lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L. elettorale. Nencini: “Orfini distorce la realtà”
Pubblicato il 05-07-2016


Riforma-legge-elettorale“L’attacco ai piccoli partiti, in ultimo quello condotto da Orfini, è un’autentica distorsione della realtà e non convince soprattutto nel merito”. Lo ha detto il Segretario del PSI Riccardo Nencini rispondendo alle affermazioni del Presidente del PD Matteo Orfini fatte durante la Direzione Nazionale del Partito democratico. “Se non ricordo male – ha proseguito Nencini – le difficoltà alla tenuta del Governo e al processo delle riforme sono state generate soprattutto dal Partito di cui Orfini è Presidente. Quando vorrà sarò lieto di consegnargli l’elenco delle prese di distanza di suoi parlamentari dagli atti dell’esecutivo. Aggiungo – ha sottolineato Nencini – che la risicatissima vittoria nelle elezioni del 2013 – neppure 280.000 voti di differenza – è dovuta proprio alla presenza di pochi piccoli partiti dell’alleanza ‘Italia Bene Comune’. Senza di loro Silvio Berlusconi avrebbe la maggioranza dei Deputati” – ha concluso Nencini.

Una sottolineatura, quella di Nencini, all’indomani della direzione del Pd dove vi è stata anche qualche apertura per rivedere la legge elettorale. A aprire le danze era stato il ministro della Cultura Dario Franceschini. Il ministro della Cultura va incontro così alle richieste della sinistra dem e degli alleati centristi come Alfano e Zanetti, ma offre una sponda pure a Forza Italia e tutti coloro che non vogliono finire inghiottiti in un listone unico. Allora ciò che potrebbe far trovare una nuova maggioranza in Parlamento sarebbe il premio alla coalizione. Secondo Franceschini lo schema destra-sinistra è stato superato da quello “populisti-sistemici”. “Dobbiamo chiederci se la coalizione che governa il Paese è ancora la grande coalizione oppure si inserisce in questo nuovo schema. Credo che siamo in questo nuovo sistema e noi dobbiamo fare uno sforzo per aggregare quelli che sono contro i populisti”. Per Franceschini reintrodurre le coalizioni non significa tornare all’Unione, ma “consentire di stare con noi a chi è nel nostro campo ma non se la sente di stare nel Pd, sia alla nostra destra che alla nostra sinistra”. Non è dello stesso parere Delrio che ha difeso l’Italicum così come è. Senza modifiche perché renderebbe il sistema più semplice, darebbe la garanzia di maggioranze stabili e forti. Ma ha poi aggiunto che se c’è una formula migliore se ne può parlare. E arriviamo a Orfini. Il può duro di tutti che ha chiuso immediatamente a ogni modifica. Orfini ha ripetuto il copione secondo il quale il premio alla coalizione è un “meccanismo deteriore: alimenta il trasformismo. Non si può avere paura dei Verdini e poi chiedere gli elementi che moltiplicano i Verdini”. È la linea dell’autosufficienza. Quella con cui Veltroni ha portato alla sconfitta il centrosinistra, azzoppando la coalizione e allo stesso tempo spalancando le porte alla destra. Gli elettori che non si riconoscono nel Pd, evidentemente, non lo votano neanche se è l’unico simbolo presente sulla scheda.

Intanto  fallisce il tentativo di sottoporre a referendum l’Italicum. I promotori della raccolta delle firme, gli stessi che promuovono il “no” per il prossimo referendum costituzionale previsto nel mese di ottobre, domani non consegneranno nulla alla Corte di Cassazione: le firme sono al di sotto delle 500 mila, requisito minimo richiesto. Sono arrivate a 420 mila. Il professor Alessandro Pace, costituzionalista, promotore del referendum abrogativo, conferma la prima indicazione della Cgil: “Per cambiare l’Italicum non si sono raggiunti i numeri sufficienti. Siamo delusi, ma lavoreremo con più forza per ottenere le firme per la grande consultazione di ottobre”.

Ginevra Matiz

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