giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Una grande Potenza Mediorientale
Pubblicato il 01-07-2016


Per decenni, da sempre, Israele è stato considerato, dai suoi amici più incondizionati sino ai suoi più acerrimi nemici, una propaggine dell’Occidente. Esempio di socialismo realizzato. Isola di democrazia in un universo popolato da dirigenti sanguinari e da masse fanatiche. Ante mural dell’Europa e della civiltà giudaico-cristiana abbandonato a se stesso dal nostro continente, malato di antisemitismo e indifferente alla minaccia dell’Islam fondamentalista. O, per altro verso, cane da guardia dell’imperialismo americano nei confronti dell’ansia di riscatto del mondo arabo. E, ancora, tanto per non farsi mancare nulla, stato razzista e genocidario. E parlo soltanto di alcuni dei tanti stereotipi in circolazione. E che coinvolgevano fatalmente la principale controparte di quella che appariva la chiave di volta per interpretare e, se vogliamo, per risolvere il dramma in atto davanti ai nostri occhi; la questione palestinese. Dove i suoi stessi protagonisti apparivano alle opposte tifoserie o le vittime di una ingiustizia senza precedenti nella storia oppure la testimonianza vivente del rifiuto arabo di accettare l’esistenza stessa dello stato ebraico.
Momento finale di questa rappresentazione il discorso di Obama di fronte agli studenti di al Azhar. Fine dell’alleanza di necessità che legava gli Usa ai regimi castrensi in Medio oriente; un islam politico diventato democrazia islamica come interlocutore; e, infine, come simbolo del nuovo rapporto tra Stati Uniti e mondo arabo, la soluzione pacifica de conflitto arabo-israeliano.
Inutile ricordare, a pochi anni data, come questo nuovo schema semplificatore sia completamente naufragato. Mentre è estremamente importante sottolineare che questo stesso naufragio ha seppellito per sempre nelle profondità marine tutto il nostro vecchio immaginario collettivo sullo stato ebraico, per fare emergere una realtà totalmente nuova.
Primo, il legame strategico permanente tra Washington e Gerusalemme non presuppone necessariamente l’esistenza di un’agenda comune in Medio oriente; al punto che nè gli americani nè gli israeliani sono riusciti a riportare i rispettivi partner su quella che consideravano la retta via.Così Obama non ha ottenuto nulla da Netanyahu sul negoziato con Ramallah. Così lo stesso Netanyahu, nonostante tutti i suoi sforzi non riuscirà a bloccare il processo di normalizzazione dei rapporti con l’Iran.
Per altro verso, fatto di gran lunga più importante, la guerra civile e religiosa in atto nel mondo arabo ha chiarito al di là di ogni possibile dubbio e agli occhi di tutti, due cose che i dirigenti israeliani avevano presenti da un pezzo (anche se si guardavano bene dal divulgarle…). Primo, che lo stato ebraico non è più il nemico n.1 per nessuno, dico nessuno, tra i protagonisti del conflitto; secondo, che l’interesse degli arabi (e non solo) per la questione palestinese o, più esattamente, per l’urgenza di risolverla, è molto vicino allo zero. Il che significa, in soldoni, che lo stato ebraico è oggi percepito come partner importante del gioco politico mediorientale o comunque accettato, in linea di fatto, come elemento ineliminabile del medesimo.
Una sorta di rivoluzione copernicana alla quale Israele lavorava da tempo e con strumenti adeguati alla bisogna: in primo luogo un know how inarrivabile su due questioni di importanza vitale per l’ambiente circostante: i sistemi di sicurezza e, su un versante tutto diverso, le tecnologie per il recupero (desalinazione, depurazione) e l’uso (irrigazione di ambienti desertici e semidesertici) delle risorse idriche; in secondo luogo una spregiudicatezza politica che ha portato a coltivare in modo intenso i rapporti con la Russia (sino ad accogliere con favore il suo pieno reinserimento nell’area) ed anche con altri autorevoli rappresentanti del Brics, come la Cina e, soprattutto, l’India.
Certo, gli Stati Uniti rimangono i garanti di ultima istanza ( dell’Europa è meglio tacere…); ma Israele può essere oggi protagonista riconosciuto e accettato della partita mediorientale con le proprie forze.
È in questo quadro che acquista tutta la sua importanza il recupero dell’intesa con la Turchia ( e la connessa riappacificazione di quest’ultim con la Russia). Scontato il suo valore in termini economici e di sicurezza. Tutto da costruire, ma comunque ancora più importante, il suo valore politico.
Qui Erdogan riduce il numero e il peso dei suoi nemici: al posto di Mosca, il califfato; e scusate se è poco; ma soprattutto sa di poter contare su nuovi e sperimentati alleati.
Dal canto suo, Israele. trova, finalmente, il collaboratore giusto nella gestione del problema di Gaza. E, per la proprietà transitiva, di Hamas. Qui le strategie punitive perseguite sinora: dalle rappresaglie al blocco economico si sono rivelate o fallimentari o, alla lunga, impraticabili. Mentre affidare il “recupero controllato”della Striscia all’Autorità palestinese appare, insieme, illusorio e controproducente.
Ecco, allora, il ricorso ai buoni uffici della Turchia di Erdogan: ad essa il compito di sovraintendere alla ricostruzione e allo sviluppo economico dell’area; ad essa di stabilire, in modo del tutto informale, i necessari collegamenti con la stessa Hamas, ufficialmente terrorista, in realtà argine essenziale alla penetrazione del terrorismo jihadista.
Tutto bene, allora; salvo il fatto che nella nostra nuova fotografia, mancano i palestinesi e i territori occupati. E mancano perché, oggi come oggi, non rappresentano per l’occupante né una minaccia né una promessa. Dalla loro il numero; e il fatto di continuare ad esistere…

Alberto Benzoni

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