mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il ritorno dell’economia contadina. Tra ideologia
e sviluppo
Pubblicato il 12-07-2016


contadiniÈ comparso in libreria “Manifesto per un secolo contadino”, di Silvia Pérez-Vitoria, economista e sociologa francese, autrice di bestseller, quali “Il ritorno dei contadini” (2007) e “La risposta dei contadini” (2011); nel “Manifesto”, l’autrice rivisita la storia delle classi contadine, rilevando come esse abbiano potuto continuare ad essere depositarie, in tutto il mondo, di saperi antichi, fondamentali per la sopravvivenza dell’uomo, e dei valori di solidarietà e di conservazione dell’ambiente. L’autrice, inoltre, sostiene anche, appassionatamente, quanto il ritorno dei contadini sia quasi un destino al quale le moderne società non potranno sottrarsi, se vorranno evitare i pericoli futuri di un modo di produrre che mostra di avere assai poco interesse al rispetto della vita umana.

L’ideologia dello “sviluppo”, imposta alle società dal capitalismo “laissezfairista”, ha sempre considerato i contadini alla stregua di reliquie del passato, da rimuovere per la modernizzazione del mondo, al punto che oggi sono rari i contesti sociali all’interno dei quali ai contadini non sia riservata una considerazione residuale, come se fossero un fardello del quale sia giocoforza sopportarne il peso economico. Tutto ciò accade nonostante che, nelle economie contemporanee siano sempre più evidenti le conseguenze negative, sul piano sociale ed ambientale, del modo capitalistico di produrre. A parere della Pérez-Vitoria, in un momento come quello attuale, in cui sono venute meno molte delle certezze sulle quali il capitalismo e le società industriali hanno potuto affermarsi, grazie al radicarsi nell’immaginario collettivo che l’ideologia industrialista e la logica implicita alla libera economia di mercato avrebbe liberato dal bisogno in modo crescente l’intera umanità, sarebbe giunto il momento di considerare la possibilità di ricuperare, per il bene dell’umanità, il mondo contadino ed i suoi protagonisti, con i loro valori, il loro modo di pensare e le loro tradizioni.

Per il mondo contadino, la conservazione dell’ambiente, le piante e gli animali fanno parte della natura, della quale l’uomo può avvalersi per la sua sopravvivenza solo rispettando l’equilibrio esistente tra i vari elementi che la compongono, adattandosi ad essa, senza la pretesa di trasformarla e di utilizzarla per finalità poco rispettose della vita; ciò comporta che ambiente, terra ed animali non siano considerati semplici elementi economici; inoltre, occorre tenere presente che non sempre la competitività del libero mercato risulta essere, come invece si sostiene, il “collante sociale” che tiene insieme i componenti delle singole comunità, attraverso la conservazione e la condivisione di valori solidaristici, spesso distrutti proprio ad opera della competitività.
Di fronte alle crisi pressoché continue dell’economia capitalistica e, in particolare, ai limiti dell’ideologia che attualmente la sorregge, la Pérez-Vitoria è del parere che il “ritorno dei contadini” e del loro mondo sia una “questione centrale”, in considerazione della funzione sociale svolta dal ritorno all’uso della terra; ciò perché, la terra, le piante e gli animali rappresentano, secondo l’economista-sociologa francese, la base dell’agricoltura e della vita dell’uomo, per cui se si vorrà realmente restituire alle attività agricole tutte le loro dimensioni, tutti gli elementi che concorrono al loro svolgimento non potranno essere assunti, alla stregua di quanto avviene nella teoria economica, come semplici “fattori di produzione”.

Da questo punto di vista, la Pérez-Vitoria ritiene che l’agricoltura industriale sia stata particolarmente distruttiva perché, a causa delle monocolture e dei metodi intensivi adottati, ha concorso a impoverire, inquinare e violare i suoli, mentre il loro accaparramento ha condotto le società moderne a porsi l’urgenza di risolvere il dilemma incombente: cosa fare dell’agricoltura? Si deve continuare a lasciarla nelle mani di chi ha concorso a distruggerla o si deve fare in modo che ne dispongano coloro per i quali l’agricoltura è un modo di vita? La risposta a questi interrogativi è tanto più urgente se si considera che, nel corso dei secoli, i contadini hanno sviluppato dei saperi che hanno consentito all’umanità di progredire, mentre la modernizzazione agricola li ha occultati o distrutti; lo sfruttamento della terra e le attività agricole proprie dell’industrialismo sono cresciute e si sono sviluppate proprio sul non-riconoscimento di quei saperi, per cui attualmente, per fare fronte ai molti danni generati dalla soppressione del “sapere contadino”, si impone il loro ricupero, quali “giacimenti di conoscenze” indispensabili per rimediare a quei danni.

La logica che è alla base delle relazioni tra il mondo contadino e la natura è molto diversa da quella su cui è stata realizzata la modernità, caratterizzata invece dall’assunzione di posizioni di dominanza dell’uomo sulla natura. Ciò ha condotto la moderna società industriale ad adottare il paradigma “sviluppista”, pensando che in tal modo sarebbe stato possibile sradicare la povertà esistente nel mondo, senza riflettere sul fatto che un maggiore sviluppo avrebbe inevitabilmente “prodotto” maggiore povertà. Lo dell’agricoltura industriale, a parere della Pérez-Vitoria, avrebbe prodotto la povertà soprattutto nelle campagne; sarebbe questo il motivo per cui i due terzi delle persone che soffrono la fame nel mondo sono contadini. Ciò dovrebbe indurre le organizzazioni mondiali che regolano le direttrici dello sviluppo dell’economia globale che i contadini possano essere messi nella condizione di nutrirsi dei loro prodotti; ma le risposte sono di segno contrario, per cui la povertà persiste e le crisi non concorrono a mettere in discussione il modello prevalente dell’organizzazione economica mondiale.

Il persistere della povertà – afferma la Pérez-Vitoria – e il fallimento delle politiche volte a combatterla hanno sinora prodotto “strategie ben lontane dagli obiettivi dichiarati”; inoltre, nel formulare queste politiche, la fame è stata assunta come “dato esterno”, nel senso che essa è stata considerata una “dato esogeno” rispetto al sistema che la produce. In realtà, la povertà è la conseguenza diretta delle leggi che sono proprie del modo di funzionare dell’economia mondiale. Il neoliberalismo è l’ideologia che lo sottende; esso valuta sempre in modo positivo lo sviluppo continuo sia del Nord che del Sud del mondo, considerandolo connaturato al continuo progresso scientifico e tecnologico. A tale ideologia tutte le politiche “condotte dagli Stati, dalle organizzazioni internazionali, dalle ONG, vi aderiscono e un’abbondante letteratura opera costantemente in suo sostegno”.

La logica dello sviluppo capitalistico implica un’organizzazione sociale che, per essere conservata, impone “la trasformazione e la distruzione di tutto ciò che la precede, tanto sul piano sociale quanto sul piano ecologico”. È proprio quest’idea di sviluppo e di progresso continuo, universale (e sempre valutato positivo) ad indirizzare l’evoluzione delle società che il movimento dei contadini sta contestando; la critica del movimento – afferma l’economista-sociologa francese – è liberatoria, perché consente una rottura col passato, per uscire dalla “’fatalità’ indotta dalla logica economica”, consentendo alle società di “poter scegliere il proprio destino”, senza uniformarsi al modello unico dell’economia occidentale. A tal fine, compiere atti di dissidenza significa “rompere con il sistema dominante”, per ritrovare forme di autonomia decisionale; a parere della Pérez-Vitoria, la rottura deve essere perseguita, “conservata, semplicemente amata. Fa parte di noi e noi facciamo parte di lei”.
La proliferazione in tutto il mondo di associazioni e di movimenti sociali valgono a tradurre la critica del movimento dei contadini in un rifiuto della logica neoliberista. Attualmente, a livello globale, la forza sociale organizzata più importante è quella di “Via Campesina”, un’associazione, nata nel 1993, che riunisce milioni di contadini, agricoltori di piccole e medie dimensioni e lavoratori agricoli di tutto il mondo. Via Campesina comprende circa 150 organizzazioni locali e nazionali, in 70 Paesi di Africa, Asia, Europa e nelle Americhe; nel complesso, essa rappresenta circa 200 milioni di contadini che promuovono un movimento autonomo, pluralista e multiculturale, indipendente da qualsiasi forma di organizzazione politica, economica o da altra forma di affiliazione.

La molteplicità dei soggetti che Via Campesina riesce a mobilitare costituirebbe, a parere della Pérez-Vitoria, una garanzia di creatività e di riflessione, per “ripartire dai fondamenti della vita sulla Terra”, per ricuperare il rispetto, l’equilibrio e la “considerazione delle molteplici visioni del creato dei popoli”: ci sarebbero le condizioni per farlo, ma mancherebbe la volontà, perché, per coloro che governano l’economia globale, è molto forte la dipendenza dai miraggi della modernità, per cui essi non riescono a scorgere, né a percepire la necessità di restituire al mondo contadino la sua originaria centralità. Per vincere questa resistenza, occorrerà perseguire il rinnovamento necessario attraverso una molteplicità di strategie, nella consapevolezza che saranno complesse e difficili. Il Manifesto – conclude la Pérez-Vitoria – ha tentato di mostrare la necessità di tali strategie, affinché l’umanità abbia qualche “possibilità di sopravvivenza”.
Al riguardo, però, si può osservare che se si mostra solo la necessità, ma non se ne indicano, sia le forme che le modalità di attuazione, le strategie invocate per il ricupero della centralità del mondo contadini si riducono a puro e semplice auspicio. L’analisi critica della società capitalistica della Pérez-Vitoria, infatti, per quanto condivisibile, si riduce a niente più che a una pura e semplice aspirazione sterile a realizzare un cambiamento organizzativo di tale tipo di società, senza l’uso di concetti appropriati e del significato che la ricerca economica ha loro assegnato. Intanto, va sottolineato il fatto che, per formulare gran parte della sue osservazioni critiche della società industriale, l’economista-sociologa francese, usa il concetto di “sviluppo” attribuendogli un significato che è proprio di tutte le tesi sulla decrescita economica; sarebbe stato, perciò, opportuno tener presente la differenza, che anche i critici della crescita continua assumono, tra i concetti di “crescita” e di “sviluppo”, esprimendo quello di crescita un fenomeno quantitativo, e quello di sviluppo i benefici della crescita, espressi in un generale innalzamento delle condizioni di vita della popolazione.

I due concetti sono collegati tra loro in termini immediati con l’affermazione che laddove c’è crescita, c’è anche sviluppo. I critici della crescita continua hanno invece dimostrato che non sempre è così. Per realizzare una riforma del modo capitalistico di produrre, in grado di dissociare lo sviluppo dagli esiti negativi della crescita quantitativa continua (e perciò, tornando alla tesi centrale del “Manifesto” della Pérez-Vitoria, per “restituire” al mondo contadino la sua originaria centralità) occorrerebbe assumere delle decisioni sulle quali dovrebbe convergere il consenso unanime dei componenti tutti i sistemi sociali integrati nell’economia mondiale.
Il fatto che questo tipo di società non sia mai stato considerato in termini di progetto politico compiuto, fa sì che il discorso sull’”uscita” dalla logica delle “società industriali” prenda sempre la forma negativa del disorientamento e del senso di impotenza e di impossibilità a realizzare la riforma del capitalismo. Perdurando questa situazione, la logica capitalista permea di sé l’economia mondiale e, malgrado gli squilibri economici conseguenti, non avverte la necessità di suggerire l’urgenza di un nuovo ordine economico e di un modello di società alternativi a quelli correnti.
Per realizzare un possibile nuovo ordine, occorre procedere sulla via della definizione del modello di società alternativo a quello sorretto dalla logica capitalistica e, nello stesso tempo, pervenire anche all’individuazione delle procedure utili a consentirne una compiuta realizzazione;è evidente che il modo in cui queste procedure possono essere individuate non può che essere il risultato di una volontà politica, la più larga possibile, riflettente la decisione in base alla quale tutti i componenti dei sistemi sociali intendono porre se stessi in rapporto alle loro aspirazioni esistenziali, più eque sul piano economico e più sicure sul piano ambientale.

L’idea di fondare la definizione di un nuovo modello organizzativo della società, alternativo a quello della società industriale, attraverso il coinvolgimento democratico di tutti, deve prevalere su quella secondo la quale il modello politico può essere definito e realizzato solo da “professionisti esperti”, o da altri soggetti sorretti da “atti di forza”; la pretesa superiorità degli esperti, o degli “uomini soli al comando”, nella formulazione delle risposte alle aspirazioni esistenziali dell’umanità ha avuto delle definitive smentite nel corso del XX secolo.

Gianfranco Sabattini

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