lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il terrorismo e i rischi per l’economia
Pubblicato il 15-07-2016


Nuova Metodologia Calcolo  PilI fatti sconvolgenti di Nizza toccano nel profondo le coscienze dei cittadini del mondo intero. Abbiamo sempre affermato di vivere in un pezzo di mondo fortunato, l’Europa nel quale convivono libertà e benessere,  protezione sociale e democrazia. A miliardi di esseri umani non è concesso di vivere con tali valori, ad altri di averne qualcuno. Noi europei li abbiamo tutti. Sarà questo a creare un odio feroce in alcune menti avvelenate da isterico fanatismo religioso? Quali che siano le inaccettabili spinte a colpire il nostro stile di vita, quanto di meglio-ripeto-è stato costruito nel mondo, noi dobbiamo continuare a difendere e semmai migliorare la nostra qualità della vita.

D’altra parte però non credo che questi attacchi, malgrado la loro bestialità e le forti ripercussioni emotive, possano avere conseguenze negative apprezzabili sulle nostre economie, peraltro uno degli obiettivi dei terroristi. Non dobbiamo avere ripensamenti. Nemmeno per sogno: piangiamo i nostri morti e ripartiamo con immutato slancio per assicurare prospettive sempre migliori ai cittadini dei nostri paesi, a cominciare da quelle economiche.

Intanto la gente si interroga: ma c’è la ripresa? La domanda scaturisce dal bombardamento di  dati a volte formalmente contraddittori e soprattutto dalla loro frequente distorsione , che si verifica per ragioni di parte nei dibattiti televisivi e sui media . Del resto nei “talk show” i tecnici o comunque i competenti che dovrebbero dare risposte chiare agli interrogativi della gente sono quasi sempre ignorati per far posto ai soliti personaggi ciarlieri e ignoranti delle materie dibattute. L’ esito diventa un litigio ad alto indice di ascolti-si dice- che lascia gli ascoltatori più confusi e talvolta disgustati. Ma per tornare all’interrogativo iniziale, certo che c’è la ripresa, ma è piena di affanni in tutti i paesi industrializzati. Ovviamente se gli altri rallentano noi battiamo la fiacca. Le ultime previsioni del Fondo Monetario ritoccano in basso i tassi di crescita. L’Europa va all’1,5%, noi all’1%. Certo, tanto per rispondere a molti nostri catastrofisti, avremo un aumento dell’occupazione, una contestuale riduzione della disoccupazione (dovrebbe segnare nel prossimo anno il 10,8%) realizzeremo un calo dei rapporti disavanzo/PIL e debito/PIL sempre nel prossimo anno (rispettivamente all’1,6 e 131,7).  La direzione è quella giusta, ma la dimensione dei miglioramenti è insufficiente ed ha bisogno di azioni più decise su vari campi.

Occorrerebbe innanzi tutto affrontare il problema della produttività che ha accumulato un gap impressionante rispetto agli altri paesi. Così, sia il mercato del lavoro che le relazioni industriali devono avere come obiettivo fondamentale l’aumento della produttività, facendo anche tesoro di  quanto realizzato da sindacati e datori di lavoro nel campo dei mezzi di trasporto alla cui ripresa con tassi a due cifre si deve la tenuta della produzione industriale, altrimenti in affanno anch’essa. Ci sarebbe da continuare con determinazione la politica di riforme per rendere più efficiente la macchina giudiziaria, uno dei problemi più insopportabili per chi abbia intenzione di investire in Italia. Occorrerebbe affrontare  l’annosa questione delle imprese di pubblica utilità che a livello locale forniscono servizi scadenti con costi proibitivi. Ma lo scossone immediato dovrebbe riguardare una consistente redistribuzione del carico fiscale tra settori, aumentando quello sui consumi e riducendo quello sul lavoro e le imprese. Niente di straordinario, ma sarebbe un riallineamento salutare sulla media europea sia per gli uni che per gli altri. Otterremmo un rapido miglioramento di competitività dei nostri prodotti e un significativo incentivo agli investimenti esteri. Resterebbe infine la predisposizione di un vasto programma di investimenti in infrastrutture per il cui finanziamento ci sarebbero varie soluzioni magari da concordare con l’Europa e che possono essere compatibili con il mantenimento del disavanzo al di sotto del 3%. Sommessamente e sul piano meramente tecnico, la spesa degli 80 euro (40 miliardi in 4 anni) avrebbe potuto finanziare un rilevante piano di investimenti con effetti sulla domanda e sulla crescita incomparabilmente più efficaci in ragione di un moltiplicatore di gran lunga più elevato  che la mera distribuzione a pioggia di un sostegno su un numero consistente di lavoratori. Ma come dicevo tra l’1,6% deficit previsto nel prossimo anno e il 3% c’è uno spazio persino eccessivo per contenere il finanziamento di un imponente piano di investimenti. Ancora una volta le possibilità per far ripartire la crescita, riformare il paese e modernizzare le infrastrutture  ci sono e sono dietro l’angolo.  Ce la faremo questa volta a cambiare verso e sfruttarle?

Nicola  Scalzini 

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