giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Un precursore
Pubblicato il 12-07-2016


All’indomani della vittoria di Nixon (siamo verso la fine degli anni sessanta) uno dei suoi consiglieri politici, Kevin Phillips, scrisse un saggio destinato a diventare famoso. Il suo titolo era “The emerging republican majority”; e la tesi ivi contenuta era che il partito repubblicano sarebbe stato chiamato a svolgere, negli ultimi decenni del ventesimo secolo, la stessa funzione egemonica svolta dai democratici dagli anni di Roosevelt.
Una previsione sostanzialmente confermata dagli eventi (la vittoria di Carter, nell’intervallo tra Nixon e Reagan, fu un intermezzo dovuto al trauma del Watergate; quelle di Clinton, tra Bush padre e Bush figlio, fu il frutto della divisione del centro-destra tra conservatori classici e populisti); ma ciò ci interessa relativamente. Mentre ciò che, a cinquant’anni ci deve interessare eccome è l’analisi politico-culturale che la sostiene; allora di assoluta originalità.

In sintesi, Phillips vede l’alterità vincente del Gop rispetto al partito democratico in termini che non sono quelli consueti del rapporto liberismo/dirigismo o privato/ pubblico; o che lo sono solo parzialmente. Perché quello che gli interessa è la contrapposizione tra il piccolo e il grosso; e, in generale, tra popolo ed èlite.
Naturalmente il Nostro, se auspica che il Pr possa essere quello che era ai tempi di Teodoro Roosevelt (e cioè il fustigatore dei rapporti malsani tra l’Amministrazione, Wall street e i grandi gruppi privati) non è affatto certo che ciò accadrà. Su Nixon, naturalmente ostile alle élites di ogni tipo e coerente sostenitore di provvedimenti sociali e ambientali indubbiamente avanzati, metterebbe la mano sul fuoco; mentre sui suoi successori il giudizio passerà da un sì con riserva nel caso di Reagan alla più aperta ed esplicita disapprovazione nel caso della dinastia Bush.
Ma su questi aspetti, e sul conseguente totale distacco di Phillips da un partito di cui sarà, lungo decenni uno dei “consiglieri” più autorevoli, non è il caso di soffermarsi in questa sede. Perché ciò che conta, tanto più nell’ottica di un osservatore europeo di oggi, sono le ragioni che P. adduce nell’anticipare l’immancabile frattura tra l’èlite democratica e il suo popolo.

La prima, anche alla luce della successive esperienze della sinistra europea, è scontata. E sta nella constatazione del fatto che il partito democratico, diventato partito dei salotti radical chic e poi della borghesia illuminata, ha mutato visuale e punti di riferimento: dai diritti economici a quelli sociali: dalla promozione dei diritti di tutti – e quindi anche dei diversi –  alla insistenza sui diritti delle minoranze fino a dimenticarsi di quelli della gente comune.
Due prospettive tra loro inconciliabili ? Certo che no. Ma è altrettanto certo che, nell’esperienza dei governi socialisti dal volgere del secolo in poi sembra di assistere ad un gioco a somma zero: perché nella Francia di Hollande al grande impegno sul tema dei matrimoni gay si è accompagnata la svolta ultra liberista in tema di legislazione sul lavoro; mentre la Spagna di Zapatero vedeva la compresenza di una politica molto attiva di modernizzazione della società e di una sostanziale passività nel contrastare la bolla speculativa del mercato finanziario e immobiliare. Una opzione esplicita? Molto probabilmente no; ma qui, come in tante altre situazioni, la verosimiglianza di un’ipotesi può far premio sulla realtà dei fatti.

Ma l’analisi di Phillips si concentrerà sempre più, con l’andar del tempo sui rapporti tra potere politico e potere economico-finanziario, e sul mutamento di rotta in atto che su tale questione si sta registrando, sempre nel partito democratico. Nello schema rooseveltiano, dirigismo, fiscalità redistributiva, lotta contro il potere dei trust; in quello di Clinton  via libera alle imprese e al mercato; nella convinzione che la fine dei “lacci e lacciuoli” avrebbe assicurato la base economica necessaria per sostenere il  sogno americano.
Sono gli anni dell’esplosione delle nuove tecnologie digitali, delle bolle finanziarie e immobiliari, del Washington consensus, dell’interventismo democratico e della fine della storia.
Ma il nostro Autore non è affascinato dallo spettacolo. Semmai spaventato; se non indignato. Il  Nostro non è un socialdemocratico, ma un moralista radicale. Ormai sganciato da qualsiasi appartenenza politica. a spaventarlo e a indignarlo non sono perciò i nuovi poveri. semmai i nuovi ricchi. Nel suo grande testo “Ricchezza e democrazia” il ritorno prepotente e su di una scala mai vista in passato della disuguaglianza non è uno squilibrio provvisorio ma una malattia mortale; corrispondendo alla nascita di una sorta di cellula puramente speculativa nel corpo sociale, totalmente separata e indifferente alle sue sorti, fino al punto, se lasciata a sé stessa, di distruggerlo.

Un quadro irto di cifre e di diagrammi; ma la cui precisione maniacale nulla toglie alla sua drammaticità. Una denuncia rivolta a tutti e a nessuno, perché nell’universo di P. (che potrebbe essere il nostro) non è in arrivo nessun Settimo Cavalleggeri; e tanto meno quello rappresentato da una politica che ha totalmente abdicato al suo ruolo.
Per inciso, il libro è del 2004. Prima del diluvio.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Non conosco il testo “Ricchezza e democrazia” ma apprezzo come, su basi certamente molto differenti dalle argomentazioni di Marx, il nostro abbia scoperto la teoria dell’impoverimento crescente delle classi subalterne, adesso molto più virale a causa della finanziarizzazioen del capitalismo mondiale.

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