martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

I foreign fighters e gli “azzardi” del colonialismo europeo
Pubblicato il 18-07-2016


Gli effetti inquietanti provocati dalle aggressioni terroristiche che hanno mostrato la facile vulnerabilità di alcuni stati europei – Francia e Belgio in primo luogo – inducono una riflessione approfondita sulle motivazioni che stanno a monte del fenomeno che i social media hanno definito col termine foreign fighters.

Il coinvolgimento soggettivo in questioni che riguardano un orizzonte politico e sociale di così vasta e sconvolgente portata merita di essere esplorato con lo sguardo rivolto nei confronti del contesto storico in cui i fatti sono destinati ad essere inseriti. Il rischio che si corre nel sottovalutare la vasta gamma di variabili che si trovano all’origine degli agiti terroristici può infatti dar luogo a letture inesatte e valutazioni superficiali, viziate da pregiudizi che finiscono col rendere più difficoltosa la visione della realtà. Di notte – si sa – “tutte le vacche sono grigie”.

Nell’immaginario collettivo “la notte” corrisponde molto spesso con l’incapacità a conferire un senso alle azioni individuali, ma significa anche ridurre l’analisi razionale a pochi, convenzionali, modelli di comprensione. I temuti foreign fighters sono combattenti solitari, collocati in una prospettiva di guerra santa – Jihad – e perciò rappresentati entro lo scenario di uno scontro di civiltà, di rottura e contrapposizione fra occidente e cultura islamica.

Per l’opinione pubblica, suggestionata dal tribalismo consumato dei social media e della televisione, è senz’altro vera l’equivalenza: foreign fighters = fondamentalismo islamico estremo, considerando in modo acritico un rapporto diretto fra gli autori delle stragi e l’ideologia politico-religiosa propagandata dalle centrali del terrorismo islamico: oggi l’Isis, ieri Al-Qaida.

Questo non facilita una lettura complessa e articolata degli avvenimenti, necessaria per comprendere in modo approfondito le motivazioni che inducono i singoli individui a trasformarsi in armi di distruzione di massa, quali sono i foreign fighters.

I recenti fatti di Nizza mostrano la necessità di spingere l’analisi oltre le etichette imposte dalla convenzione.

Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, l’autore della strage avvenuta nel capoluogo della Costa Azzurra non possiede alcuna caratteristica tipica dell’estremista islamico; anzi le notizie di stampa lo dipingono come un soggetto estraneo agli ambienti religiosi, con abitudini “occidentali”, consumatore di alcol e di sostanze stupefacenti. Ma non solo: la moglie, fermata e poi rilasciata e i conoscenti ne hanno fornito la descrizione come un individuo violento e poco avvicinabile, aggressivo coi figli e in perenne inquietudine, tanto da essere oggetto di cure psichiatriche. In altri termini si tratta di un disadattato sociale con gravi turbe mentali. Basta questo per condurlo sulla soglia di una scelta terroristica e trasformarlo in un’arma da guerra (benché santa)? Certamente no. E non è nostra intenzione invocare l’ipotesi di un’improponibile infermità mentale.

Tuttavia, non è sufficiente neppure la rivendicazione (vera, presunta, d’occasione…) dell’Isis per annoverarlo fra i “soldati” dello stato islamico. O è vero, solo “a posteriori”.

È sul termine “a posteriori” che si deve riflettere. Perché l’identificazione del terrorista, per quanto riguarda almeno una parte dei foreign fighters, può essere effettuata solo dopo che questi ha messo a segno la propria azione criminale. Pensiamo ai fratelli Bakraoui, due fra i responsabili dell’attacco all’aeroporto di Bruxelles, i quali, nonostante fossero noti per i loro precedenti, sono stati scoperti “a cose fatte”, dopo l’evento tragico di cui si sono resi protagonisti.

Per comprendere l’evento è necessario coglierne la genealogia, ossia rivolgere l’attenzione verso le origini: veder l’erba dalla parte delle radici.

Con questo metodo lo scenario muta: da un lato troviamo i possibili foreign fighters, una serie imprecisata e imprecisabile di persone in cerca di un’identità, per lo più vittime di una mancanza di riconoscimento sociale e politico, dall’altro la centrale del terrore, pronta a rivendicare, cioè fornire un “riconoscimento” ai soldati solitari, anche post-mortem, a volte irrimediabilmente “dopo” aver messo a segno la loro azione orrorifica, come nel caso di Nizza.

Diversamente, la realtà ci espone la storia di altri individui che, dopo aver maturato la decisione di diventare soldati, si recano nei territori dello stato islamico o in campi di addestramento organizzati con la sua complicità in località occidentali, la stessa Francia, per esempio.

Questo non deve indurci a ritenere che l’esercito invisibile dei “lupi solitari” sia composto da sovversivi alla mercè di una ideologia fondamentalista; lo è in minima parte. Credo che sia la ricerca del riconoscimento il collante che spinge molti di questi individui a compiere il passaggio fatale che li condurrà a vestire i panni del “martire”.

Ci si deve perciò interrogare sulle motivazioni che stanno a monte di questa scelta, supponendo che si tratti di una scelta del tutto volontaria.

In cosa consiste il pesante senso di non riconoscimento da cui ha origine la decisione di farsi arma di distruzione di massa? Cosa intende distruggere il foreign fighter: il prossimo, l’occidente, la cultura del benessere globale?

Sarebbe utile analizzare questi aspetti per conoscere le spiegazioni emiche, i fattori interni che solo le singole persone possono fornire.

Leggendo alcune delle loro storie di vita però si riesce, almeno in parte, a ricostruire le vicissitudini interiori che hanno accompagnato, passo dopo passo, la loro improvvisata militanza. Così si scopre un mondo segnato dal risentimento, maturato in famiglie che hanno vissuto la chimerica esperienza dell’integrazione nei paesi occidentali, imbricata coi postumi di una marginalità obbligata da un processo migratorio post-coloniale profondamente vissuto nel corpo e nel pensiero. Mi verrebbe da dire nello spirito.

Non è casuale il fatto che siano proprio paesi come la Francia, il Belgio e la Gran Bretagna, quelli finora più colpiti dal terrorismo individualista.

Incorporare ciò che si è percepito come una violenza non accettata e forse inaccettabile, genera un corpo esposto alla violenza e disposto a farsi arma d’aggressione.

L’azzardo, insito nelle politiche coloniali e neocoloniali – ossia un rischio incalcolabile, per dirla col sociologo tedesco Wolfgang Sofsky – è una delle cause genealogiche dell’azione militare dei foreign fighters. La somma delle sofferenze incorporate e l’impossibilità di vedersi riconosciuti come vittime di una violenza strutturale, individuano delle pesanti responsabilità da parte dell’occidente, ed è forse nei confronti di esse che questi intendono scatenare la loro guerra. Non santa. Non giustificabile. Ma in grado di essere capita.

 Lino Rossi

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