domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Referendum. Renzi boccia lo spacchettamento
Pubblicato il 12-07-2016


Presidenza commissione RiformeNon piace al premier lo spacchettamento del referendum sulle riforme costituzionali in più di un quesito. “Una cosa che non sta in piedi” ha detto. In ballo c’è la Costituzione e la Costituzione ha delle regole, non è possibile secondo la maggior parte dei giuristi spacchettare e fare un referendum “à la carte”». Insomma l’ipotesi dello spacchettamento tramonta prima ancora di nascere. E sulla legge elettorale: “Quando siamo arrivati – ha detto Renzi in una intervista al Corriere – non c’era una legge, era stata cancellata dalla Corte costituzionale. Ora c’è e dice che chi arriva primo, vince. Se il Parlamento è in grado di farne un’altra, si accomodino. Vedo ora che qualcuno è preoccupato e dice ‘ma possono vincere gli altri’. Certo, si chiama democrazia”. Parole che fanno pensare che il tanto darsi da fare degli  ultimi giorno potrebbe essere destinano a finire in un nulla di fatto.

Al non placet dello stesso premier e si aggiunge anche quello della ministra per le Riforme Maria Elena Boschi (che ha incontrato una delegazione di Radicali per discutere del tema, ribadendo tuttavia che il governo non si farà promotore dell’iniziativa), unito al no dei capigruppo del Pd Luigi Zanda ed Ettore Rosato (“i nostri parlamentari non firmeranno”) e al no di Forza Italia e del Movimento 5 stelle fa naufragare l’ipotesi spacchettamento, a meno di sorprese dell’ultima ora. “Se come mi auguro vince il ‘si’, avremo un Paese che funziona meglio. Dopo di che mi auguro che si finisca la legislatura nel 2018”  ha detto ancora il ministro Boschi.

La possibilità di spacchettamento è una strada che il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha definito “di difficile percorribilità. Comunque io non sono contrario a qualunque ipotesi consenta di parlare del merito e non invece di usare il referendum come un modo per confrontarsi su altro. Credo che il Paese abbia bisogno di chiudere una lunga transizione istituzionale e avere istituzioni più efficienti”. Voci contrarie allo spacchettamento anche dalla minoranza del Pd. “Il Parlamento ha approvato un’unica riforma costituzionale, i cittadini devono esprimersi su quella legge. Lo spacchettamento a posteriori di un testo realizzato in modo unitario crea confusione. Può avere una convenienza politica, ma la Costituzione non si affronta con questi metodi”.

Intanto a Palazzo Madama si preannuncia un mercoledì caldo. Nello stesso giorno potrebbero tenersi il voto sul ddl sugli enti locali, per il quale è necessaria la maggioranza assoluta, e la riunione dei senatori centristi con il leader di Ap Angelino Alfano. Riunione prevista una settimana fa, nel pieno del caso intercettazioni che ha ‘toccato’ il ministro dell’Interno ma che, nonostante il rinvio, potrebbe trasformarsi comunque in una resa dei conti interna tra chi spinge per l’appoggio esterno al governo e chi, invece, almeno fino al referendum, vorrebbe evitare sommovimenti.

I due appuntamenti sono legati perché i malumori interni ad Ap – che vede un manipolo di circa 8 senatori malpancisti, a cominciare dal capogruppo Renato Schifani – implicano numeri meno sicuri a Palazzo Madama. Eppure sul voto sul ddl enti locali in Ap si ostenta una certa sicurezza. E, non a caso, dal Pd è giunto un ‘alert’ ai senatori affinché in Aula siano tutti presenti. Anche perché, se la quota 161 non è messa in discussione, centrale resta il ruolo del gruppo Ala per raggiungerla: se i verdiniani risultassero decisivi le opposizioni, un minuto dopo, chiederebbero al premier Renzi un passaggio al Colle in quanto sarebbe cambiata la maggioranza. L’ipotesi al momento appare remota. Ai 112 senatori Pd, ai 20 del gruppo Autonomie e alla decina di esponenti del Misto, stando agli ultimi ‘rilevamenti sismologici’ si aggiungerà la stragrande maggioranza dei centristi: 27-28 senatori su 31. Un calcolo che, in tal modo, manterrebbe i verdiniani nel quadro della maggioranza aggiuntiva. Poi i centristi dovrebbero fare i conti con il loro dissenso interno.

Dirimente, in questo quadro, il ruolo dell’Italicum. Le aperture del Pd vedono anche oggi il plauso dei centristi, furiosi – con il ministro Enrico Costa – invece con il Dem Giorgio Tonini che ieri interpretava il pressing dei “micro partiti” per il premio alla coalizione come un argomento per non modificare l’Italicum. Premio alla coalizione che, invece, sarebbe utilissimo ad Alfano per ‘placare’ gli animi interni: con la prospettiva che, in alleanza con il Pd o replicando il ‘modello Milano’, per i centristi il futuro sentiero elettorale sarebbe ben più ampio rispetto ad una corsa al listone. Chi invece frena sulle modifiche all’Italicum e’ FI. “E’ una cattiva norma ma va cambiata solo dopo la vittoria del NO al referendum”, affermano i capigruppo Romani e Brunetta tentando, ancora una volta, di sgombrare il campo dai dubbi sulla posizione di Silvio Berlusconi sul referendum. E il leader FI, proprio in attesa della consultazione, per il momento sta alla finestra.

Ginevra Matiz

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