mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La riforma costituzionale
al tempo della post-democrazia
Pubblicato il 04-07-2016


La riforma costituzionale Renzi-Boschi rappresenta efficacemente la parabola della democrazia in questo XXI secolo in Italia, secondo il mainstream imposto dalle élites della globalizzazione tra il 1975, anno in cui Trilateral Commission presentò il documento sulla “Crisi della democrazia”, e il 2008, in cui dopo il crollo di Lehmann Brothers si afferma il capitalismo collateralizzato. Parabola riassumibile nel primato del mercato sulla politica, ridotta a gestore di istituzioni in cui gli spazi di partecipazione vengono chiusi, nel nome dell’efficienza economicistica e della velocità della decisione, che è arrivata, in questi giorni, a contestare il risultato democratico del Brexit, in nome di uno “stato di eccezione” di diretta discendenza dalle teorie di Carl Schmitt, con la sospensione della fondamentale regola democratica della sovranità popolare e, quindi, dello Stato di diritto.

In Italia, e nel resto del mondo occidentale, è al capolinea l’idea che la democrazia sia, nell’interpretazione di Leibniz ripresa da Voltaire, “il migliore dei mondi possibili”, con l’affermazione, di converso, della post-democrazia, in cui i tecnici, dell’economia e del diritto, sostituiscono la politica e con eletti in numero ridotto, con uno spostamento dell’esercizio della sovranità dalle assemblee elettive ai governi, a sua volta fortemente compressa dal primato di decisioni assunte da organismi tecnocratici internazionali.

Viene meno così, la democrazia come dialettica tra maggioranza e opposizioni, ma anche come luogo di sintesi e di mediazione, per fare spazio alla dittatura di minoranze per il primato della governabilità (presunta!), con il fenomeno ormai strutturale delle basse affluenze di elettori alle elezioni.

Si invera così, la teoria delle élites, di cui siamo debitori a pensatori come Robert Michels, Vilfredo Pareto, Max Weber e Gaetano Mosca; secondo quest’ultimo per élite si deve intendere: “in ogni società è sempre e soltanto una minoranza quella che detiene il potere, nelle sue varie forme, di contro a una maggioranza che ne è priva… La prima, che è sempre la meno numerosa, adempie a tutte le funzioni politiche, monopolizza il potere e gode i vantaggi che ad esso sono uniti; mentre la seconda, più numerosa, è diretta e regolata dalla prima in modo più o meno legale, ovvero più o meno arbitrario e violento, e ad essa fornisce, almeno apparentemente, i mezzi materiali di sussistenza e quelli che alla vitalità dell’organismo politico sono necessari”.

Le teorie elitiste hanno avuto aggiornamenti, che appaiono invero aderenti alla nostra società, si pensi a James Burnham, con il libro “La rivoluzione dei manager”, che sostiene ciò che è avvenuto, il dominio dei manager strapagati con le loro stock option: Marchionne docet!

Per contrastare queste tendenze si deve rivitalizzare in Italia la democrazia dal basso, promuovendo esperienze comunitarie e nuove forme di sindacalismo territoriale e aziendale, e, ovviamente, nuovi strumenti di rappresentanza della politica, diversi dagli ectoplasmi dei partiti novecenteschi. Tenendo conto, a dispetto dei sostenitori dei processi di oligarchizzazione della politica come Monti e Napolitano, oltre ad intellettuali (?) à la page come Saviano, che il popolo ferito si riappropria del potere e decide, come è avvenuto con il Brexit in Inghilterra.
Maurizio Ballistreri

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