martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Turchia. Ok da ambasciata Usa a rientro dei diplomatici
Pubblicato il 26-07-2016


epa05026396 President of United States Barack Obama arrives for the G20 summit in Antalya, Turkey, 15 November 2015. In additional to discussions on the global economy, the G20 grouping of leading nations is set to focus on Syria during its summit this weekend, including the refugee crisis and the threat of terrorism. EPA/TOLGA BOZOGLU

EPA/TOLGA BOZOGLU

Si temono ritorsioni contro i cittadini americani, e dei diplomatici in particolare, in Turchia, dopo le accuse del Governo di Erdogan contro CIA e Washington di aver finanziato e appoggiato il mancato golpe a Istanbul. L’ambasciata degli Stati Uniti ad Ankara ha annunciato oggi che il Dipartimento di Stato ha autorizzato la partenza volontaria delle famiglie di dipendenti in Turchia dopo il fallito colpo di Stato.

La dichiarazione dello stato di emergenza da parte del governo turco ha anche indotto il Dipartimento di Stato Usa a modificare lo status del Paese, ha reso noto l’ambasciata in un messaggio inviato via email ai residenti americani in Turchia. “Il dipartimento di Stato continua a mettere in guardia i cittadini americani di crescenti minacce da parte di gruppi terroristici in tutta la Turchia e di evitare viaggi nella zona sud-orientale del Paese”, si legge nella nota. Oltre ai dipendenti di Istanbul e Anakara, il Dipartimento ha anche esteso la partenza ordinata dei familiari del personale governativo Usa del consolato di Adana e di quello relativo all’agente consolare a Smirne. La partenza era stato ordinata il 29 marzo sulla scia di diversi attacchi terroristici mortali in tutta la Turchia ed è stata estesa nell’avvertimento di viaggio precedente del 18 luglio, emesso a seguito del fallito golpe. “Il Dipartimento continua a monitorare l’effetto di questi sviluppi sulla situazione della sicurezza generale del paese e consiglia ai cittadini statunitensi di riconsiderare i viaggi in Turchia in questo momento”, conclude la nota.

Le continue accuse contro gli Stati Uniti e la richiesta di estradizione del nemico giurato di Erdogan, Fethullah Gülen, fanno temere un effetto simile all’assalto all’ambasciata americana di Teheran nel 1979 quando la popolazione iraniano chiedeva l’estradizione del vecchio sovrano, lo Scià di Persia, rifugiato negli Usa.
Il contrasto di Ankara verso Washington è visibile anche dal ritrovato riavvicinamento di Erdogan verso Putin: il primo viaggio del Presidente Recep Tayyip Erdogan dopo il tentato golpe sarà a San Pietroburgo per incontrare il presidente russo, Vladimir Putin. “L’ambasciatore ci ha informato che il nostro presidente ha confermato che il 9 agosto sarà a San Pietroburgo”, ha detto il premier turco Şimşek. Mentre da parte russa si ufficializza il disgelo dei rapporti tra i due Paesi: “Siamo pronti a negoziati costruttivi. Dopo il nostro incontro ci saranno altri colloqui a livello ministeriale. Riteniamo che la ripresa delle nostre relazioni bilaterali debba essere graduale, dobbiamo passo dopo passo scongelare i legami commerciali ed economici”, ha dichiarato il vice premier russo, Arkady Dvorkovich.

Intanto si temono ritorsioni anche contro le minoranze religiose nel Paese controllato dall’AKP, secondo l’agenzia di stampa Kna, a Trabzon, città situata sul Mar Nero, in occasione di una manifestazione di fedeltà al presidente turco, al grido di “Allah è grande”, è stata assaltata la più importante chiesa della città, come anche altri luoghi di culto.

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