venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Sanders, un matrimonio d’interesse, non d’amore
Pubblicato il 26-07-2016


Chiunque abbia visto, anche per breve tempo, alcune immagini della Convention democratica di Filadelfia avrà avvertito un senso di profondo disagio.
L’evento Sanders alla tribuna per annunciare alla sua gente il suo appoggio alla Clinton era stata accuratamente preparato da Obama, grande soggettista-sceneggiatore della stessa Convention e, almeno nelle sue intenzioni, della successiva campagna per la Casa Bianca. Ed era, in qualche modo, un evento dovuto e atteso da tutti.
Al dunque, sono mancati però, a questo specifico appuntamento, gli attori e il pubblico. Sanders, in genere ottimo e appassionato comunicatore, ha, nel caso specifico, recitato diligentemente il suo compitino: una specie di minimo sindacale, pericolosità e improponibilità del candidato repubblicano; invito a “stringersi intorno a” per “sbarrargli la strada”. Una roba tutt’altro che eccitante. Nulla che giustificasse applausi deliranti con sventolar di cappelli, accettabili applausi di prammatica; ma quello cui abbiamo assistito è stato un un gelo popolato da fischi.
Insomma, ad una prima impressione, la cerimonia della riconciliazione non ha, almeno qui e oggi, spostato un voto. In un elettorato, tra l’altro, che tutti i sondaggi davano, nella sua maggioranza, non disponibile a convergere su Hillary e persino tentato, in piccola parte, dal voto a Trump.
Per capire quello che sta succedendo potremmo tranquillamente fare ricorso ai soliti clichè sul populismo e sull’estremismo; e sulla sua inferiorità irrimediabile rispetto alle posizioni realiste e, beninteso, riformiste rappresentate da Hillary. E però, almeno in questo caso, le cose sono un tantino più complicate; in una situazione in cui, nel campo democratico il punto debole della strategia obamiana Il fatto è che la candidata democratica alla presidenza degli Stati Uniti era, è, e rimane l’espressione fatta e finita dell’establishment: delle sue frequentazioni, dei suoi collegamenti economici e sociali, della sua visione del mondo e anche dei suoi disegni politici, interni ed internazionali.
Parliamo di Wall street; del capitalismo globalizzato e globalizzante; del Washington consensus, dell’interventismo democratico; e, a coronare il tutto, della convinzione radicata del diritto/dovere degli Stati Uniti di esercitare la loro egemonia a livello mondiale (beninteso al fine di promuovere i principi e i valori della libertà e i diritti umani) secondo gli schemi adottati negli anni novanta e mai sottoposti ad un serio riesame.
Di qui la sostanziale coerenza, nel tempo, dei suoi atteggiamenti: dal sì convinto all’intervento in Iraq e al patriot act all’impegno sostenuto a favore del Nafta e del Ttip sino alla gestione, nel primo quadriennio della presidenza Obama, della politica estera americana sotto il segno della continuità. Non a caso, del resto, le grandi aperture, realizzate o appena abbozzate dal duo Obama/Kerry in questi ultimi anni (dal disimpegno militare nell’area mediorientale all’accordo nucleare con l’Iran, dalla chiusura della partita cubana ai tentativi di coinvolgimento della Russia) hanno avuto, dalla precedente responsabile esteri un avallo reticente o, detto in politichese, qualificato…
Faremmo un torto all’intelligenza dei nostri lettori se collocassimo il problema nell’ambito dei rapporti sempre difficili tra il presidente uscente e il suo aspirante successore. Perchè, in realtà, l’argomento in discussione ha a che fare con i rapporti tra l’élite tradizionale e il suo popolo.
Questo popolo è oggi totalmente (e, giustamente) frastornato. Dubita, all’interno, dei vantaggi della globalizzazione o, più esattamente, è convinto che questi vantaggi siano andati ad altri (diciamo, ai soliti noti) e non a lui. E, in quanto, alla dimensione internazionale, avverte, non a torto, che l’eccezionalismo americano è andato a farsi benedire e che, anzi, l’America è sotto scacco.
Un popolo frastornato. E che si guarda intorno. e che, guardandosi intorno coglie alla perfezione la natura del candidato Trump e la sostanza del suo messaggio. Pessimo, anche per la natura di chi lo propone ma molto meno insensato di quanto si pensi; e molto meno reazionario di quello proposto dalla destra repubblicana. Mentre, almeno per ora, vede nel candidato dell’establishment soltanto una persona che chiede il consenso in nome di quella competenza ed esperienza che sono, dopo tutto, il semplice “vantaggio collaterale” per una persona che, da decenni, si è mossa nella sfera del potere.
In una situazione normale, ciò basterebbe e avanzerebbe. Ma quella che oggi vive l’America non è una situazione normale, e non è, soprattutto, una situazione che premi la continuità. Al contrario servirebbe, allora, un salto di qualità, nel messaggio e nella comunicazione del messaggio.
Sinora, nessun segnale in questo senso. Non lo sono i comportamenti degli esponenti clintoniani nei confronti di Sanders, lungo tutto il corso delle primarie e sino alle loro ultime battute. Non lo è l’accordo programmatico tra lo sfidante e l’ex first lady, molto simile a quello concluso, tempo fa, tra i socialdemocratici tedeschi e la Merkel: “a noi la promessa di un aumento delle pensioni minime, delle coperture sanitarie e di nuove misure a difesa dell’ambiente (nella lista americana c’è un maggiore controllo sulle vendite di armi), a te mano libera nella politica interna ed estera e in quella economica”. E questo, in in contesto dove la Clinton ha chiaramente manifestato la sua indisponibilità a rimettere in discussione i suoi rapporti preferenziali con i grandi interessi privati e la sua visione di un mondo diviso tra buoni e cattivi. Non lo è infine, il già citato discorso d’investitura di Sanders dove, stringi stringi, l’unico motivo addotto per appoggiare la rivale di Trump è che è la rivale di Trump.
In sintesi, non ci siamo proprio. O, se preferite, non ci siamo ancora. Non ci resta, allora, che attendere fiduciosi, il doveroso e immancabile (?) scatto di reni. Perché temiamo che, al dunque, per battere Trump non basti essere il suo avversario.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Che strano: leggere “un salto di qualità, nel messaggio e nella comunicazione del messaggio” mi ha fatto balenare agli occhi il “lavoro” di Renzi. Non è che lo spin-doctor di Renzi debba tornare negli USA?

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