giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

“Stipendi d’oro” della Rai.
Un brutto colpo per Renzi
Pubblicato il 28-07-2016


Le regole alla Rai, molte volte, valgono per tutti tranne che per i furbetti e i privilegiati. 200.000, 250.000, 300.000, 350.000 mila euro. Su, sempre più su fino a toccare la vetta siderale di 650.000 euro. I mega stipendi Rai sono cifre mozzafiato da lotteria.

Festeggiano i “magnifici 94”, un pugno di persone sui 13 mila dipendenti, una ristretta cerchia di manager e giornalisti con uno stipendio superiore ai 200 mila euro lordi l’anno. Al primo posto in classifica c’è il direttore generale dell’azienda radio-televisiva pubblica, Antonio Campo Dall’Orto, con 650 mila euro, subito dopo segue in seconda posizione il presidente di Rai Pubblicità Antonio Marano con 392.000. I direttori dei telegiornali veleggiano tra i 280 mila e i 300 mila euro. Tra i “magnifici 94” ci sono anche i direttori delle reti televisive e radiofoniche, più diversi vice direttori e redattori capo, in alcuni casi rimasti senza incarico di lavoro, ma comunque conservando lo “stipendio d’oro”.

La lista dei 94 fortunati dirigenti e giornalisti è stata pubblicata in omaggio alla “trasparenza” su Rai.it, il sito internet dell’azienda. Campo Dall’Orto ha commentato: «La trasparenza è amica della competenza e sorella dell’innovazione». Già, in genere, la trasparenza dà frutti positivi. Tuttavia in questo caso i frutti o non ci sono o stentano a comparire, tra i rami del malandato albero della Rai.

I motivi sono diversi. Prima di tutto non è stato rispettato il “tetto” di 240.000 euro l’anno introdotto da Matteo Renzi per tutti i dipendenti pubblici. Il presidente del Consiglio, in una situazione di grave crisi economica, ha chiamato gli alti dirigenti pubblici a contribuire ai sacrifici sopportati dai cittadini comuni. Come limite massimo di retribuzione è stato fissato per legge il reddito annuo lordo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: 240.000 euro, appunto. In sintesi: Campo Dall’Orto guadagna quasi il triplo del capo dello Stato e circa il sestuplo del presidente del Consiglio. Il precedente consiglio di amministrazione della Rai si è adeguato al “tetto” introdotto dal governo e sono calati i mega stipendi.  L’allora direttore generale Luigi Gubitosi ha accettato, anche per sé, la soglia dei 240.000 euro.

Ma con l’attuale consiglio di amministrazione, la situazione è cambiata. Fatta la legge trovato l’inganno, alle volte i proverbi sono brutalmente veri. Alla Rai non è stato più applicato il “tetto” stabilito dal governo perché, anche se l’azienda è di proprietà del ministero dell’Economia, formalmente si tratta di una società di diritto privato. Di qui lo scoppio del caso dei “magnifici 94”. La positiva “trasparenza” non ha prodotto i frutti sperati. È un brutto colpo per l’azienda di servizio pubblico di fronte agli italiani angustiati dalla crisi, e per Renzi.

Non solo. Non si vedono risultati. Campo Dall’Orto, assieme al consiglio di amministrazione della Rai, si è insediato giusto un anno fa, ad agosto del 2015, con ampi poteri: è divenuto, grazie alla riforma dell’azienda votata dal Parlamento, direttore generale ma con le competenze più forti, tipiche di un amministratore delegato. È arrivato il primo anniversario dell’investitura, ma non si è vista alcuna novità per rilanciare il servizio pubblico. C’è stata ben poca “innovazione” sia nell’informazione (tv, radio, web) sia nei programmi televisivi e radiofonici. È prevalso l’immobilismo. Non è stato illustrato né avviato alcun piano di rilancio industriale-editoriale, né di riorganizzazione produttiva, al contrario di quanto promesso. È il secondo brutto colpo per la Rai e per Renzi, un tempo deciso sostenitore di Campo Dall’Orto.

Una nuova clamorosa iniziativa, non gradita dagli utenti, c’è stata. Dal 2016 il canone Rai (100 euro l’anno) non verrà più volontariamente pagato dagli italiani, ma sarà gradualmente addebitato sulle bollette della corrente elettrica a partire da quella di luglio. La storica svolta è stata decisa dal presidente del Consiglio per eliminare la forte evasione del canone, sembra del 30%. L’importo da pagare, però, è stato abbassato rispetto al passato, in base al principio di “pagare meno, pagare tutti”. Tuttavia la novità non è piaciuta a molti cittadini. Tante persone, anche non evasori, hanno storto la bocca contro l’obbligo di pagare il canone nella bolletta elettrica mentre l’informazione e i programmi Rai continuano a non cambiare senza una cura basata sulla qualità. È il terzo brutto colpo per la Rai e per Renzi.

Una novità di struttura, però, è stata realizzata. Carlo Verdelli, già a ‘Repubblica’, è stato preso con uno stipendio di 320 mila euro l’anno, affidandogli l’incarico di “direttore editoriale per l’offerta informativa”. Verdelli, stimato giornalista, ha chiamato ad aiutarlo diversi colleghi esterni ed interni alla Rai, tutti con retribuzioni pesanti. Uno di questi è Francesco Merlo, editorialista di ‘Repubblica’ in pensione, preso con una consulenza di 240 mila euro. Fa parte del gruppo di collaboratori i cui redditi sono stati pubblicati perché incassano un compenso di oltre 80 mila euro. Però questa nuova costosa struttura (un milione di euro l’anno) finora non sembra aver carburato facendo sentire la sua presenza. Non si capisce nemmeno bene che genere di coordinamento giornalistico sia stato affidato a Verdelli, visto che le diverse testate Rai dipendono, secondo il contratto nazionale di lavoro, solo dal loro direttore. Si tratta del quarto brutto colpo per la Rai e per Renzi.

Le opposizioni e il Pd, il partito di Renzi, pur scontrandosi, si sono trovati d’accordo su un punto:  il “tetto” va applicato subito anche alla Rai. Il vertice dell’azienda, però, ha “frenato”. Campo Dall’Orto si è limitato a parlare di “un percorso di autoregolamentazione”.

Qualcuno chiama in causa il mercato per giustificare gli “stipendi d’oro” in Rai. Ma l’argomento non regge. Prima di tutto l’azienda è di servizio pubblico e, in gran parte, finanziata dal canone pagato dai cittadini. Se poi i privati volessero pagare di più, facciano pure. Tuttavia è una possibilità molto improbabile:  i giornali (in testa i grandi quotidiani come ‘la Repubblica’ e il ‘Corriere della Sera’) non godono certo di buona salute. Negli ultimi otto anni sono crollate vendite, pubblicità e occupazione. Molti giornali, periodici, agenzie di stampa, tv e radio locali hanno chiuso licenziando, quasi tutti hanno messo i lavoratori in cassa integrazione, in pre-pensionamento o “in solidarietà” (questo tipo di contratti riduce in maniera più o meno pesante gli stipendi).  Parafrasando Humphrey Bogart la replica è semplice: “Non è il mercato, bellezza!”.

Rodolfo Ruocco

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