giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Pena di morte. Il sud est asiatico la fa da padrone
Pubblicato il 25-07-2016


Texas ExecutionLa lotta alla droga ha indotto negli ultimi anni molti paesi a inasprire ferocemente le pene fino a ricorrere persino alla condanna a morte. Risultato: lo scorso anno il 42% delle esecuzioni accertate (escludendo la Cina su cui non è possibile avere dati certi) sono avvenute per reati legati alla droga. Indonesia, Laos, Malesia, Singapore, Thailandia e Vietnam: il sud est asiatico la fa da padrone tra i 12 Paesi-boia schierati contro il traffico di stupefacenti, numero che potrebbe crescere visto che altri 30 Stati sarebbero pronti a ricorrere alla punizione estrema.

Le Nazioni Unite sono in allarme e lo scorso aprile sul tema si è tenuta anche una sessione speciale dell’Assemblea generale. Ma i risultati non sembrano particolarmente incoraggianti. In Indonesia, la pena capitale è tornata nel 2013 dopo quattro anni di ‘moratoria’. L’arrivo, nel 2014, del presidente Joko Widodo aveva alimentato forti speranze vista la promessa di fare dei diritti umani una priorità. Ma lo scorso anno il paese ha registrato una brusca inversione e verso la fine di gennaio ha messo a morte sei persone per reati di droga. Cinque erano stranieri e la vicenda ha scatenato molte proteste internazionali. Pochi mesi dopo, il 29 aprile, la fucilazione è toccata ad altri otto prigionieri due dei quali australiani e quella volta toccò al governo di Canberra alzare la voce. Ma il timore di peggiorare le relazioni diplomatiche non sembra preoccupare l’amministrazione indonesiana.

“Vogliamo proteggere la nostra nazione dal pericolo delle droghe”, ha detto il procuratore generale Muhammad Prasetyo. Secondo fonti governative sarebbero 4,5 milioni i tossicodipendenti nel Paese e ogni giorno 40-50 giovani morirebbero per consumo di droghe. Ma secondo i ricercatori indipendenti, le cifre non sarebbero corrette.

Molti osservatori sostengono che Joko Widodo con la pena di morte distolga l’attenzione dalle vere sfide interne che finora non è riuscito ad affrontare con efficacia, come la lotta alla corruzione e il rilancio delle infrastrutture. Resta il fatto che il popolo indonesiano accoglie con favore il giro di vite imposto dal governo che lo scorso mese di maggio ha emanato un nuovo regolamento per estendere l’applicazione della pena capitale anche nei confronti degli autori di violenza sessuale compiuta su minori.

Intanto, la macchina della morte è pronta a rimettersi in moto e un plotone di esecuzione è stato già allertato: ci sarebbero altri 15 prigionieri da fucilare, tutti condannati per reati legati alla droga. Non si sa quando accadrà ma sarà “molto presto” assicura il Procuratore generale.

L’appello di  Amnesty International per fermare le imminenti esecuzioni in Indonesia.

Massimo Persotti

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