sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Antonella Soddu:
Io e Afida
Pubblicato il 28-07-2016


Ore sette e trenta. Prendo la mia bicicletta per recarmi al lavoro. Ho già alle orecchie le mie cuffie collegate al mio mp3. Manu Chao canta “clandestino”. Lungo il tragitto verso la sede del cantiere di lavoro al quale mi sto recando dall’inizio di luglio, penso che sto lavorando con due extracomunitari uno bosniaco e una marocchina. La seconda è la mia vicina di casa. Il primo credo che in Bosnia non ci sia nemmeno mai stato. Di fatto ha 25 anni è nato e cresciuto in Sardegna. Vive nel mio paese con la sua famiglia da quando è nato.
La sorella parla un sardo perfetto da far invidia ai nostri confratelli sardi che spesso dicono: “Non capisco il sardo, in casa non lo parliamo mai”. Il mio primo giorno di lavoro con loro è stato come il primo giorno di lavoro che ho vissuto in passato con gli “italiani/sardi” compagni di lavoro. Niente di più e niente di meno. Abbiamo preso le consegne di servizio e ci siano recati nei punti indicati per fare le pulizie delle strade del paese. Quel che è normale per me però non è normale per altri e allora ho osservato attentamente le persone che soggiornano nella piazza principale del paese; hanno a loro volta osservato ogni movimento e spostamento che io e la mia collega marocchina abbiamo fatto dall’esatto momento che siamo arrivate in piazza, abbiamo indossato i dispositivi di sicurezza e abbiamo iniziato la nostra giornata di lavoro.
Io in pantaloni corti, maglietta bianca, cuffie alle orecchie, e la sigaretta – la solita che fumo durante la giornata. La mia vicina, il 3 luglio era ancora in ramadam. Ma comunque lei indossa sempre pantaloni lunghi e un lungo camicione. Indossa sul capo un normale copricapo, tipo “su mancadori e conca” (copricapo) che indossano le nostre nonne ancora oggi, in particolare le vedove.

Per una mia mera curiosità prima di scrivere qualcosa di inesatto, ho chiesto ad Afida -“è questo il vostro velo tradizionale?”. Lei mi ha guardata e mi ha pure sorriso mentre diceva:  “questo è un fazzoletto che ho comprato dai cinesi”. In effetti l’ho guardato bene. Poi mi sono sentita un po’ stupida ad aver posto la domanda. Mi rendo conto che si è trattata di qualcosa molto simile a quando affermiamo: “Premetto non ho nulla contro gli immigrati”, oppure “non ho nulla contro i gay, ho tanti amici gay”. A metà mattina ho incrociato un vecchio amico. Mi ha offerto un caffè al bar. Ha chiesto: “lo prende anche la tua collega?”. Afida non prende caffè, lo so, la conosco da tanto. Comunque non sarebbe entrata al bar. E non perché non possa farlo, anzi, in realtà alcune volte con me c’è pure entrata, ma perché, dice di non parlare bene italiano e quindi ha paura di non esser compresa. Allora , dice, “mi vergogno.”

D’altra parte, è anche vero che alcune donne marocchine non entrano al bar senza il marito. Ma anche questo non è molto diverso dalla condizione di molte donne sarde della mia età che non entrano al bar perché altrimenti gli amici di bar dei loro mariti potrebbero riferire. Negare che questo sia ciò che accade ancora oggi nella nostra Sardegna del 2016, sarebbe come negare che il fuoco è caldo. A me non è mai importato nulla. Ci entro quando ho voglia di un caffè al bar e mi intrattengo anche a conversare. Scopro sempre nuove persone e sopratutto osservo quanto la maggior parte non abbia davvero idee e iniziative per procedere nella loro esistenza.

Poco prima della conclusione della giornata di lavoro in strada, a spazzare sotto il sole, a cambiare le buste dai cestini dei rifiuti nelle piazze e a raccogliere cumuli di mozziconi di sigarette, io e Afida ci siamo sedute un attimo a bere un sorso d’acqua fresca. Ci siamo guardate in viso e in simultanea ci siamo dette: “Stanca, e adesso si ricomincia a casa”. Afida ha 38 anni, 4 figli, due piccoli di 5 e 3 anni, due adolescenti, di 17 e 16 anni. Una famiglia dove la donna, moglie e mamma, deve comunque fare spesso da sola, ma non è che sia molto diversa la posizione di tante donne sarde. Persino la mia posizione non è poi tanto diversa. Fatto salvo che qualche volta i miei figli mi danno una mano, ma non certamente nel contesto dei compiti che tradizionalmente sono percepiti ancora come “femminili”. Anche Afida mi ha confermato che ha poco aiuto in casa, in particolar modo per quanto concerne l’aiuto nelle faccende domestiche. Per il resto figli e marito fanno esattamente le cose che fanno i miei e quelli di tante altre realtà famigliari.

Sostanzialmente non vedo molte differenze tra me e Afida; siamo due donne, due madri, due mogli cresciute in paesi diversi, con culture e tradizioni diverse – per quel che può valere l’utilizzo del termine diverso – condividono lo stesso Paese e mentre io bevo acqua quando ho caldo e sono sotto il sole, lei resiste, perché osserva il ramadam, fino al tramonto del sole. E io mi chiedo se al posto suo riuscirei a resistere e osservare cosi scrupolosamente. Conoscendomi, credo proprio di no. Per il resto, la sera ho visto Afida stendere i panni al filo del balcone, io stavo ritirando la roba stesa e asciugata.

Antonella Soddu

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