venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Erdogan il nuovo Ataturk che preoccupa l’Occidente
Pubblicato il 18-07-2016


Erdogan-terrorismoBERLINO – Nei social media e su molti giornali, si ipotizza che il Golpe tentato dai militari Turchi sia solo un’abile messa in scena organizzata dal Presidente Turco, quasi un “Incendio del Reichstag” in salsa turca, per citare l’evento che diede il via alla dittatura nazista in Germania. Qualunque sia la verità, quello che è certo è che, per Erdoğan, il 15 luglio rappresenta una vittoria sociale e politica.

Le prime immagini che ci sono arrivate la mattina del 16 luglio dalla Turchia post-Golpe arrivavano dall’aereoporto Sabiha Gökçen di Istanbul e facevano vedere una lunga fila di carri armati lungo la strada di accesso allo scalo, circondati da una folla festante. Gli slogan, un’alternanza di inni al Presidente e di invocazioni al nome di Allah; i partecipanti, quasi tutti maschi adulti. Erano i sostenitori dell’AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, e del suo Leader, il Presidente Recep Tayyp Erdoğan. Sono, come quest’ultimo gli ha definiti durante i funerali dei caduti durante il tentato Golpe, gli “Eroi della Patria” che danzano e festeggiano attorno ai simboli di un potere militare sconfitto. Per loro questa è una vittoria epocale ed unica che entrerà, di fatto, nella storia del Paese. Per l’opinione pubblica occidentale, al di là delle affermazioni di convenienza diplomatica, il simbolo del crepuscolo della democrazia Turca.

I militanti e i semplici elettori dell’AKP, sono i rappresentanti della larga fetta della società Turca di ideologia Islamista e che, sin dai tempi della rivoluzione dei Giovani Turchi del 1909, è il contrapposizione con quella Turchia laica che si riconosce nel pensiero del fondatore della Repubblica Turca, Mustafa Kemal Atatürk. Fu proprio quest’ultimo, promotore in Turchia di un culto religioso laico, che separò, con proposte moderniste e secolarizzate, la neonata Repubblica Turca dall’Islam, fondamento dell’Impero Ottomano, dove il Sultano era anche Califfo, ovvero la guida di tutti i musulmani. Atatürk, fra le altre cose, abolì l’uso del velo negli uffici pubblici, fece adottare il calendario occidentale, e lottò per l’emancipazione femminile, dando alle donne il diritto di voto e dignità pari rispetto agli uomini. Proprio quella Sabiha Gökçen, sua figlia adottiva ed aviatrice, a cui è intitolato l’aeroporto in cui ora festeggiano i sostenitori dell’AKP è stato l’esempio più fulgido di questo impegno, ai tempi rivoluzionario, non solo per l’Islam, ma anche per l’Occidente. Conscio che le sue riforme laiche non avevano attecchito nelle vaste campagne Anatoliche, Atatürk attribuì all’esercito, da cui egli proveniva, il ruolo di unico guardiano della Repubblica, conferendogli, di conseguenza, il potere di intervenire qual’ora la costituzione Kemalista venisse messa in pericolo.

Questo ha portato ai Colpi di Stato del 1960, del 1971 e ancora del 1980, ogni volta a seguito della salita al potere di un partito filo Islamico. Se non tramite i militari, la repressione dei movimenti politico-religiosi e dei lori militanti colpiva mediante l’apparato giudiziario, di cui rimase vittima, nel 1998, lo stesso Erdoğan, reo di aver declamato pubblicamente una poesia a favore dell’Islam. Di quell’eredità eterogenea e sempre repressa, l’AKP, il partito fondato dal Presidente dopo la sua incarcerazione, ne è l’ultimo erede e quello di maggior successo. Grazie ad un boom economico che per anni è andato avanti con ritmi cinesi, ed al supporto di varie parti della società civile, Erdoğan , prima da Premier e poi da Presidente, ha portato a termine riforme precedentemente impensabili per la Turchia repubblicana, riuscendo, fino ad adesso, ad evitare la reazione dei militari. Il Golpe è quello che molti, fra coloro che seguono le vicende turche, si aspettavano da tempo, solo che, per la prima volta, è fallito e per svariati motivi. Certamente è mancato il coordinamento con il grosso dell’Esercito di stanza sui confini siriani ed iracheni, forse anche, come sostiene la Frankfurter Allgemeine Zeitung, perché i Servizi Segreti stavano per agire contro i cospiratori. Allo stesso modo la resistenza delle forze di Polizia e Anti-Terrorismo, organizzate per anni da Erdoğan proprio in questa evenienza, è stata importante come basilare è stato il mancato appoggio degli Stati Uniti e dell’Europa. Per i Turchi, invece, l’appello del Presidente alla mobilitazione generale tramite FaceTime e la discesa in piazza degli “Eroi” sarà per sempre la ragione del fallito Golpe del 15 luglio. E se qualcuno lo dimenticherà, certamente la stampa vicina al Governo sarà abile a ricordarglielo.

Molti, nella folla che ora festeggia davanti all’aeroporto, hanno certamente vissuto alcuni dei precedenti Putsch militari e come i propri voti venissero cancellati. Ora, invece, possono gioire perché quello che doveva essere l’ennesimo crepuscolo dell’Islamismo in Turchia, ne è diventata l’affermazione più forte. Ora, quelle manifestazioni fra i carri armati, sono, che piaccia o no all’Europa e agli USA, il segno più forte della nascita di una nuova Turchia.

Proprio in questo simbolismo, si consolida il potere Erdoğan che ora ha un potere detenuto, in epoca repubblicana dal solo Atatürk, peraltro suo modello, non ideologico, ma politico. Atatürk è il padre della Turchia moderna, una figura al centro di un culto civico ancora forte nel paese. Il suo carisma, il suo polso duro contro le opposizioni e il suo ruolo di liberatore del suolo Turco dalle potenze vincitrici del primo conflitto mondiale che si erano spartite l’Impero Ottomano, sono stati i cardini del suo potere personale. Nessuno, nemmeno il più acerrimo dei suoi oppositori, ha mai negato il carisma di Erdoğan, come il suo essere riuscito a limitare le opposizione al paese, ma gli mancava l’aurea di eroe intoccabile. Il fallito Golpe gli ha permesso di salire l’ultimo gradino verso il ruolo di novello Atatürk, termine che poi significa, semplicemente, “Padre dei Turchi”. La grande differenza con il precedente è che i nemici, i traditori sconfitti da Recep Tayyp Erdoğan, ed il suo esercito popolare non sono  lontane potenze straniere, ma le forze che a lui si oppongono.

Facendo forza sull’idea della lotta contro i “Traditori della Nazione”, Erdoğan potrà ritagliarsi il presidenzialismo che tanto desiderava, rimpolpare i vertici militari con gente a lui fidata e continuare a riformare la società Turca. Per le opposizioni, soprattutto il Partito Popolare Repubblicano e all’HDP, il partito Kurdo moderato, qualora volessero manifestare, è pronto il reato di tradimento e la possibilità concreta di essere condannati, viste le dichiarazioni del Presidente a favore della sua reintroduzione, alla pena di morte.

Anche la comunità internazionale può far poco. Semplicemente né USA né Europa possono permettersi uno scenario di instabilità politica in Turchia, non con il ruolo che il paese ricopre nella guerra all’Isis ancora in corso e sulla questione dei profughi, di cui 1,5 milioni sono ospitati sul suolo Turco. Conscio di questo, Erdoğan ha accusato gli Stati Uniti di complicità con i golpisti, una manovra il cui scopo è stato di attirare ulteriormente le simpatie del mondo Islamico e chiedere, contemporaneamente, l’estradizione di Fethullah Gülen, accusato di essere la mente dietro ai militari.

Gülen è leader di un movimento politico ora considerato “terroristico” in Turchia, ma 15 anni fa, furono proprio i suoi contatti con la magistratura Turca ad assicurare al giovane Erdoğan, fresco vincitore delle elezioni politiche, protezione contro i militari. Ora è un nemico e lui, come i quasi 3000 giudici destituiti a 24 ore dal fallito golpe, deve pagare: la mannaia del Presidente colpisce tutti, o meglio, come lui ripete spesso nei suoi discorsi, quella del popolo di cui lui, come suo Leader è solo il megafono.

Intoccabile dall’estero, senza sostanzialmente più oppositori politici in patria e rafforzato dall’arma più forte esistente, una base sociale che ormai ha preso coscienza della sua immensa forza, Erdoğan è più che intoccabile: è il nuovo eroe della Turchia, il nuovo “Ataturk” anche se, agli occhi della storia e dell’Occidente, ne sembra di più la totale antitesi.

Simone Bonzano

Simone Bonzano

Nato a Genova, ligure trapiantato prima a Torino e poi a Berlino, dove scrivo di cronaca cittadina e, per Avanti, dei fatti della politica tedesca.

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