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Opinioni e commenti
 

Femminicidio. 40 anni dopo il Processo del Circeo
Pubblicato il 01-07-2016


processo circeo30 giugno 1976: quarant’anni fa a Latina un corteo di sole donne attraversava la città per ritrovarsi dinanzi al palazzo di Giustizia, dove si svolgeva la prima udienza a carico di tre assassini della “Roma bene”, quelli del famigerato massacro del Circeo.

Fu per le donne il primo monito e il primo risveglio di una coscienza femminista tenuta a bada da una cultura maschilista ancora dominante nell’Italia degli anni ’70, soprattutto a Latina, città simbolo della destra e del “ventennio fascista”. Fino ad allora il femminismo era un fenomeno visto da lontano, ma con l’avvio del processo del Circeo a Latina confluiscono le esperienze più strutturate delle militanti provenienti da Roma o Napoli: saranno queste presenze ad ingrossare le fila del presidio permanente al tribunale di Latina.
In ogni caso la storia e il massacro del Circeo, rimasto nelle memorie nazionali per l’efferatezza e la brutalità con cui venne consumato, ricorda tutt’oggi molti casi di omicidio e stupro nei confronti del “disprezzato gentil sesso”.

il 29 settembre 1975 due ragazze del quartiere romano periferico Montagnola, Rosaria Lopez (19 anni) e Donatella Colasanti (17 anni) furono invitate ad una festa da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, a San Felice Circeo. Per più di un giorno ed una notte le due ragazze furono violentate, seviziate e massacrate. I tre esternarono un odio sia misogino che di censo, con tanto di recriminazioni ideologiche contro le donne ed il ceto meno abbiente, a due ragazze semplici, mai interessatesi di politica. Guido ritornava a Roma per non mancare la cena con i propri familiari per poi ripartire per il Circeo e riunirsi ai suoi amici aguzzini. Rosaria Lopez fu portata nel bagno di sopra della villa, picchiata e uccisa annegata nella vasca da bagno.

Dopo i tre tentarono di strangolare con una cintura la Colasanti e la colpirono selvaggiamente. In un momento di disattenzione dei due aguzzini, Donatella riuscì a raggiungere un telefono e cercò di chiedere aiuto, ma fu scoperta e, colpita con una spranga di ferro e crollata a terra, si finse morta, ingannando gli aguzzini. Credendole entrambe morte i tre le rinchiusero nel bagagliaio di una Fiat 127 bianca intestata al padre di Gianni Guido, Raffaele. La Colasanti riferì che, durante il viaggio di ritorno, i ragazzi ridevano allegramente ed ascoltavano musica, ripetendo “Zitti che a bordo ci sono due morte” e “Come dormono bene queste”. Dopo esser arrivati vicino a casa di Guido decisero di andare a cenare in un ristorante (e in quella sede vennero alle mani con un paio di giovani militanti comunisti incrociati per caso). Lasciarono la Fiat 127 con le due ragazze che credevano morte in via Pola, nel quartiere “Trieste”, probabilmente intenzionati a disfarsi dei cadaveri più tardi. Donatella Colasanti, sopravvissuta per miracolo, riuscì a farsi udire da un metronotte e ad esser tratta in salvo. Da allora e fino alla sua morte, avvenuta nel 2005, la donna si è sempre battuta per avere giustizia contro un crimine da cui non si è mai ripresa psicologicamente. Le sue ultime parole furono “Battiamoci per la verità”

La circostanza è stata ricordata dal Centro Donna Lilith, nato proprio in quegli anni, sull’onda di uno sdegno comune, con una conferenza stampa e uno striscione appeso all’esterno del Centro per ricordare non solo Rosaria, ma tutte le donne morte in questi anni di femminicidio. Una parola all’epoca sconosciuta e che purtroppo è ancora negli annali della cronaca.

Redazione Avanti!

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