domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La Sicilia letteraria
e la mafia raccontate
da Luciano Bianciardi
Pubblicato il 19-07-2016


bianciardi_luciano1Nella corrispondenza con i lettori che lo scrittore Luciano Bianciardi tenne dal 1970 al 1971, anno della sua morte, sul “Guerin Sportivo”, diretto allora da Gianni Brera – oggi leggibile nel godibilissimo volume Il fuorigioco mi sta antipatico (Stampa Alternativa, Roma), si leggono alcune notazioni su scrittori e poeti quali Verga, Pirandello e Quasimodo, ma anche sulla mafia.

E questo perché il “Guerin Sportivo” era un settimanale di sport e di varia umanità, teso a contrastare in maniera spregiudicata ed eretica il dilagante conformismo della cultura italiana di quel tempo. A proposito di Quasimodo, sulla scia del giudizio un po’ snobistico di Edoardo Sanguineti, che nella sua Poesia italiana del Novecento aveva scritto che “il suo più vero contributo originale alla poesia del nostro secolo non è da riconoscersi nella produzione creativa, ma nelle traduzioni dai lirici greci”, Bianciardi ripete che il poeta siciliano fu un ottimo traduttore di testi poetici ma non un grandissimo poeta. Meglio di Quasimodo, i poeti Montale e Ungaretti avrebbero meritato il premio Nobel. Secondo Bianciardi,  anche Luigi Pirandello aveva vinto il Nobel immeritatamente. Senza mezzi termini lo scrittore maremmano dichiara che a lui Pirandello non piace, perché “ha una tematica fissa, uggiosa, scontata, falsamente europea, sostanzialmente siciliana e provinciale”, che si può riassumere in poche righe.
Per Bianciardi, Pirandello è “un monotono autore provinciale che fu scambiato per pensatore profondo da un’Italia altrettanto provinciale”.Bianciardi lamenta perciò il fatto che a Stoccolma hanno premiato Carducci, Deledda, Pirandello e Quasimodo, ma hanno ignorato Giovanni Verga, “scrittore di livello mondiale”. Forse perché allievo del “venerato maestro” Luigi Russo e perché l’ autore dei Malavoglia ha un po’ a che fare con il tema essenziale della migliore narrativa di Bianciardi, costituito dal passaggio traumatico dalla vita di provincia a quella della metropoli, che produce uomini destinati a uno scacco esistenziale, l’autore di La vita agra, che si definisce “un anarchico conservatore”, nutre una passione viscerale per l’arte del conservatore Verga, legato alla piccola nobiltà agraria, che nel 1912 si dichiara favorevole a una politica “nazionalista” dopo avere inneggiato nel 1898 al generale Bava Beccaris massacratore del popolo milanese in rivolta. Scrive Bianciardi sul “Guerin Sportivo”: “I miei maestri si chiamano così: Giovanni Verga, catanese. Seguo invano le sue tracce da quando avevo diciotto anni. Carlo Emilio Gadda milanese”.
Nel dialogo sulle pagine  del “Guerin Sportivo” Bianciardi, stimolato dai lettori della sua rubrica che, dopo l’ assassinio del procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione, gli chiedono di chiarire i supposti rapporti della magistratura con la mafia e di dire che cosa sia esattamente la mafia, si sofferma più volte a parlare dell’ argomento, nel periodo storico in cui ministri e cardinali negano l’ esistenza del fenomeno mafioso o sottovalutano i suoi effetti devastanti nel mondo politico ed economico della penisola. “La mafia – scrive Bianciardi – non fu inventata a Palermo. La mafia è una componente sociale eterna. Dovunque una minoranza si dispone a difesa dei propri privilegi, o alla conquista di privilegi che ancora non ha, e agisce dentro un contesto sociale estraneo, e si dà le sue regole e le sue leggi occulte, e un codice d’ onore che va rispettato, pena la vita, lì è la mafia”. E ancora: “Dove è carente lo Stato, lì gli uomini inventano uno Stato per proprio conto, e vi amministrano la giustizia, a modo loro. Il fenomeno mafioso esiste dappertutto, in ogni paese. Si accentua in Sicilia, isola occupata, volta a volta, da greci, arabi, normanni, angioini, aragonesi, italiani, tedeschi, americani e infine turisti. Un’ isola che non ha mai avuto un governo efficiente, ma solo oppressivo. Così si governano da soli, e regolano i conti alla maniera che abbiamo visto. Certo che i magistrati hanno rapporti con la mafia. Tutti, in Sicilia, hanno rapporti con la mafia”.

Sollecitato a definire meglio le caratteristiche e le sfere di influenza della mafia di quegli anni e i suoi legami con il potere, Bianciardi ribadisce che “la mafia è kantianamente, una ‘categoria dello spirito’. Sorge ed esiste dovunque vi sia una carenza comunitaria, dovunque occorra fare ‘giustizia’ da soli. Quella siciliana è la più forte e la più dura, perché la Sicilia è il pezzo d’Italia più sfottuto nei secoli. Un tempo stava di casa a Corleone, ed era una conventicola che governava i contadini.[…] Ora predomina a Palermo, dove controlla l’ edilizia ben più fruttuosa. Ma ha le sue propaggini, ovviamente, a Roma”. Infine, a un lettore che mitizza l’ operato del prefetto Mori, considerato come un uomo abile e coraggioso che era riuscito a sconfiggere la mafia durante il fascismo, mentre la commissione parlamentare presieduta dall’ onorevole Cattanei si era arresa di fronte al pericolo di compromettere importanti personaggi politici, Bianciardi, scettico sulla lotta alla mafia affidata alle commissioni parlamentari o basata solo sulle misure di polizia, distante da quegli storici che, seppure con molte cautele, danno un giudizio nel complesso positivo sui risultati dell’ operazione Mori, risponde così: “Il prefetto Mori, nonostante il dispiego di forze, non risolse la faccenda della mafia, tanto vero che nel 1943 gli americani sbarcarono in Sicilia con il beneplacito e l’appoggio della mafia, siciliana e americana. Segno che questa mafia continuava a prosperare di qua e di là dell’ Atlantico”.

Bianciardi, autore insieme a Carlo Cassola del libro-inchiesta I minatori della Maremma e di opere di contenuto risorgimentale in cui presentava un’immagine inedita della storia d’Italia, non era un mafiologo, anche se nel 1957 aveva tradotto per la Feltrinelli il best seller dello scrittore scozzese Gavin Maxwell, GodProtect me from my Friends (Dagli amici mi guardi Iddio: vita e morte di Salvatore Giuliano). E tuttavia le sue opinioni sulla mafia, per quanto non aggiornate, ci trasmettono una verità semplice quanto drammatica: se nel nostro Paese non si migliorano le sorti di tanti uomini, donne e giovani condannati alla marginalità sociale, all’inadempienza scolastica, al lavoro precoce e privo di serie prospettive, a una condizione di invivibilità e insicurezza, che in definitiva incoraggiano la pratica di comportamenti trasgressivi e criminali, fra non molto tempo cesseremo di essere una nazione.

Lorenzo Catania

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