sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Giovanni Alvaro:
I compensi Rai
e l’evirazione del Senato
Pubblicato il 29-07-2016


 

 

La specialità del renzismo è quella di dire una cosa e farne poi esattamente una diversa che, col combinato disposto del giudizio poco lusinghiero sui cittadini italiani (forse considerati alla stregua di imbecilli), è alla base della politica dell’attuale governo nel nostro Paese. Non tutti, forse, ricorderanno la campagna per la spending review e, di conseguenza, quella contro gli alti stipendi dei manager avviata da Renzi, che provocò la piccata risposta di Mario Moretti che quella campagna criminalizzante non condivideva e non accettava.

Ma tutti, certamente, ricorderanno una delle motivazioni accampata per giustificare la cancellazione del Senato oggetto, in autunno, del referendum costituzionale. La ricorderanno di certo se non altro per averla sentita proclamare, come un mantra, ai quattro venti da Renzi e dai suoi divulgatori ‘scientifici’ che sostenevano che la trasformazione del Senato, in camera di serie B, era necessario farla anche per risparmiare bei soldini di cui l’Italia aveva estremo bisogno. Il tutto perché, si sosteneva, i nuovi Senatori (provenienti dai Consigli Regionali e con Sindaci delle grandi città) già venivano pagati dalle proprie Amministrazioni di appartenenza, non avrebbero potuto rappresentare un peso finanziario se si esclude il viaggio e il rimborso spese per le trasferte da effettuare nella Capitale.

Già solo questa motivazione puzzava, e continua a puzzare, di imbroglio vuoi perché il risparmio che si realizza è così miserabile che si poteva ampiamente reperirlo con una vera e propria spending review che è stata, invece, bloccata da Renzi provocando le dimissioni di due illustri economisti come Carlo Cottarelli prima e Roberto Perotti poi; ma vuoi, anche, perché è offensivo gridare agli sperperi, mortificando il merito che dovrebbe stare alla base dei compensi, e poi elargire a piene mani, superando lo sbarramento dei 240 mila euro annui (altra perla renziana), agli ‘amici’ collocati alla Rai, senza una valutazione piena delle capacità (che è una variabile determinata dal mercato e non una cervellotica decisione di chi ha le leve del comando).

Anche in questo caso bisognerebbe ricordare le plateali affermazioni fatte dal premier sulla Rai dalla quale dovevano essere cacciati i partiti (“Via i partiti dalla Rai”) per riempirla, però, di sodali del proprio ‘cerchio magico’ e di sostenitori della prima ora, essendo pochini (!!!) i giornalisti e i dirigenti nell’organico precedente in Mamma Rai, e riservando ad essi lautissimi compensi che come si è scoperto recentemente vanno dai circa 650mila euro annui del Direttore generale Campo Dall’Orto, ai 320mila di Carlo Verdelli, ai 300mila elargiti alla Ilaria Dellatana o dati alla Daria Bignardi (forse per incoraggiarla a migliorare i propri ascolti) e così via.

È chiaro che detti compensi costruiti, magari, usando un metro che nulla ha a che vedere con le reali capacità dei singoli, stridono con la falsa motivazione per l’evirazione del Senato e con il falso tetto dei 240mila euro che viene superato con facili eccezioni. La verità è che a Renzi non interessa per nulla il ‘risparmio’, ma lo utilizza per sollecitare la pancia degli italiani.

Giovanni Alvaro

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