martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Previdenza. Come calcolare quanto costa riscattare la laurea
Pubblicato il 11-07-2016


Previdenza
CALCOLO DEL RISCATTO DI LAUREA
Andare in pensione è sempre più difficile, così come lo è altrettanto trovare un lavoro per i giovani laureati. Tendenzialmente si inizia a lavorare sempre più tardi e l’età di accesso alla pensione viene, riforma dopo riforma, progressivamente elevata. Questo per le generazioni che rappresentano l’epicentro della forza lavorativa italiana. Per le generazioni prossime alla quiescenza, il discorso non cambia, o per meglio dire, muta nel senso che c’è sempre più l’esigenza di reperire nel proprio escursus lavorativo quei contributi utili per l’accesso al trattamento previdenziale, proprio per evitare di restare ancora molti anni in costanza di rapporto di lavoro. Da questo punto di vista, assume particolare rilievo l’accredito dei contributi, sia quelli obbligatori da lavoro, ma anche i contributi figurativi e i contributi da riscatto. Uno dei contributi da riscatto più importante è quello relativo agli anni del corso legale di laurea.

Il calcolo del riscatto della laurea è individuato dall’Inps sulla base della retribuzione media pensionabile riferita alla data della domanda, del periodo da riscattare, dell’età e del sesso del richiedente. L’ammontare determinato può essere pagato in unica soluzione o fino a 120 rate mensili (dieci anni) senza interessi. Se i periodi da riscattare sono anteriori al 1° Gennaio 1996 il calcolo del riscatto della laurea è quantificato da particolari tabelle che tengono conto dell’età, il sesso, la posizione assicurativa e retributiva e la durata dei periodi da riscattare. Attraverso la combinazione di questi fattori verrà individuata la quantità di denaro necessaria all’Inps per pagare la pensione maggiorata dal riscatto: riserva matematica. Se si tratta del riscatto di anni di laurea posteriori al 1° Gennaio 1996 il calcolo è determinato sulla base dell’aliquota contributiva (per la maggior parte dei lavoratori dipendenti l’aliquota è pari al 33%) applicata alla retribuzione lorda del richiedente, moltiplicata per il numero degli anni di cui si chiede il riscatto. Naturalmente, i due sistemi di calcolo sono applicati insieme se il periodo considerato è a cavallo della data sopraindicata. Grazie all’ultima riforma, il riscatto degli anni di laurea può essere richiesto anche da chi non ha ancora un lavoro. In questo caso, il contributo tratto dal calcolo del riscatto della laurea è pari all’importo derivante dall’applicazione dell’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche per i lavoratori dipendenti (33%) al minimale imponibile per artigiani e commercianti (15.548,00 euro per il 2016). A titolo di esempio, un neolaureato che intenda effettuare il riscatto della laurea nel corso di quest’anno (2016) pagherà quindi 5.130 euro per ogni anno di studi (15.548 x 33%). Potrebbe essere una soluzione conveniente per coloro che hanno appena conseguito una laurea di primo livello o una laurea magistrale e ancora non hanno trovato un lavoro. Va ricordato, inoltre, che il contributo versato per il riscatto della laurea è fiscalmente deducibile dall’interessato o detraibile dall’imposta dovuta dalle persone di cui egli risulti fiscalmente a carico (ad esempio i genitori), nella misura del 19% dell’importo stesso (secondo la normativa fiscale in vigore nel 2008). Per altre informazioni sul calcolo del riscatto della laurea è opportuno visitare direttamente il sito web dell’Istituto www.inps.it.

Cassa integrazione salariale ordinaria (Cigo)
DEFINITI I CRITERI DA APPLICARE PER LE DOMANDE
Con decreto numero 95442 del 15 aprile scorso, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha definito i criteri per approvare i programmi di cassa integrazione salariale ordinaria (Cigo) presentati dalle aziende all’Inps. Le Aziende possono ricorrere alle integrazioni salariali ordinarie solo per i motivi definiti dal decreto ministeriale, corredati dagli elementi di prova ritenuti indispensabili per ciascuno di essi. L’Inps, dal canto suo, deve motivare il provvedimento di concessione o di reiezione, totale o parziale, della Cigo, illustrando gli elementi documentali e di fatto presi in considerazione e le ragioni del convincimento che hanno determinato l’adozione del provvedimento. La nuova disciplina si applica alle domande presentate dal 29 giugno 2016.
Una circolare Inps di imminente pubblicazione  illustrerà nel dettaglio – sia dal punto di vista interpretativo sia sotto il profilo applicativo – i contenuti del decreto ministeriale.

Pensioni
CORTE DEI CONTI: IN 5 ANNI ASSEGNO NEO PENSIONATI +30,4%
Chi è riuscito ad andare in pensione lo scorso anno ha portato a casa un assegno del 30,4% più ricco, rispetto ai colleghi che sono andati via 5 anni prima. Da 1.192 euro del 2010 si è passati a 1.554 euro del 2015 (+362 euro), con differenze enormi tra uomini e donne. I dati sono contenuti nel dossier presentato di recente dalla Corte dei Conti, in occasione di un’audizione al Senato, e sono stati elaborati dall’Adnkronos. Nella relazione si ricorda che nel 2011, con un decreto legge, è stata disposta la soppressione dell’Inpdap e dell’Enpals e la loro incorporazione nell’Inps. Gli assegni rosa hanno registrato un incremento del 58,9% (+484 euro), mentre quelli azzurri solo del 13,4% (+200 euro). Nonostante il recupero delle donne resta ancora molta la distanza da colmare: 1.306 euro contro 1.691 euro. Le prestazioni degli uomini, quindi, restano ancora molto più alte rispetto quelle delle colleghe (29,5%). Rispetto a un trend di forte crescita delle prestazioni previdenziali, va registrata una decisa riduzione del numero delle liquidazioni negli ultimi anni. Dal 2010 al 2014 la riduzione è stata continua e ha portato il numero delle pensioni liquidate da 339.838 scattate nel 2010 a 164.711 con decorrenza al 2014, con una riduzione del 51,3%. Nell’ultimo anno di rilevazione c’è stata invece un’inversione di tendenza, che si è fermata a 234.011 liquidazioni, con un incremento rispetto all’anno precedente del 42,1%.

Non cambiare le norme
VOUCHER: LA DIFESA DI ALBERGHI, BAR E RISTORANTI
I voucher servono nei campi, così come negli alberghi, nei bar e nei ristoranti. E non sono necessari nuovi paletti che, anzi, li renderebbero inutilizzabili. Mentre ne può fare a meno l’edilizia. Le categorie che utilizzano maggiormente i buoni lavoro, interpellate di recente dall’Adnkronos, si schierano contro le modifiche alle norme del Jobs act, predisposte dal governo ma non ancora approvate dal Consiglio dei ministri, e invitano a una riflessione che scongiuri quella che ritengono una ‘contro riforma’. Gli albergatori italiani, tra i maggiori utilizzatori dei buoni lavoro per esigenze legate ai flussi turistici stagionali temono l’introduzione di norme restrittive. “Siamo preoccupati. Se si tratta di fare un tagliando a uno strumento come i voucher, va bene, ma se si vuole caricare l’operazione di altri significati e si vuole fare una caccia alle streghe, questo ci preoccupa”, ha affermato Alessandro Nucara, direttore generale di Federalberghi – Confcommercio a nome della categoria che insieme a ristoratori e gestori di pubblici esercizi, utilizza i ticket con una percentuale del 27% sul totale. Secondo Nucara infatti l’istituto dei voucher, come testimoniato anche dal successo ottenuto, “ha generato reddito trasparente, ha portato a piena regolarità certe situazioni e ha creato nuove occasioni, garantendo contributi e assicurazioni contro gli infortuni. Ma non vorrei che accadesse come per il lavoro intermittente che negli ultimi anni è stato demonizzato”. Assolutamente in linea anche la Fipe, la federazione dei pubblici esercizi di Confcommercio, che comprende ristoranti, bar, discoteche “Siamo per mantenere i voucher, sono uno strumento utile che viene utilizzato sempre di più. Abbiamo sempre sostenuto la sua importanza come strumento complementare al mercato del lavoro”, ha spiegato Silvio Moretti, responsabile servizi sindacali dell’associazione. Malcontento e netta contrarietà a nuovi paletti sui voucher arrivano pure dal settore agricolo. Gli imprenditori del comparto non vedono di buon occhio la prevista ‘stretta’ che il governo si accinge a imprimere, a fronte del boom di voucher emessi nel 2015, oltre 115 milioni. “In agricoltura è tutto un paletto, se ne vengono messi altri, come la comunicazione entro i 60 minuti, credo non verranno più utilizzati, ma allora si autorizza il lavoro nero?”, si è chiesto Romano Magrini, responsabile Lavoro della Coldiretti. “Quello che viene proposto è un ulteriore irrigidimento burocratico che rende difficile la gestione dei buoni lavoro”, ha rimarcato Roberto Caponi, direttore area sindacale di Confagricoltura. I voucher nel settore dell’edilizia, nonostante i dati diffusi dall’Inps segnalino una percentuale di utilizzo non trascurabile, intorno al 2%, “non sono compatibili con il mondo delle costruzioni”, ha evidenziato il vicepresidente dell’Ance Gabriele Buia, responsabile delle politiche industriali e sociali dell’associazione dei costruttori. “La nostra politica associativa è contraria all’utilizzo dei buoni lavoro – ha argomentato Buia – perché contrasta con la formazione continua che le nostre imprese danno alle maestranze, con la battaglia sulla legalità che conduciamo e con le tematiche legate alla sicurezza nei cantieri”, ha sostenuto il rappresentante dell’Ance.

Carlo Pareto

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