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Opinioni e commenti
 

La legge Merlin Mondoperaio, luglio-agosto 2015 Pia Locatelli
Pubblicato il 08-07-2016


La legge Merlin
Mondoperaio, luglio-agosto 2015
Pia Locatelli

Il 20 febbraio 1958, dopo dieci anni di battaglie, Lina Merlin, veneta, socialista, unica donna eletta al Senato nella seconda legislatura, vedeva finalmente approvata la sua legge: “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”.

Dopo un iter travagliato, durante il quale la senatrice Merlin si era spesso trovata sola, derisa, accusata e attaccata da giornalisti, colleghi e pseudo difensori del pudore e della morale, la nuova legge mise fine a una vergogna nazionale che vedeva l’Italia essere – con la Spagna – l’unico Paese europeo in cui la prostituzione era regolamentata per legge e lo Stato percepiva una regolare tassa di esercizio dai gestori delle case. Un giro d’affari enorme: le 730 case chiuse, dove lavoravano circa 3.400 prostitute, producevano un gettito per l’erario di circa un miliardo di lire l’anno, mentre per i tenutari gli introiti erano valutati in circa 14 miliardi. Lo Stato incamerava altre entrate, circa cento milioni annui, sotto forma di remunerazione per la prestazione di servizi, fra cui il controllo sanitario delle lavoratrici, calcolata in percentuale sul ricavato. Alle ragazze, che “ricevevano” dai trenta ai cinquanta clienti al giorno, andavano le briciole, dovendo tra l’altro detrarre le spese per il vitto, l’alloggio, il riscaldamento, i vestiti e pure le mance alla “servitù”. Non potevano uscire dalle case, se non di rado e in via eccezionale, per andare a trovare qualche parente o un figlio che quasi mai conosceva la professione della madre; al termine della “carriera” rimanevano schedate, marchiate a vita.

Quella legge metteva fine a tutto questo. Non aveva, come alcuni vanno sostenendo in questi giorni, la pretesa di eliminare la prostituzione, ma, come spiegò la stessa Merlin, mirava “solo ad abolire la regolamentazione statale della prostituzione che è immorale e indegna di un Paese civile. Non è ammissibile che le donne vengano tesserate e schedate come le bestie: questo è contrario alla Costituzione e contrario alle norme che regolano l’ingresso di una nazione all’Onu”.

Sulla storia della legge Merlin esistono atti parlamentari e resoconti giornalistici che andrebbero senz’altro letti prima di affossarla o anche solo metterla in discussione. Senza dubbio la rappresentazione più felice di quanto avvenne in quei dieci anni di impegno parlamentare di Lina Merlin la troviamo nella bellissima trasposizione teatrale fatta da Maricla Boggio nel 2009, ripubblicata in questo numero di “Mondoperaio”: ci aiuta a comprendere il contesto in cui la legge fu approvata e soprattutto mette in risalto il coraggio e la tenacia di Lina Merlin. Coraggio e tenacia che non si limitarono alla legge per l’abolizione delle case chiuse, ma furono  componenti essenziali anche nella successiva battaglia, che in pochi ricordano, per l’abolizione dai documenti della dicitura NN (nomen nescio) nei casi di padre ignoto o di mancato riconoscimento legale della paternità. Ora, anche grazie a questa legge, la cultura è cambiata, ma allora la dicitura NN rappresentava un marchio discriminante e infamante.

Da qualche tempo, come già avvenuto più volte in passato, in modo trasversale si alzano voci per la revisione o l’abolizione della legge Merlin. C’è chi, come la Lega Nord, invoca la riapertura dei bordelli e chi, come alcune decine di parlamentari appartenenti a diverse forze politiche, propone di regolamentare la prostituzione riconoscendo il lavoro di sex workers, come avviene in Olanda e in Germania. All’iniziativa parlamentare è stato dedicato ampio spazio e i media hanno addirittura parlato di adesione da parte di oltre settanta parlamentari a un manifesto che invoca la legalizzazione della prostituzione.

Innanzitutto è bene chiarire che si tratta non di un manifesto ma di un tentativo di compilazione ordinata dei contenuti coincidenti tra le varie proposte di legge – ne sono state presentate quattordici -, da qualcuno definite “linee guida”.

Difficile elencare le proposte, vista la loro varietà quantitativa e qualitativa. Gran parte prevede l’esercizio della prostituzione in luoghi chiusi o in zone controllate; la registrazione che può essere fatta presso camere di commercio o autorità di pubblica sicurezza, chiamate a trasmettere ai “servizi sociali” l’avvenuta registrazione.  Alcune propongono l’emissione di una sorta di cartellino che attesta la “professione”, il pagamento di 6.000 euro per una “licenza” della durata di sei mesi per attività a tempo pieno e di 3.000 per il part-time, l’esibizione del certificato penale per la registrazione, il pagamento di imposte, il versamento di contribuiti previdenziali previa iscrizione all’Inps, controlli sanitari obbligatori e carcere fino a cinque anni o multe fino a 200.000 euro per la mancata osservanza degli stessi,  l’obbligo dell’uso del preservativo…

Sono proposte che ci appaiono in alcuni casi contraddittorie, perché vogliono regolamentare la prostituzione come lavoro “normale” ma al contempo parlano di “senso del pudore”; in altri casi irrealizzabili; in altri ancora penalizzanti e punitive per le persone “meno attrezzate”, cioè quei o quelle sex workers che, non avendo né la disponibilità di un luogo chiuso dove esercitare la “professione” né la possibilità di “far emergere” attraverso la regolarizzazione il proprio lavoro, si vedranno denunciati e multati.

Ci chiediamo: quante lavoratrici e lavoratori del sesso si presenteranno per iscriversi alla camera di commercio, ottenere l’autorizzazione, pagare le tasse e i contributi pensionistici? Quante, quanti accetteranno di essere registrate/i come prostitute, più elegantemente “sex workers”, una “professione” che risulterebbe nell’eventuale ricerca di diverse future esperienze lavorative, visto che nessuna proposta prevede la cancellazione dal “registro”, riportandoci così indietro ai tempi precedenti la legge Merlin? Non solo: comprendiamo e condividiamo la funzione “educativa” e di sicurezza della prescrizione legislativa dell’obbligo dell’uso del preservativo,  ma è inevitabile pensare alla impossibilità  di controllarne l’osservanza.

Alcune proposte consentono l’affitto di appartamenti o stanze per l’attività di commercio del sesso, per i quali viene prevista una sorta di “autogestione”. Al di là dell’intenzione, questa possibilità di fatto depenalizza il reato di favoreggiamento, dando nuovamente il via libera a una potenziale e fiorente categoria imprenditoriale: i tenutari di bordelli, essendo questa previsione normativa facilmente aggirabile.

Una legge che riuscisse a mettere insieme i buoni propositi dei proponenti interesserebbe poi solo una minima parte del mondo della prostituzione, quella esercitata liberamente e in maniera autonoma, mentre sappiamo che la maggior parte delle prostitute non lavora per sé ma per gli sfruttatori, che sono già oggi perseguibili, e, ancor peggio, per i trafficanti, essendo molte prostitute vittime della tratta.

Insomma, ogni tentativo di mettere mano alla legge Merlin, anche solo per modificarne alcune parti, fa sorgere problemi di varia natura, dalle conseguenze imprevedibili, addirittura in contrasto con gli obiettivi che si perseguono e con le intenzioni che l’hanno originato.

Sappiamo bene che sono diversi, anche tra di loro opposti, i modi con cui i vari Paesi scelgono di “gestire” la prostituzione, tant’è che le politiche nazionali in materia sono catalogate secondo “modelli” definiti.  Lo dimostrano le esperienze dei Paesi europei cui corrispondono legislazioni che vanno dal neo proibizionismo, all’abolizionismo – è il nostro caso – alla regolamentazione con tanto di registrazione presso enti preposti, versamento di contributi pensionistici, periodi di malattia, pagamento delle imposte… – come avviene in Germania e come si vorrebbe fare in Italia.

Il modello neo proibizionista, in uso nei Paesi nordici, Svezia, Norvegia e Finlandia, considera la prostituzione una violazione dei diritti delle donne. Chi sostiene questa posizione ritiene che la prostituzione non sia mai frutto di una scelta veramente libera e costituisca uno strumento per perpetuare, aggravandola, la disparità di genere. Sono quindi penalizzate le attività connesse alla prostituzione, vietato “l’acquisto di sesso”, perseguiti i clienti ma non le prostitute in quanto vittime.

Questo modello sembra aver prodotto il risultato che i suoi sostenitori perseguono: l’abbandono della prostituzione. In Svezia, che ha quasi dieci milioni di abitanti, il numero di persone che si prostituiscono è un decimo rispetto alla vicina Danimarca, che di abitanti ne ha poco più di cinque milioni e dove acquistare sesso è legale. La polizia svedese sostiene inoltre che il “modello nordico” ha esercitato un notevole effetto deterrente sulla tratta a fini di sfruttamento sessuale.

Il modello favorevole alla regolamentazione considera la prostituzione come una delle possibili e “normali” attività lavorative, di conseguenza il modo migliore per proteggere queste lavoratrici – in questi casi si parla quasi sempre di figure femminili – è migliorare le loro “condizioni di lavoro”. In Germania diversi bordelli – come definire diversamente queste case? – si sono registrati come vere e proprie attività commerciali, ma sembra non risultare in parallelo un miglioramento delle condizioni di lavoro delle prostitute. Sono pochissime quelle che hanno regolarizzato il loro status professionale, nonostante il sindacato tedesco Ver.Di abbia predisposto dei modelli di contratto per facilitare la pratica. Le testimonianze di alcune prostitute tedesche riferiscono di pochissimi vantaggi e di tanto sfruttamento e lo stesso Governo federale pare si stia orientando verso una revisione legislativa. Tra le ragioni del cambio di rotta stanno i risultati di studi condotti in Germania e in Olanda, secondo i quali la legalizzazione/regolamentazione costituisce un ostacolo alla lotta allo sfruttamento della prostituzione e soprattutto alla tratta di esseri umani, nella quasi totalità donne trafficate per essere sfruttate come prostitute.

Ho studiato a lungo, confrontandomi anche con le numerose associazioni femminili che da anni lavorano sul tema, e sono arrivata alla conclusione che la legge Merlin merita di essere confermata nella sua impostazione complessiva in quanto la ritengo la soluzione più equilibrata. E’ una legge che non sanziona l’esercizio in forma autonoma e volontaria dell’attività di prostituzione; protegge chi la esercita in condizioni di coercizione o di sfruttamento; permette che i comportamenti non siano esibiti; garantisce il rispetto e la sicurezza delle persone; colpisce e persegue le organizzazioni criminali e i singoli sfruttatori; tutela i e le minori; favorisce percorsi di fuoriuscita e di assistenza; promuove competenze nei servizi di polizia. Tutte linee di azione ancora utilizzabili nel contesto attuale e che tengono conto da un lato del diritto all’autodeterminazione delle donne, che possono disporre come vogliono del proprio corpo, dall’altro del fatto che nella stragrande maggioranza dei casi le prostitute sono vittime non consenzienti.

Mantenere la legge Merlin non significa minore impegno per contrastare e punire con ogni mezzo gli sfruttatori e i trafficanti di esseri umani. Contro la tratta l’Italia vanta ottimi strumenti legislativi che andrebbero resi più efficaci con adeguati finanziamenti e con azioni coordinate a livello internazionale. Così come andrebbe rimesso in funzione l’Osservatorio sulla prostituzione istituito dall’allora Ministro dell’Interno, Giuliano Amato, durante il governo Prodi: un utilissimo strumento di monitoraggio e controllo che però funzionò per i soli due anni della durata di quel governo.

Concentriamoci su questi obiettivi promuovendo allo stesso tempo condizioni di sicurezza per le donne “sex workers” che continueranno ad esercitare a casa loro o nelle strade, dando al massimo indicazioni di zone “preferenziali” favorite da misure che le rendano “convenienti” ma non obbligatorie, perché l’imposizione comporta conseguenze di difficile gestione. Più di questo non crediamo si possa fare.

Non serve una nuova legge, a meno che l’obiettivo vero, anche se non dichiarato, sia quello di “fare cassa”. C’è chi trova ingiusto che le prostitute non paghino le imposte, il che sarebbe preoccupazione legittima se altrettanta preoccupazione fosse dedicata alla lotta all’evasione fiscale tout court. Ma non vedo segnali in tal senso tra i fautori della riforma o addirittura della cancellazione della legge Merlin. E allora lasciamo vivere la legge Merlin e il ricordo positivo della lungimirante senatrice socialista.

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