità delle forze di sicurezza di Mubarak.
La sparizione forzata dello studente italiano Giulio Regeni, trovato morto al Cairo nel febbraio 2016 con segni di tortura, ha attratto l’attenzione dei mezzi d’informazione di ogni parte del mondo. Le autorità egiziane si ostinano a negare qualsiasi coinvolgimento nella sparizione e nell’uccisione di Giulio Regeni, ma il rapporto di Amnesty International rivela le similitudini tra i segni di tortura sul suo corpo e quelli sugli egiziani morti in custodia dello stato. Ciò lascia supporre che la sua morte sia stata solo la punta dell’iceberg e che possa far parte di una più ampia serie di sparizioni forzate ad opera dell’Nsa e di altri servizi d’intelligence in tutto il Paese.
Le sparizioni forzate non solo aumentano il rischio di tortura e collocano i detenuti al di fuori della protezione della legge, ma hanno anche un impatto devastante sulle famiglie degli scomparsi, che sono lasciate sole a interrogarsi sul destino dei loro cari.

“Tutto quello che voglio sapere è se mio figlio è vivo o morto” – dichiarava mesi fa Abd el-Moez Mohamed, padre di Karim, uno studente d’ingegneria di 22 anni scomparso per quattro mesi dopo essere stato rapito nella sua abitazione del Cairo da agenti dell’Nsa pesantemente armati, nell’agosto 2015.
Alcuni familiari hanno denunciato la scomparsa dei loro cari al ministero dell’Interno e alla procura, ma nella maggior parte dei casi non sono scattate le indagini. Nelle rare occasioni in cui ciò è accaduto, le indagini sono state chiuse dopo l’ammissione che lo scomparso era nelle mani dell’Nsa anche se questi ha continuato a vedersi negati i contatti con parenti e avvocati.

“Il presidente Abdel Fattah al-Sisi deve ordinare a tutte le agenzie per la sicurezza dello stato di porre fine alle sparizioni forzate e alla tortura e dire chiaramente che chiunque ordinerà o commetterà queste violazioni dei diritti umani, o se ne renderà complice, sarà portato di fronte alla giustizia” – ha affermato Luther. “Tutte le persone detenute in tali condizioni devono avere accesso a familiari e avvocati e coloro che sono trattenuti solo per aver esercitato in modo pacifico i loro diritti alla libertà di espressione e alla libertà di riunione devono essere rilasciati immediatamente e senza condizioni”.

Il rapporto chiede inoltre al presidente al-Sisi di istituire con urgenza una commissione indipendente d’inchiesta che indaghi su tutte le denunce di sparizione forzata e di tortura commesse dall’Nsa o da altre agenzie per la sicurezza dello stato e che abbia il potere di chiamare a deporre tutte le agenzie governative, comprese quelle militari, senza subire interferenze.

Il rapporto di Amnesty International contiene forti accuse nei confronti della procura egiziana, colpevole di accettare prove dubbie ottenute dall’Nsa – che falsifica regolarmente le date d’arresto per nascondere il periodo in cui i detenuti sono sottoposti a sparizione forzata -, di emettere incriminazioni basate su “confessioni” estorte sotto coercizione e di non disporre indagini sulle denunce di tortura, evitando ad esempio di ordinare esami medici e di includerne i risultati negli atti ufficiali.
Nei rari casi in cui la procura autorizza esami medici indipendenti, gli avvocati dei detenuti non possono prendere visione dei risultati.
“Siamo molto critici – ha detto Luther – nei confronti della procura egiziana, che si rende complice di violazioni dei diritti umani e tradisce in modo crudele il dovere, assegnatole dalla legge, di proteggere le persone dalle sparizioni forzate, dagli arresti arbitrari e dalla tortura. Se l’istituto della procura non verrà riformato per garantire la sua indipendenza dal potere esecutivo, ciò sarà fatto di proposito”.

L’Egitto è considerato da molti Paesi occidentali un partner chiave nella lotta al terrorismo a livello regionale e questa è la giustificazione usata per rifornirlo di armi e altro materiale nonostante le prove che tali forniture vengono usate per commettere gravi violazioni dei diritti umani. Molti Paesi continuano a tenere strette relazioni diplomatiche, commerciali e di altra natura con l’Egitto senza dare priorità ai diritti umani.

Al Sisi“Tutti gli Stati, particolarmente quelli dell’Unione europea e gli Usa, devono usare la loro influenza per spingere l’Egitto a porre fine a queste terribili violazioni dei diritti umani, perpetrate col falso pretesto della sicurezza e del contrasto al terrorismo” – ha sottolineato Luther. “Invece di proseguire ciecamente a fornire equipaggiamento di sicurezza e di polizia all’Egitto, questi Paesi dovranno annullare tutti i trasferimenti di armi e altro materiale che vengono usati per compiere gravi violazioni dei diritti umani fino a quando non saranno poste in essere garanzie efficaci contro il loro uso improprio, non saranno condotte indagini esaurienti e indipendenti sulle violazioni dei diritti umani e i responsabili di queste ultime non saranno portati di fronte alla giustizia” – ha concluso il direttore del programma di Amnesty International per Medio Oriente e Africa del Nord.

Locatelli: invece di protestare Al Sisi rispetti i diritti umani
“Il rapporto di Amensty International sulle continue violazioni dei diritti umani in Egitto – sottolinea Pia Locatelli, presidente del comitato Diritti umani della Camera – conferma quello che molti di noi supponevano e temevano: il caso Regeni, non è un’eccezione, bensì la regola”. “Dall’Egitto ci arrivano testimonianze sempre più preoccupanti di quanto sta avvenendo e delle crescenti minacce alla sopravvivenza delle organizzazioni indipendenti e degli attivisti contrari al regime di Al Sisi. L’Egitto invece di protestare contro le decisioni italiane di sospendere la fornitura gratuita di pezzi di ricambio degli F-16 e di chiedere il ripristino delle precedenti relazioni, dovrebbe dimostrare con i fatti di essere il Paese democratico che sostiene di essere e finalmente collaborare per far emergere la verità sul caso Regeni e su tutti gli altri casi di sparizioni forzate. Le ragioni economiche e di realpolitik non possono avere la meglio sul rispetto dei diritti umani”.

Pia Locatelli ha poi firmato, assieme al presidente della commissione Diritti umani del Senato Luigi Manconi, una petizione alle massime autorità egiziane per scongiurare il congelamento dei beni  dei dirigenti delle più importanti associazioni per i diritti umani egiziane.

Di seguito il testo della lettera:

Al Presidente della Repubblica Araba di Egitto Abdel Fattah el-Sisi

Roma, 14 luglio 2016

Signor Presidente, signor Ministro e signor Procuratore,

in quanto rappresentanti del popolo italiano nel suo Parlamento, dobbiamo esprimere il nostro allarme per le crescenti minacce alla sopravvivenza delle organizzazioni indipendenti per i diritti umani in Egitto. In particolare, vi chiediamo con urgenza di rinunciare alla richiesta di congelamento dei beni in merito alla quale si attende la decisione di un giudice domenica prossima, 17 luglio, contro i difensori dei diritti umani Gamal Eid, Direttore dell’Arab Network for Human Rights Information (ANHRI); Hossam Bahgat, fondatore della Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR); Mostafa el-Hassan, Direttore dell’ Hisham Mubarak Law Center (HMLC); Bahey el-Din Hassan, Direttore del Cairo Institute for Human Rights Studies (CIHRS) e due impiegati del CIHRS; e Abd el-Hafiz Tayel, Direttore Esecutivo del Center for the Right to Education. 

Questa procedura di congelamento dei beni – segnata da molte irregolarità procedurali – è stata avviata da un giudice investigativo nella causa numero 173 del 2011, nota come la  “causa sui fondi stranieri”, ed è un elemento chiave della crescente repressione dei gruppi  egiziani indipendenti per i diritti umani dal 2015. 

Ciò è allarmante, in particolare nella situazione in cui versa il vostro paese. Crediamo che in Egitto, come in Italia e ovunque, la crescente minaccia del terrorismo aumenti al contrario il bisogno vitale di una società civile libera e attiva, interlocutore capace di proporre riforme e proposte, e di giocare un ruolo cruciale per aiutare a stabilizzare l’Egitto e a rafforzare la sua sicurezza.

E invece purtroppo assistiamo a un approccio contrario, da parte del Ministro Egiziano della Solidarietà Sociale, del Procuratore della Repubblica e del Governo nel suo insieme. Siamo particolarmente turbati, fra l’altro, dal divieto di viaggio imposto nel corso del 2016 ad almeno 15 rispettati difensori dei diritti umani egiziani, e dall’accanimento giudiziario nei confronti dello staff di molte organizzazioni per i diritti umani, attuato attraverso numerosi ordini di comparizione per interrogatori in merito alla causa numero 173. L’ordine di chiusura emesso contro Al Nadeem Center for Rehabilitation of Victims of Violence è stata un’altra misura particolarmente preoccupante, data la situazione dei diritti umani in Egitto.

In base all’articolo 75 della Costituzione Egiziana, per il quale “i cittadini hanno il diritto di formare organizzazioni non governative ed istituzioni su base democratica, che acquisiranno personalità legale a seguito di notifica”; dell’impegno assunto dall’Egitto nel 2015 di fronte al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, a conclusione della sua Revisione Periodica Universale; dell’articolo 22 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) della quale l’Egitto è contraente; dell’articolo 13 della Dichiarazione ONU sui Difensori dei Diritti Umani, che l’Egitto ha sottoscritto nel 1998, e di altri impegni internazionali dell’Egitto, vi chiediamo di chiudere immediatamente la causa numero 173, abbandonando tutte le misure ad essa associate come il congelamento dei beni in discussione il 17 luglio.

Infine, ci appelliamo a voi perché cominci una nuova fase nelle vostre relazioni con la società civile in Egitto, e ci aspettiamo progressi positivi in merito alla annunciata revisione del quadro legale per le organizzazioni non governative, per quanto riguarda la registrazione e i fondi – ci auguriamo basata su un dialogo aperto e inclusivo con tutti gli attori coinvolti, incluse le organizzazioni indipendenti per i diritti umani”.


Per saperne di più
Amnesty International
Il rapporto: Egitto: Tu ufficialmente non esisti’. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo
Firma ora l’appello per chiedere ad Abdel Fattah Al-Sisi di fermare le sparizioni forzate in Egitto

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