mercoledì, 7 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Marina Jarre,
la signora della memoria
Pubblicato il 06-07-2016


Nella vita di ciascuno di noi vi sono persone non conosciute nel quotidiano ma che sono parte costitutiva del nostro essere, sostano tra l’emisfero della ragione e quello profondo dei sentimenti. Tali persone entrano nella nostra vita all’improvviso, senza più lasciarci, e lo fanno attraverso lo strumento a loro più adatto, la voce, la scrittura, che si tramuta in respiro. Questo è il compito di un autore.
Sapere dell’esistenza di Marina Jarre leniva il mio giorno, ascoltarla rinnovava la speranza nel genere umano, nonostante tutto. Avere la consapevolezza della sua voce critica, la certezza di poter leggere sempre riflessioni su questa trasandata contemporaneità, era fonte di gioia. Ma Marina Jarre ci ha lasciati nel pomeriggio di una domenica estiva, il 3 luglio. Aveva 90 anni. Ed era l’ultima grande scrittrice del Novecento italiano. Nata a Riga, in Lettonia, nel 1925 da Samuel Gersoni, ebreo italiano e da madre valdese, lascia con la mamma e la sorella il paese baltico nel 1935, a seguito del divorzio dei genitori e da allora inizia la sua vita. Una vita percorsa talvolta dal senso di colpa (il padre nel 1941 verrà ucciso dai nazisti) e dal tentativo costante di riannodare la memoria senza falsificarla. Crescerà a Torre Pellice e frequenterà il Collegio Valdese. All’Università si dedicherà agli studi di letteratura cristiana antica, laureandosi su Tertulliano. Nel 1949 sposerà l’ingegnere Giovanni Jarre da cui avrà quattro figli. E da allora per venticinque anni Marina Gersoni Jarre insegnerà letteratura francese nei licei di Torino. Questi sono i dati essenziali, contingenti, della biografia della donna. E poi? Poi resta, per fortuna nostra, la sua scrittura, il suo stile, il suo sguardo sempre lucido e spesso impietoso, essenziale.

In questi giorni si è sottolineato come la Jarre fosse il cantore dell’epopea valdese, in un certo qual modo la cantastorie capace di salvaguardare un’identità culturale che spesso è stata minacciata. Certo è stata anche questo, ma è assai riduttivo e non rende giustizia alla poetica dell’autrice. Al mondo valdese, ai suoi usi e costumi, sovente alle sue contraddizioni, Marina Jarre ha dedicato pagine bellissime, asciutte, senza fronzoli, scrivendo un romanzo storico fondamentale, come Ascanio e Margherita (1990, Bollati e Boringhieri), in cui fa rivivere la resistenza dei barba contro l’oppressione perpetrata nel tentativo di sterminare i valdesi da parte dei Savoia e di Luigi XIV. Il contesto storico è intrecciato al grande amore tra i due protagonisti divisi dalla contingenza del tempo e dalla stoltezza delle religioni. Divisi, ma non per sempre, perché Jarre crede nella coscienza collettiva del bene. Nel 1994 il regista Renzo Sicco mette in scena la riduzione teatrale del testo, Fuochi (Claudiana, 2014), pièce scritta insieme con Jarre, e sarà un successo. Nel 2011 sempre la Claudiana pubblicherà Neve in Val d’Angrogna. Cronache di un ritorno.
Libro particolare e bellissimo: Padri lontani (Einaudi, 1987), autobiografia posta come una serie di domande al Dio degli antichi valdesi. Ecco: se la produzione letteraria di Marina Jarre si fosse fermata qui, a ben diritto avremmo dovuto incanalarla negli stereotipi di una letteratura di nicchia ed esclusivamente dedicata a un tema ricorrente, ma non possiamo e non dobbiamo farlo.
Esordisce nel 1962 per Einaudi nella collana dedicata ai ragazzi con Il tramviere impazzito e altre storie e continua a collaborare con Giulio Einaudi pubblicando Negli occhi di una ragazza (1971), Un leggero accento straniero (1972), Viaggio a Ninive (1975). Negli Anni Novanta passa a Bollati e Boringhieri e oltre Ascanio e Margherita, pubblica Tre giorni alla fine di luglio (1993), Un altro pezzo di mondo (1997).

Scrive in italiano, nella lingua della madre, una lingua imparata sui libri. Altri i codici linguistici da bambina: russo, polacco, tedesco, svedese e il francese parlato correntemente in famiglia. Anche quella una scelta precisa, dunque. Nel capolavoro In ritorno in Lettonia (Einaudi, 2003) si legge: “La lingua di mia madre, divenuta forse quella dei miei sogni – ma i sogni hanno davvero accordi e grammatica, o non parlano nella nostra anima, e intanto dormiamo, con parole invece tutte e soltanto loro? – lingua però non immediata, che devo ogni volta riafferrare e controllare, da impropria rendere propria. Che non è mai intima. La impiego in quanto strumento […]”.

Non si può – sosteneva Jarre – raccontare o testimoniare l’orrore del Novecento, si deve essere pudichi e accostarci e ascoltare chi ha vissuto: non possiamo rivivere le vite, ma farcene carico sì, assimilare, imparare, con pudore e affetto. Come se davvero la vita fosse una continua morte mancata. E Jarre lo fa in italiano per porre tra lei e il dolore la giusta distanza.

Marina Jarre una scrittrice pienamente novecentesca che della memoria e delle contraddizioni umane si è fatta carico eppure per chi la conosce o si accosterà a lei soltanto ora è uno degli autori contemporanei più vivi ed importanti. I suoi romanzi, i suoi resoconti autobiografici o storici non hanno nulla della prosa proustiana, ad esempio molto affine a una grande scrittrice come Lalla Romano, sono scritti in una lingua che si rinnova e che vive nel momento in cui la si intona. Romanzi e racconti che sono un’interrotta dissertazione sul genere umano e in fondo sulla sua bellezza. Non le è mai interessato il dato biografico se non portava con sé un valore universale, collettivo. E ha sempre scritto con un senso rigoroso ed etico della vita.

“La mia vita è stata un’unica giornata, a sera chiuderò l’uscio e andrò a dormire. In questa sola giornata si raccoglie quel dolore nudo, spoglio degli orpelli delle cerimonie e dei ricordi personali, ma come riversato in un bacile che continua a colmarsi dell’indistinto e non distinguibile dolore di tutti”. (Il silenzio di Mosca, Einaudi, 2008).

Marina Jarre signora della memoria e degli improvvisi scarti dell’esistenza.

Andrea Breda Minello

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo

Lascia un commento