domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Tina Anselmi, partigiana
e ‘madre’ della Patria
Pubblicato il 29-07-2016


tina-anselmiNel giorno di Hillary l’Italia ricorda la sua Hillary. Ora ha ottantanove anni ma esattamente quattro decenni fa ha scritto la storia di questo Paese: prima donna ministro (o ministra: lei all’epoca alla cosa non avrebbe dato lo stesso peso che danno le elette di oggi con Virginia Raggi in testa che ha ufficialmente richiesto di chiamarla “sindaca”) in un Paese in cui la politica era profondamente maschile. Tina Anselmi può a tutti gli effetti essere considerata la “madre” delle Boschi, in questi giorni impegnata a “far l’americana” con tanto di selfie con Bill Clinton, delle Madie e delle Pinotti. Perché se Renzi, almeno prima dei tanti rimpasti, appena approdato a Palazzo Chigi, ha scelto di dividere il governo equamente a metà per genere, negli anni Settanta questo esercizio non rientrava negli intendimenti dei presidenti incaricati. Trovare un posto a questa donna battagliera, che aveva contribuito alla nascita della Repubblica partecipando alla Resistenza (staffetta partigiana, ruolo normalmente femminile, nome di battaglia: Gabriella) non fu agevole e l’obiettivo poteva essere realizzato solo da Giulio Andreotti, “animale politico” abituato a camminare sulle sabbie mobili senza venirne inghiottito.

Le venne dato un ministero importante, quello del lavoro e della Previdenza sociale. Erano tempi duri. Il paese boccheggiava, qualche anno prima avevamo chiesto soldi a prestito alla Germania che ce li aveva dati chiedendo però in pegno una parte del nostro oro (che ci fu restituito con regolare ricevuta, evidentemente). La prima manovra di quel governo fu veramente lacrime e sangue perché intervenne sulla scala mobile che faceva lievitare le liquidazioni (Democrazia Proletaria propose il referendum, raccolse le firme ma tutto quello sforzo venne vanificato dall’intervento di Gino Giugni che riformò, auspice Giovanni Spadolini, l’istituto che da quel momento si chiamò Tfr, trattamento di fine rapporto). Ma non si limitò solo a quello perché, come si direbbe oggi con un gergo inaugurato da Silvio Berlusconi (che poi finì al centro dell’attenzione della Anselmi a causa della P2), “mise le mani nelle tasche degli italiani”. In una notte perché all’epoca le “Finanziarie” (si chiamavano così) si approvavano solo con la luce artificiale per evitare “fugoni “ di capitali che avvenivano comunque. Era l’Italia del terrorismo e che, nell’area più abbiente, aveva paura dei sequestri di persona. Era soprattutto l’Italia della “solidarietà nazionale”, formula costruita dal paziente Aldo Moro capace con le sue lunghe relazioni ai congressi di narcotizzare anche i più allenati personaggi della società politica. Il governo di Andreotti era un monocolore e veniva definito della “non sfiducia” (all’epoca la creatività era notevole, a cominciare dalle famose “convergenze parallele”). In sostanza si reggeva in piedi perché la maggioranza del parlamento non gli votava contro, soprattutto non gli votavano contro i comunisti che dall’area governativa erano usciti circa trent’anni prima.

Lei, la Tina, era una donna di quei tempi: austera anche dal punto di vista dell’abbigliamento (certo non avrebbe mai sfoggiato i “tubini” rosso fuoco della Boschi). Ma in un mondo abituato a parlare in maniera un po’ criptica (ma anche decisamente più educata), la sua oratoria era chiara. Hillary potrebbe essere la prima donna alla guida della superpotenza americana; la Anselmi non è stata lontana, a sua volta, dal Quirinale: spesso il suo nome è spuntato tra i papabili ma non se ne è mai fatto nulla e forse è stata una occasione perduta. Alla storia di questo Paese più che come ministra passerà come presidente della commissione parlamentare di indagine sulla P2. I ricordi di quella esperienza li conservò (insieme ad alcune frasi fulminanti come questa: “La verità possono sopportarla solo quelli che hanno la capacità di sopportarla”) in settecento foglietti che poi consegnò ad AnnaVinci che per la casa editrice Chiarelettere curò un libro dal titolo: “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”.

Di quella vicenda si è un po’ persa la memoria eppure intorno a essa ruotano pezzi nebulosi di storia patria: alcuni passaggi della strategia della tensione (le stragi, tanto per intenderci), oscure situazioni finanziarie con epiloghi da “noir”, dal crack Sindona al crack Ambrosiano sino alla morte del banchiere Calvi sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Quando il caso esplose, il 17 marzo del 1981, l’Italia sembrò andare in pezzi. Nella casa di Licio Gelli (Villa Wanda) a Castiglion Fibocchi presso Arezzo, i giudici milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone trovarono un elenco di mille nomi: in sostanza gli “iscritti” alla Loggia cosiddetta “coperta”, cioè più segreta delle altre. C’era di tutto: ministri, sottosegretari, politici semplici ma in carriera, imprenditori, importanti esponenti delle forze armate e della Guardia di Finanza, tanta gente dei servizi segreti cominciando da quelli sistemati ai piani alti. Quando concluse il suo lavoro, Tina Anselmi disse: “Questi tre anni sono stati per me l’esperienza più sconvolgente della mia vita. Solo frugando nei segreti della P2 ho scoperto come il potere, quello che ci viene delegato dal popolo, possa essere ridotto a una apparenza. La P2 si è impadronita delle istituzioni, ha fatto il colpo di stato strisciante, per più di dieci anni i servizi segreti sono stati gestiti da un potere occulto”. Oggi la P2 non c’è più ma il potere continua ad apparire, in altri modi e per altri versi, piuttosto oscuro

Angelo Gentile
Dal blog della Fondazione Nenni

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