venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Minimale contributivo
previdenza
e welfare integrato
Pubblicato il 18-07-2016


IL MINIMALE CONTRIBUTIVO 2016
Il prelievo dei contributi avviene direttamente dalla busta paga: il datore di lavoro trattiene una somma dalla retribuzione per poi versarla all’Istituto assicuratore. Il sistema di previdenza dei lavoratori dipendenti, iscritti nel regime generale dell’Inps, è infatti finanziato attraverso un prelievo contributivo rapportato, per la maggior parte delle categorie, alla reale consistenza salariale e, per le altre, a retribuzioni convenzionali. L’onere assicurativo è per definizione “obbligatorio”, in quanto dovuto per legge, a prescindere da eventuali accordi tra le parti. I contributi vengono calcolati in percentuale sullo stipendio: una parte è a carico dell’azienda e una parte grava direttamente sul lavoratore. La retribuzione è formata da tutto ciò che il lavoratore percepisce, in denaro o in natura, al lordo di qualsiasi ritenuta. Tuttavia alcune voci sono escluse dal compenso erogato e non sono soggette a contribuzione, per esempio: gli assegni familiari, le somme spese per le borse di studio, gli asili nido e le colonie a favore dei familiari dei dipendenti, il trasporto collettivo del personale anche se affidato a terzi. I contributi devono essere corrisposti ogni mese dalle aziende tramite il modello di versamento unificato “F24” e sono dichiarati all’Inps con la denuncia mensile dei contributi “DM10”. Le aziende devono trasmettere mensilmente all’Ente per via telematica, con la denuncia “Emens – Uniemens, i dati retributivi riferiti ad ogni lavoratore dipendente e le informazioni necessarie al calcolo degli oneri assicurativi, all’aggiornamento delle posizioni previdenziali individuali e al pagamento delle prestazioni. I contributi per la pensione sono calcolati sugli emolumenti lordi del lavoratore dipendente. Nella generalità dei casi la percentuale globale è pari al 33%. La retribuzione da assumere come base per il computo dei contributi del dipendente non deve essere inferiore alla retribuzione minima stabilita da leggi, regolamenti, contratti collettivi nazionali o da accordi collettivi o contratti individuali. Di conseguenza, non possono essere versati all’Inps contributi al di sotto di determinati limiti annui stabiliti dalla legge, i cosiddetti minimali. Essi cambiano di anno in anno in base agli indici Istat di variazione del costo della vita. Per il 2016 il minimale vigente è pari a € 200,76  settimanali, cioè € 10.440,00 annui. Se il datore di lavoro corrisponde comunque un importo inferiore, il soggetto interessato si vedrà diminuita l’anzianità contributiva in misura proporzionale all’importo versato. Il massimale invece è il limite di retribuzione oltre il quale gli oneri assicurativi non sono più dovuti. Esiste unicamente per i lavoratori a cui si applica il sistema contributivo cioè coloro: che si sono iscritti per la prima volta all’Inps a partire dal 1° gennaio 1996; ovvero che, pur essendo iscritti all’Ente prima del 1996, scelgono di andare in quiescenza con il sistema contributivo. Il massimale cambia di anno in anno in base agli indici Istat di variazione del costo della vita. Per il 2016 il limite massimo oltre il quale non si devono corrispondere i contributi per la pensione è pari a € 100.324,00 annui. Per i lavoratori più anziani, il massimale influisce solo sui periodi contributivi successivi alla data in cui è stata esercitata l’opzione per il sistema contributivo. L’aspetto che più sta a cuore ai lavoratori attiene ovviamente all’osservanza e al rispetto rigoroso del minimale contributivo più che a quello relativo al massimale. Al riguardo giova precisare che per ricevere, nel 2016, un anno intero di contribuzione utile per la pensione occorre – come detto – percepire uno stipendio minimo globalmente pari ad almeno 10.440,00 euro. A partire dal 1984, per evitare la costituzione di posizioni previdenziali di comodo, è stato infatti deciso un livello minimo, indicizzato annualmente, al di sotto del quale non si ottiene la copertura integrale dei periodi assicurativi. In altri termini, il numero dei contributi da accreditare a favore dei dipendenti, ai fini pensionistici, è pari a quello delle settimane retribuite durante l’anno di riferimento, a condizione però che risulti corrisposta, per ciascuna settimana, una somma non inferiore al quaranta per cento dell’importo del trattamento minimo mensile di pensione. Ciò significa, quindi, che per il 2016 il dipendente ha diritto all’accredito contributivo pieno dell’intero anno (52 contributi settimanali) solo se la sua retribuzione complessiva risulterà almeno pari a 10.440,00 euro, ossia 52 volte 200,76 euro, che rappresenta il quaranta per cento di 501,89 euro, importo del minimo di pensione in pagamento quest’anno. Nell’ipotesi contraria si vedrà registrare un numero di settimane proporzionalmente ridotto. Il massimale attualmente vigente è invece di euro 100.324,00, mentre il tetto pensionabile massimo è attestato a 46.123 euro. E’ appena il caso di ricordare poi che, l’aliquota Ivs dovuta all’Inps rimane ancora complessivamente fissata al 33%, di cui 23,81% a carico dell’azienda e 9,19% a carico del lavoratore. La predetta quota sale al 10,19% soltanto per la parte di retribuzione mensile eccedente i 3.844,00 euro (1/12 di 46.123 euro).

ANNO 2016

Trattamento minimo di pensione:                             euro      501,89

Limite settimanale per l’accredito dei contributi:                  (40%)

Limite annuale per l’intera copertura assicurativa: euro 10.440,00.

Consulenti del lavoro
SU PREVIDENZA SERVE WELFARE INTEGRATO
A livello previdenziale serve un welfare integrato per i contribuenti. A chiederlo questa volta i consulenti del lavoro in occasione di un dibattito sulla previdenza svoltosi al recente Festival del lavoro. “Il sistema delle Casse previdenziali – ha spiegato Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro e del Cup – è virtuoso e quello dei consulenti dimostra che si può amministrare in modo trasparente, andando oltre il primo pilastro”. “Dobbiamo operare ancora di più – ha sottolineato – per dare garanzie agli iscritti durante tutta la loro vita lavorativa, per questo alle istituzioni chiediamo di poter investire per un welfare integrato della persona”. “In materia previdenziale – ha chiarito Alessandro Visparelli, presidente Enpacl – è stata fatta una grande riforma, che però si scontra con la realtà. Abbiamo bisogno che le persone conoscano come si forma la previdenza, pensando anche alla sostenibilità. La nostra è una previdenza sana, tuttavia offre di più a chi ha la forza di accantonare di più, per questo dobbiamo inserire un aspetto di solidarietà, attraverso la partecipazione consapevole di tutti gli iscritti”. “Noi – ha rammentato Tiziano Treu, già ministro del Lavoro – siamo riusciti a garantire sostenibilità con la riforma del ’95. Dobbiamo valorizzare meglio la previdenza supplementare, lasciando la scelta al singolo”. Per Treu, è necessario “mettere uno zoccolo a tutela minima per le pensioni troppo basse”. “Esiste un assegno sociale – ha continuato Maria Luisa Gnecchi, membro della commissione Lavoro della Camera – che va incontro alle esigenze delle persone che non hanno contributi a sufficienza. Dobbiamo però lavorare seriamente per creare una situazione previdenziale adeguata. Occorre dunque garantire un minimo al quale sommare un calcolo contributivo vero del lavoro”. “Questo sistema – ha assicurato – dà sicurezza ai giovani che devono sapere che vale la pena di versare i contributi e creare quindi una cultura previdenziale”. Una cultura previdenziale chiesta anche da Giampaolo Crenca, presidente del Consiglio nazionale degli attuari: “Per questo, la busta arancione è utile. La cultura previdenziale andrebbe fatta già nelle scuole. I giovani saprebbero così a cosa si va incontro”. Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, ha rimarcato però che “non possiamo permetterci un welfare a 5 stelle; il nostro è un Paese stile Maghreb: quelli che fanno la dichiarazione dei redditi sono meno della metà della popolazione, il 56% delle tasse è corrisposto dal 13% della popolazione”. “Su 830 miliardi di preconsutivo del Bilancio dello Stato – ha proseguito Brambilla – il 53% viene speso in welfare. Bene, però l’innovazione? Non può continuare così: abbiamo bisogno di un welfare serio e di controlli accurati”. “Le Casse di previdenza – ha precisato Concetta Ferrari, direttore generale del ministero del Lavoro – devono essere responsabili, insieme all’Inps. Abbiamo troppe sacche di lavoro grigio e l’assegno sociale non è la pensione. Alcune Casse sono in sofferenza, anche se rappresentano un esperimento riuscito di responsabilizzazione dei liberi professionisti”.

Tassazione separata
ARRETRATI DA PENSIONE BEFFA PER ESODATI
Doppia beffa per gli esodati che effettuano versamenti volontari prima di ottenere la pensione. Dopo aver perso il lavoro anche il fisco si accanisce nei loro confronti. La colpa questa volta – ha di recente riportato il sito Fiscoequo.it – è del ritardo con cui L’Inps versa i primi assegni a chi fa domanda negli ultimi mesi dell’anno. L’Istituto di previdenza, infatti, sposta all’anno successivo l’erogazione facendo scattare per i ratei maturati negli ultimi mesi dell’anno precedente la tassazione separata. Un meccanismo che in genere è favorevole al contribuente, ma che nel caso degli esodati diventa sfavorevole in quanto impedisce per incapienza agli stessi di dedurre, in tutto o in parte, gli eventuali contributi volontari o il riscatto degli anni di laurea, versati l’anno precedente, dall’imponibile della relativa dichiarazione dei redditi. Ma ecco come funziona. L’articolo 17, comma b, del Testo Unico delle imposte sui redditi stabilisce che l’imposta si applica separatamente sugli “emolumenti arretrati per prestazioni di lavoro dipendente (compresi i redditi da pensione) riferibili ad anni precedenti, percepiti per effetto di leggi, di contratti collettivi, di sentenze o di atti amministrativi sopravvenuti o per altre cause non dipendenti dalla volontà delle parti …”. Per i redditi da pensione il successivo articolo 21 stabilisce che su questi redditi l’imposta si determina “applicando all’ammontare percepito, l’aliquota corrispondente alla metà del reddito complessivo netto del contribuente nel biennio anteriore all’anno” in cui tali redditi sono stati percepiti. Il testo della legge – ha precisato Fiscoequo.it – è chiaro e non sembra dare adito a controversie interpretative. In particolare chi eroga il reddito, nel nostro caso l’Inps, non sembra avere margine di spostare a proprio piacimento all’anno successivo redditi che dovrebbero essere erogati in corso d’anno e soggetti alla tassazione ordinaria. Tuttavia è sempre più frequente il caso che, se l’istanza  di pensione viene presentata negli ultimi tre o quattro mesi dell’anno, l’inizio della normale corresponsione del trattamento pensionistico, anziché uno o due mesi dopo avvenga nell’anno successivo dopo febbraio, quindi dopo il conguaglio fiscale, e con i ratei di pensione arretrati, relativi alle mensilità dell’anno precedente, soggetti a tassazione separata. In passato tale comportamento dell’Inps – ha ulteriormente puntualizzato Fiscoequo.it – non dava origine a proteste in quanto in genere risultava più favorevole al contribuente. Il bilancio, infatti, fra quello che si pagava su tali redditi con la tassazione separata e quello che si sarebbe corrisposto con la tassazione ordinaria era positivo per il contribuente pur riguardando, di norma, importi modesti. In questi ultimi anni – ha rilevato ancora Fiscoequo.it – i provvedimenti che hanno allungato la vita lavorativa e la notevole platea di esodati dal loro posto di lavoro e in attesa di fare domanda di pensione hanno cambiato completamente questo scenario perché aumenta sempre più il numero di soggetti che non traggono vantaggio dal comportamento dell’Inps, anzi in molti casi il bilancio fra separata e ordinaria è sfavorevole al contribuente a volte anche per migliaia di euro. Il fenomeno trae origine dal fatto che questi contribuenti, in attesa di pensione e in genere senza più il reddito da lavoro dipendente, hanno versato nell’anno all’Inps importi consistenti per contributi previdenziali volontari o per il riscatto degli anni di laurea. Questi oneri previdenziali sono deducibili dal reddito e l’anomalo comportamento dell’Inps, che sposta dalla tassazione ordinaria a quella separata i primi assegni di pensione quando cadono negli ultimi mesi dell’anno, provoca l’impossibilità di scomputare dall’anno d’imposta effettivo queste cifre che diminuirebbero l’imposta dovuta e causerebbero il rimborso delle eventuali ritenute subite. C’è anche da aggiungere che lo “sfortunato” contribuente si troverà nell’anno successivo a pagare comunque l’imposta dovuta sui redditi tassati separatamente.

Carlo Pareto 

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