Sisma. Geologi: “La storia si ripete, edifici non a norma”

La scuola di Amatrice

La scuola di Amatrice

“Il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’uomo!”, così il vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili, aveva detto nell’omelia della messa funebre ad Amatrice. Oggi, a una settimana dal sisma che ha sconvolto l’Italia, si cercano i responsabili di una strage che poteva essere evitata. Nel mirino 21 appalti pubblici, inclusi quello della scuola Capranica e dell’ospedale di Amatrice, senza dimenticare le consulenze che sono valse la metà dei fondi erogati per la messa in sicurezza degli edifici. Perquisizioni anche nella sede della Regione Lazio A Rieti.


Terremoto, Geologi Lazio: “Ecatombe annunciata. Cittadini sacrificati sull’altare del pressapochismo delle istituzioni”

di Marco Montini

“Altro terremoto, altri morti, altri enormi danni: la triste storia si ripete. Politici e classi dirigenti che di fronte a tv e giornalisti versano lacrime di coccodrillo, spiegando l’importanza della prevenzione, quando non addirittura denunciandone la mancanza, come se non fossero loro deputati, di nome e di fatto, a programmarla e attuarla”. E’ duro il commento del presidente dell’Ordine dei Geologi del Lazio, Roberto Troncarelli, a una settimana dal sisma che ha colpito Lazio, Umbria e Marche. “Noi geologi – sottolinea – siamo stanchi e demoralizzati di dover denunciare sempre le stesse carenze e, in particolare, in questa fattispecie, che numerosi comuni del Lazio si trovino esposti ad alto rischio, in zona sismica 1, quella di massima probabilità di scosse distruttive di elevata magnitudo, analoghe ad Accumoli ed Amatrice. Non possiamo dire quando, ma possiamo dire con certezza che saranno colpiti da un terremoto di forte intensità. E quello che, purtroppo, è altrettanto prevedibile è che ci si troverà ancora impreparati”. Il Presidente passa all’esempio pratico: “La recentissima revisione del regolamento regionale per il rilascio delle autorizzazioni sismiche, in vigore da aprile 2016, evidenzia la totale ignoranza, nel senso letterale del termine, da parte del legislatore, delle problematiche relative a risposta sismica locale, microzonazione sismica ed effetti di sito, temi da cui è impossibile prescindere per attuare una corretta attività di prevenzione dei terremoti. E’ evidentemente una precisa scelta politica quella di allargare ancora le già ampie maglie dei controlli sui progetti presentati, incrementando anche le classi di intervento per le quali non è previsto il controllo”. E sulla medesima lunghezza d’onda si pone pure la scelta di relegare, in un territorio come il Lazio, gli aspetti geologici e sismici “in un appendice, per di più trattati con faciloneria e macroscopici errori tecnici da parte di istituzioni evidentemente senza alcuna competenza specifica e con la spocchiosa presunzione di poter fare a meno – afferma ancora Troncarelli – del parere degli esperti di questo settore specifico, geologi e sismologi, a dimostrazione dell’incoscienza e superficialità con cui, ancora oggi, anche un ente come la Regione Lazio, tratta il rischio sismico e le sue ricadute sulla incolumità dei cittadini e sulla sicurezza delle infrastrutture”. A ciò si aggiunga la mancanza della figura del geologo, per esaminare gli aspetti di esclusiva competenza, nei Geni Civili, uffici preposti al rilascio delle autorizzazioni sismiche: secondo Troncarelli, “siamo di fronte ad un quadro deprimente ed emblematico di quanto ancora, agli slogan ed alle parole di circostanza, non segua, da parte delle istituzioni, una reale presa di coscienza della gravità della situazione e della necessità di porre il tema della prevenzione definitivamente in cima all’agenda politica della Regione Lazio e non solo”.

“Per avere un’idea della sensibilità della giunta Zingaretti al problema del rischio sismico nel Lazio – aggiunge il segretario dell’Ordine dei Geologi Lazio, Tiziana Guida -, basti pensare al processo di redazione degli studi di Microzonazione Sismica di livello 1, avviato nel 2010 con un cospicuo finanziamento regionale, che si è interrotto perché i fondi sono stati destinati ad altre attività, ritenute più importanti. Questi studi consentono di sapere se le diverse aree del territorio comunale presentano delle caratteristiche tali per cui, in caso di terremoto, le onde sismiche vengono amplificate e, quindi, agiscono con maggiore “violenza”. Oggi solo la metà dei comuni dispongono di questi studi validati dalla Regione, e tra questi non figura Amatrice; ma c’è anche il rischio che molti di quelli che ce l’hanno, in futuro non lo potranno utilizzare perché – prosegue Guida – i professionisti geologi che lo hanno redatto non sono stati pagati, a causa del taglio dei fondi, e quindi non sono intenzionati ad acconsentire ancora che si utilizzi un loro lavoro, anche molto impegnativo, per il quale non gli è stato corrisposto alcun compenso”. Analogo discorso vale per i piani di emergenza comunale di protezione civile che, se ben redatti e, soprattutto, illustrati adeguatamente alla popolazione, secondo Tiziana Guida “possono consentire di gestire al meglio l’evento calamitoso, spiegando ai cittadini quali posti sono sicuri, cosa fare in caso di evento e le forme di autoprotezione. Con ben due delibere, nel 2014 e nel 2015, la giunta regionale del Lazio ha ribadito a tutti i Comuni l’obbligo di dotarsi di tale Piano, specificando come andava fatto ed entro quando, ma non con quali soldi. Considerando i magri bilanci degli Enti Locali, quasi nessuno ha ottemperato agli obblighi previsti. In Campania hanno emanato analogo provvedimento e la Regione ha stanziato ben 15 milioni di euro a favore dei Comuni, per metterli nelle condizioni di dotarsi di un Piano di protezione civile adeguato”.

Il tema della prevenzione al rischio sismico deve poi coinvolgere anche la popolazione, prevedendo in tale contesto, fin dalle prime fasi scolastiche, un’azione educativa sui ragazzi: “In tal senso – conferma il segretario dell’Ordine dei geologi del Lazio – nonostante il silenzio delle istituzioni ci siamo rimboccati le maniche e, grazie a un gruppo di professionisti volontari, abbiamo organizzato dei seminari nelle scuole del Lazio. Nel corso di questi incontri, svolti a titolo gratuito, è stato illustrato agli studenti come agiscono i fenomeni geologici, con particolare riferimento a quelli che interessano il territorio in cui si trova l’Istituto, e quando possono determinare dei rischi per la popolazione, oltre a spiegare i comportamenti corretti da tenere per mettersi in salvo. Il progetto ha avuto grande successo e quindi sarà ripetuto anche per l’anno scolastico 2016-2017. Le scuole interessate possono trovare tutte le informazioni su www.geologilazio.it”.

“Questo Ordine – ricorda infine la vicepresidente dei Geologi Lazio, Marina Fabbri – ha inoltre istituito al suo interno una Commissione di Protezione Civile e provveduto a mettere in campo un percorso formativo degli iscritti che hanno manifestato l’interesse a far parte di un Gruppo di Protezione Civile regionale. I geologi così formati sono oggi in grado di fornire un supporto al Dipartimento della Protezione Civile e all’Agenzia Regionale di Protezione Civile in occorrenza di emergenze sismiche come quella appena avvenuta: proprio domani partiranno le prime tre squadre, in tutto sei geologi, attivati dalla Regione Lazio”.

Conflitto di Potenze

Al fianco di azioni immediate, sospinte dalla forza di un’impetuosa solidarietà, il recente, devastante, evento sismico sollecita interrogativi fondamentali che personalmente identifico nell’ambito di un “conflitto di potenze”.
In tali drammatiche occasioni si ripropone una radicale domanda di senso, nella triangolazione manifestata dalla pre-potenza della natura, l’impotenza dell’uomo e la minata onnipotenza di Dio.
Le certezze della nostra tradizione culturale, sul fondativo rapporto tra la natura, l’uomo e Dio, appaiono sgretolarsi insieme agli altri “costrutti” dell’umana creatività.
Gli sforzi che nel tempo l’uomo ha cercato di produrre nella ricerca di un senso del mondo, in tali circostanze manifestano la loro inappellabile inconsistenza.
Ciononostante, laddove l’estrema vanità del tutto sembra sospingere la disperazione umana verso il proprio apogeo, una sottile lama di luce universale, in grado cioè di unificare convincimenti laici e religiosi, affiora al cospetto della coscienza individuale, reclamando un’attenzione particolare.
Al di là dell’antica disputa tra finalismo e meccanicismo naturale, al di là della suprema questione di Dio, le naturali facoltà conoscitive e morali dell’uomo possono rappresentare lo snodo centrale.
La capacità di capire e quindi di prevenire i fenomeni naturali, di cogliere la base del senso dell’esistenza nell’adattamento e nel sapersi armonizzare con la natura, la volontà e la responsabilità di agire in questa direzione, fanno dell’uomo lo strumento di riequilibrio della suesposta triangolazione.
Solo nell’alveo di una dinamica “coevolutiva” è possibile contenere la potenza della natura, così ridimensionando l’impotenza dell’uomo e, suo tramite, rilanciando l’idea dell’onnipotenza di Dio.
La laica coscienza razionale e morale dell’uomo, scintilla divina per la nostra tradizione religiosa, rappresenta l’unica via di “salvezza”, individuando nella potenza della politica l’unico, esclusivo, universale approdo cui giungere.
Tuttavia, alla luce delle attuali categorie della politica, quanto esposto presuppone il verificarsi di un autentico terremoto culturale, in grado di spostare l’epicentro politico sul terreno dell’ambiente e del territorio, prefigurando nuovi stili di vita e nuovi modelli di sviluppo, salvando l’uomo, difendendo la natura e costruendo nuove economie e nuova occupazione.
In sostanza un autentico cambio di paradigma, che il “mio” ecosocialismo ha identificato nel passaggio epocale dalla “coscienza di classe” alla “coscienza di specie”.
Dalla nostra terribile dimensione di precarietà geologica in termini di rischio sismico, alla grande, stravolgente, condizione dei cambiamenti climatici, con la connessa problematicità del dissesto idrogeologico, la polis viene ricondotta alla physis e, da questa, deve trarre nuove coordinate e rinnovato slancio per affrontare l’attuale epoca.
Oggi, nella “custodia del territorio” si manifestano propositi comuni, si ravvisano ampie opportunità e si rintracciano fondamenti universali.

Nei suoi articoli di fondo del “post-terremoto”, il Direttore dell’Avanti ha tracciato per il Partito Socialista precisi percorsi riflettenti le linee indicate, così incaricandosi di inoculare i germi di un nuovo corso, di un nuovo spazio e di nuove motivazioni per tutti i socialisti.
Sarebbe imperdonabile se gli attuali dirigenti socialisti non traducessero in atti concreti le indicazioni ricevute, rischiando di disorientarsi nella penombra dell’attuale posizione.

Carlo Ubertini

Scrive Luigi Mainolfi:
Renzi e…Lucia. Promessi e promesse

Non c’è un italiano, che non abbia letto, sentito o visto, alla televisione, l’episodio dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, in cui l’avvocato Azzezzacarbugli confonde Renzo Tramaglino, parlandogli in latino. Dall’italiano al latino, per Renzo era difficile passare. Oggi, uno che si chiama Renzi di cognome (plurale di Renzo), confonde, con un metodo offensivo, offertogli dai poteri forti, non uno, ma tutti gli italiani. Quando Renzi ha offerto al popolo italiano il Jobs Act, gli 80 euro e la Rottamazione della classe politica, non si è comportato come l’Azzeccacarbugli manzoniano? Invece di usare il latino, troppo impegnativo, ha usato l’inglese e il popolare, ma l’intenzione era la stessa. Quando dice faremo, daremo, vinceremo, ecc, non considera sciocco il popolo italiano, come l’avvocato considerava sciocco Renzo e i suoi polli? L’Azzeccacarbugli era strumento di Don Rodrigo, potere forte del Medio Evo, mentre Renzi è strumento dei poteri forti attuali, rispetto ai quali Don Rodrigo è un’apprendista. Anche le figure dei Bravi e di Don Abbondio sono trasportabili ai giorni nostri e li troviamo sistemati nella Chiesa o nella Massoneria, nella famigerata terna (Camorra, Mafia e ‘Ndrangheta), nella Confindustria e nella minoranza del PD (Don Abbondio). A dimostrazione della presa per il naso, riportiamo alcuni dati, relativi alla Campania, che doveva essere una delle beneficiate dalla manna renziana. Sul Corriere del Mezzogiorno del 26 agosto 2016, leggiamo: “L’INPS fotografa il fallimento del Jobs Act”. E, lo dimostra. Nei prime sei mesi del 2016, in Campania, sono state attivate 75.583 assunzioni a tempo indeterminato, 40.000 in meno dello stesso periodo del 2015. I licenziamenti, nel primo semestre 2016, invece, sono stati 79.796 ( saldo negativo, 4.213). Nello stesso periodo è aumentato il ricorso alle assunzioni a tempo determinato e sono diminuite del quasi 30% le trasformazioni in definitivi dei contratti a tempo determinato. Inoltre, cresce l’apprendistato e volano i voucher, nel mentre sempre più anziani al lavoro e sempre in agricoltura, e sempre meno donne e laureati occupati. In sintonia con questi dati, nell’articolo di fondo, dello stesso giornale, Perillo afferma: La Campania come la Waterloo del Jobs Act. Lo scrittore Maurizio de Giovanni ha detto: “Ora, secondo le statistiche, ai meridionali è stata tolta di mano l’unica possibilità che avevano conservato: quella di sognare”. La trasformazione della società italiana è diventata un regalo ai privati, ai quali sono stati ceduti “ gioielli” , che producevano utili e occupazione. Nel mentre la Francia, la Germania e anche, in alcuni casi, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il Pubblico acquistavano quote di società. Il colmo si è avuto quando la Cina (capitalismo di Stato) ha comprato parte di società pubbliche del nostro Paese. Tornando al Mezzogiorno, non possiamo non costatare che, negli ultimissimi anni, gli investimenti sono diminuiti del 38% in più, rispetto al centro nord. Un dato storico è illuminante: al 31.12.1991, al Sud, gli occupati erano 6.700.000 (dati Svimez), mentre, al 31.12 2015 erano 5.850.000. Potrei continuare ed elencare dati per dimostrare la preoccupante condizione del SUD e la sua cancellazione dalla politica nazionale. Preferisco riportare quello che Alberto Alesina e Francesco Giavazzi hanno affermato , sul Corriere della Sera :- Per una vera crescita non bastano le parole. Consentitemi di dire, con il massimo rispetto dei morti a causa del terremoto: ” Smettetela di fare le Prefiche e cercate di operare per evitare che l’Italia venga ulteriormente emarginata nell’economia globale. Basta paragonarla con il Giappone, per capire il GAP. Purtroppo, ad ogni livello, vediamo lotte di potere, non confronti tra progetti di sviluppo o tra modelli di società.

Luigi Mainolfi

Inps. Sgravi per l’Edilizia nel 2016 e novità sul ‘Pacchetto pensioni’

Inps

RIDUZIONE CONTRIBUTIVA NEL SETTORE DELL’EDILIZIA PER L’ANNO 2016

E’ previsto dall’articolo 29 del decreto legge 23 giugno 1995 n. 244 e dalle sue successive integrazioni, che entro il 31 luglio di ogni anno il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali confermi o ridetermini la misura dello sgravio contributivo nel settore dell’edilizia, mediante decreto assunto di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze. La normativa prevede, che decorsi 30 giorni dal 31 luglio e sino all’adozione del decreto si applichi la riduzione già determinata per l’anno precedente, salvo conguaglio.

Poiché nel periodo suddetto il decreto non è intervenuto, dal 1° settembre 2016 le aziende possono inoltrare l’istanza per accedere al beneficio nella misura fissata per il 2015, pari al 11,50%.
Il Messaggio n. 3358 del 10 agosto 2016 ricorda che hanno diritto all’agevolazione contributiva i datori di lavoro classificati nel settore industria con determinati codici statistici contributivi e ne sono escluse le attività edili che curano le opere di installazione di impianti elettrici, idraulici e altri lavori simili, contraddistinte da codici non autorizzati. Lo sgravio fiscale è applicabile per i periodi di paga da gennaio a dicembre 2016. Le domande finalizzate all’applicazione della riduzione contributiva nel settore dell’edilizia relativamente all’anno 2016 devono essere inviate esclusivamente in via telematica avvalendosi del modulo “
Rid-Edil”, disponibile all’interno del cassetto previdenziale aziende, nella sezione “comunicazioni on-line”, funzionalità “invio nuova comunicazione”.

Ammortizzatori in deroga settore pesca

LIQUIDAZIONE ISTANZE RIFERITE A PERIODI DI COMPETENZA 2015

La Legge di Stabilità 2016 ha previsto, che nell’ambito delle risorse del Fondo sociale per l’occupazione e formazione, è assegnata la somma di 18 milioni di euro al finanziamento della cassa integrazione guadagni in deroga per il settore pesca. Il decreto interministeriale n. 1600069 del 5 agosto 2016 ha disposto l’assegnazione della suddetta somma al finanziamento degli ammortizzatori sociali in deroga, tenendo conto, fino ad esaurimento delle risorse assegnate, delle istanze riferite alla annualità 2015 e presentate entro e non oltre il 25 gennaio 2016. Con il Messaggio n. 3357 del 10 agosto 2016 l’Inps ha fornito ulteriori chiarimenti relativi ai presupposti della prestazione. l’Istituto procederà alla liquidazione delle istanze riferite al 2015 secondo le indicazioni e le disposizioni fornite con la precedente comunicazione interna (Msg n. 5313 del 13 agosto 2015). Per l’annualità 2016, saranno con una successiva circolare, diramate ulteriori indicazioni.

Intervento pensioni

POTREBBERO SERVIRE DA 2 A 2,6 MLD

L’intervento per riconoscere uno scivolo ai precoci, cioè a coloro che hanno iniziato a lavorare prima dei 18 anni, avrebbe costi stimati che oscillano tra 1,2 e 1,8 miliardi a regime (dopo i 10 anni). Questa è una delle possibili voci del ‘pacchetto pensioni’.

Il riconoscimento di un bonus di 4 mesi per ogni anno di contribuzione prima dei 18 anni di età (a partire da 14) avrebbe infatti un valore tra 1,5 e 1,8 miliardi, sempre a regime. Riducendo il bonus a 3 mesi si andrebbe da 1,2 a 1,4 miliardi. Sarebbe di 60-67mila la platea annua degli interessati.

Raddoppiare la platea dei pensionati a cui riconoscere la quattordicesima costerebbe invece 800 milioni l’anno. Secondo quanto si apprende sarebbe questa la cifra per portare i beneficiari da 1,2 milioni a 2,4 milioni di persone (over64). Anche questa ipotesi fa parte del ‘pacchetto pensioni’ insieme ad altre iniziative. L’obiettivo sarebbe quello di accrescere il potere d’acquisto dei pensionati con assegni bassi.

La cosiddetta ricongiunzione gratuita, cioè mettere in fila i contributi versati per la pensione in diverse gestioni, costerebbe 500 milioni a regime (dopo i 10 anni). La cifra stimata, secondo quanto si apprende, includerebbe anche il riscatto della laurea (senza la spesa si abbasserebbe a 440 milioni). Nel primo anno di attivazione il costo sarebbe pari a 87 milioni di euro.

Il costo dell’Ape, l’anticipo pensionistico tramite prestito, varierebbe tra i 600 e i 700 milioni di euro, una spesa destinata soprattutto a coprire le detrazioni per le categorie più svantaggiare, come i disoccupati. E’ quanto è trapelato sulle cifre stimate per intervenire sulle pensioni, rendendo flessibile l’uscita. Circa 50 milioni di euro sul totale servirebbero a finanziare la gestione dell’operazione Ape, la cui regia sarebbe affidata all’Inps.

Favorire inoltre il pensionamento di chi ha svolto lavori usuranti determinerebbe una spesa di 72 milioni di euro a regime (20 milioni il primo anno), nell’ipotesi che fa leva sull’adeguamento alla speranza di vita. In base alle voci al riguardo circolate è questo il budget per dare seguito a una delle possibili voci del ‘pacchetto pensioni’.

Rinnovi P.A.

SERVONO 7 MLD IN TRE ANNI

In vista della stagione autunnale, torna a scaldarsi la partita del rinnovo contrattuale per i circa 3,2 milioni di dipendenti pubblici, bloccato da sette anni. Pur tra la tagliola dell’equilibrio dei conti pubblici e la scure della ‘non crescita’, per un rinnovo triennale servono a regime 7 miliardi di euro: ”questa è la cifra che il Governo deve mettere sul piatto della bilancia, diversamente sarebbe ragionare sul nulla” ha avvertito Nicola Turco, segretario generale Uilpa. D’altra parte i dipendenti pubblici scontano un arretramento salariale che non ha uguali, ha osservato Maurizio Bernava, segretario confederale della Cisl, ”pur con forti differenze tra i vari comparti, ogni lavoratore pubblico ha perso dal 2008 una media di 2.500 euro lordi l’anno, pari a 150 euro netti al mese, circa 220-230 euro lordi”. ”Che le risorse, a legislazione vigente, ci siano non è un mistero – ha proseguito Turco – lo ribadiamo: agire sulla politica dei bonus, sulle consulenze esterne nella P.A., sulla reinternalizzazione dei servizi, sul sistema degli appalti e degli acquisti e restituire anche ai lavoratori il frutto del lavoro compiuto con la lotta all’evasione fiscale”. E le notizie sulla frenata del Pil non “possono fare da apripista – ha sottolineato Uilpa – a nuove fumate nere sulla disponibilità delle risorse necessarie alla ripresa della contrattazione, perché ciò genererebbe una frattura insanabile, rendendo inevitabile l’apertura di un grave conflitto, che nessuno vuole in quanto dannoso per tutti, a iniziare dalla funzionalità del servizio pubblico e dalle esigenze della collettività”. ”Il pubblico impiego è l’unico settore che ha subito dal 2008 un arretramento salariale, pari a una media del 13-15% in busta paga. E’ la prima volta che accade” ha detto Bernava, responsabile Cisl del pubblico impiego, convinto che ”sarebbe un grave errore bloccare i contratti a vita. Al contrario, il governo deve fare uno sforzo sulle risorse, i 300 milioni messi sul piatto sono pochissimi, a fronte dell’introduzione di tutti gli elementi di innovazione contrattuale. Nessuno qui vuole aumenti a pioggia”. In vista della ripresa del confronto con l’Aran, previsto per la prima decade di settembre, dopo le ‘aperture’ da parte del governo, ”un segnale diverso sarebbe importantissimo – ha concluso Bernava – anche sul piano della spinta ai consumi”. Intanto, l’associazione dei consumatori Codacons ha annunciato una classaction per compensare il mancato adeguamento economico subito dai 3,2 milioni di dipendenti pubblici: 10.400 euro a testa, per il periodo tra il 1 gennaio 2010 e il 30 luglio 2015, ”oltre 33 miliardi da restituire a 3,2 milioni di lavoratori” ha argomentato annunciando il ricorso collettivo al Tar del Lazio, e ricordando la sentenza n. 178 del 24 giugno 2015 della Corte Costituzionale sull’illegittimità del regime di blocco del rinnovo della contrattazione collettiva per il personale pubblico dipendente (Legge n. 122/2010). Illegittimità limitata però al periodo successivo alla pubblicazione della sentenza stessa, ossia dal 30 luglio 2015. “A distanza di oltre un anno dall’esecutività della sentenza, nulla è stato fatto – ha denunciato il Codacons – e milioni di pubblici dipendenti attendono ancora il rinnovo del contratto”.

Unioncamere – Infocamere

2.500 ARTGIANE IN PIU’ SECONDO TRIMESTRE

Oltre 2.500 imprese artigiane in più in Italia nel secondo trimestre dell’anno: tra aprile e giugno lo stock delle imprese è aumentato di 2.520 unità, pari ad un tasso di crescita dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e in miglioramento rispetto al corrispondente periodo degli ultimi tre anni. A fronte di questo risultato, il secondo trimestre del 2016 si segnala, però, come quello meno brillante in assoluto per numero di imprese nate (22.677) negli ultimi dieci anni.

Solo il concomitante ‘record’ delle minori cancellazioni del decennio (20.157) ha reso possibile il saldo positivo, un dato che fa sperare nel proseguimento della ricostruzione del tessuto imprenditoriale artigiano. Questi i dati salienti dell’analisi di Unioncamere e InfoCamere condotta sulla base dei dati del registro delle imprese delle Camere di commercio, relativamente alle imprese artigiane nel secondo trimestre dell’anno.

Carlo Pareto

Dai Simpson alla filosofia di Gandalf, un viandante che guarda all’Altro

gandalfQuanta filosofia c’è nel Signore degli Anelli? Una domanda sorta dopo aver letto, qualche anno fa, il libro I Simpson e la filosofia di William Irwin, Mark Conard, Aeon Skoble. Aver compreso come il piccolo Bart incarna l’idea nichilista di Friedrich Nietzsche, oppure come il comportamento di Marge è la realizzazione della classificazione aristotelica delle virtù, non può non far sorgere, per i cosiddetti nerd o appassionati, nuovi interrogativi su altre sitcom animate o film fantasy. Per adesso soffermiamoci sul secondo contesto. Nell’insieme di questo genere può essere inserita la trilogia fantasy ispirata alla saga dello scrittore britannico John Tolkien. Il Signore degli Anelli, infatti, custodisce diversi spunti filosofici sui quali riflettere. In particolar modo sono alcuni suoi personaggi a farsi portatori di simili pensieri. In prima fila c’è Gandalf, lo stregone che nel Signore degli Anelli e nello Hobbit assume il ruolo di guida per Frodo e Bilbo Beggins, mentre nel primo capitolo della trilogia, La compagnia dell’anello, è il capo di questa compagine che inizia un viaggio per distruggere l’anello. Già in questa breve descrizione emerge il ruolo filosofico di Gandalf. Una guida, un punto di riferimento per i suoi compagni di viaggio e per chi gli sta intorno. Dietro le sue massime c’è qualcosa di più. È custodito un articolato pensiero filosofico, il quale emerge pagina dopo pagina, oppure scena dopo scena del film. Gandalf il grigio o Gandalf il bianco veste anche i panni del pensatore, del filosofo inteso nel senso originale del termine. Uno dei personaggi principali del Signore degli Anelli, infatti, incarna il filosofo considerato come viandante, come uomo sempre in cammino, come personalità che non si fa imprigionare dalla torre d’avorio in cui si trova gran parte della filosofia accademica dei nostri giorni.

Per usare una metafora cara agli appassionati del Signore degli Anelli, Gandalf non si rinchiude nella fortezza di Isengard o nella sua torre centrale chiamata Orthanc come fa, invece, l’altro stregone antagonista Saruman, il quale, in un contesto del genere, potrebbe rappresentare il pensiero filosofico che crede di bastare a se stesso, che non si confronta con la quotidianità della vita e rimane rinchiuso nelle proprie stanze. Gandalf, invece, cavalcando Ombromanto, stupendo cavallo bianco donatogli da Re Theoden, attraversa la Terra di Mezzo, il Reame Boscoso degli elfi e la Contea abitata dagli Hobbit. Gandalf non è certo quel tipo di stregone che ama crogiolarsi in se stesso e nei suoi saperi. Gandalf si pone al di là della caverna, nel senso platonico del termine, perché il ruolo dello stregone proprio come quello del filosofo è far comprendere agli altri che sono imprigionati in una visione ristretta e superficiale e devono uscire alla luce del sole per partecipare a una realtà più grande. Del resto come interpretare diversamente l’affermazione di Gandalf nel primo capitolo del Signore degli Anelli, ovvero la Compagnia dell’anello: «Anche la persona più piccola può cambiare il corso del futuro». La fiducia di Gandalf, in questo caso, è riposta nell’Hobbit Frodo Beggins e dal punto di vista filosofico il riferimento è all’Altro, inteso come colui che ci sta dinanzi, che «è sempre oltre i miei orizzonti», per citare una considerazione del pensatore francese Emmanuel Levinas riportata nel libro Alterità e trascendenza.

Lo sguardo di Gandalf è rivolto verso l’Altro, ma lo stregone, a differenza dei filosofi che hanno parlato nelle loro speculazioni dell’Altro, non perde la bussola, il suo mondo non si disgrega quando si trova dinanzi una realtà differente. Gandalf non perde alcuna certezza, ma sembra un filosofo ellenico che ha come obiettivo quello di educare le persone. «Bilbo Baggins! Non prendermi per uno squallido stregone da quattro soldi, non cerco di derubarti, cerco di aiutarti», afferma Gandalf nella Compagnia dell’anello. Una citazione che è una conferma di questa funzione sociale che una volta veniva ricoperta dai filosofi. Gandalf, per certi versi, sembra un vero e proprio consulente filosofico che si contrappone alla figura del filosofo accademico, come descritto da uno dei principali teorici della consulenza filosofica, l’israeliano Ran Lahav: «Il filosofo accademico teorizza, scrive articoli e libri, tiene conferenze, discute e produce teorie generali e astratte. Invece il praticante filosofico cerca di impregnare la vita di riflessione filosofica e perciò ha un grande interesse per la situazione e le preoccupazioni concrete del singolo. Qualche volta il consulente può teorizzare in astratto, ma per lui è solo un mezzo per qualcos’altro: aiutare le persone a vivere la vita con una maggiore comprensione di se stesse» (Ran Lahav, Oltre la filosofia, Milano 2007, p. 27). Ma uno dei personaggi principali del Signore degli Anelli non è soltanto un motivo per parlare di pratica filosofica. Quando sostiene che «possiamo solo decidere cosa fare con il tempo che ci è stato concesso», apre un altro fronte e invita il lettore e il pubblico in generale a riflettere sul concetto di tempo.

Se, dunque, il tempo ci viene concesso, questo vuol dire che viene inserito in un contesto umano e dunque mortale. Gandalf sembra riprendere il pensiero filosofico di Martin Heidegger. Secondo il filosofo tedesco il tempo rappresenta l’essenza stessa della vita umana. La vita di ognuno di noi è legata al suo tempo e nel momento in cui cesseremo di vivere, anche il nostro tempo svanirà. Tutto questo concetto filosofico trova la sua sintesi nella frase di Heidegger tratta da Essere e Tempo: «L’esserci, l’essere umano, compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo». Tra gli svariati concetti messi in luce da Gandalf c’è anche quello della morte. In un dialogo con lo Hobbit Peregrino Tuc, ovvero Pipino, lo stregone afferma: «Finita? No, il viaggio non finisce qui. La morte è soltanto un’altra via. Dovremo prenderla tutti. La grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e tutto si trasforma in vetro argentato». Sembra quasi sentire una lezione di Edgar Morin. Il pensatore francese, ossessionato nel corso della sua vita dal pensiero della morte, infatti, la considera come qualcosa di negativo, ma hegelianamente come un qualcosa che può rivelarsi proficua. Di fronte alla morte, sostiene Morin, si deve assumere il giusto atteggiamento, proprio come suggerisce Gandalf: «Ovvero guardare alla morte come a qualcosa che permette all’uomo di crescere, di maturare nella sua realtà storica» (Giuseppe Gembillo e Giuseppe Giordano, Epistemologi del Novecento, Armando Siciliano Editore, Messina 2004, p. 349). È questa, in estrema sintesi, l’altra grande magia di Gandalf. La sua saggezza è impregnata di filosofia. Non potrebbe essere altrimenti per un viandante in costante cammino, che non si lascia imprigionare da sterili torri e non teme di confrontarsi con l’Altro, chiunque esso sia.

Valerio Morabito

Dall’On. Tallini parole in libertà

Dall’On. Tallini parole in libertà.
Secondo l’On. Tallini, coordinatore per la provincia di Cosenza di Forza Italia, le parole dell’On. Benedetto Della Vedova sulla legge per la legalizzazione della cannabis delegittimano l’operato della magistratura calabrese impegnata nella lotta alla ‘ndrangheta.
A soffermarsi su questo concetto, verrebbe da chiedersi se la stessa delegittimazione sia anche arrivata dagli organi di stampa che hanno dato la notizia.
È curioso, infatti, che per far valere le ragioni del proibizionismo il Consigliere Regionale calabrese utilizzi un sottile gioco di parole basato su opinioni di qualche magistrato calabrese definito in questo caso esperto in materia.
La legalizzazione delle droghe leggere avrebbe – ancora prima del minore introito per le
organizzazioni criminali che ne gestiscono il traffico e considerato irrisorio da Gratteri ( aspetto su cui si può concordare) – dei risvolti sociali positivi non indifferenti.
Senza voler nascondere la testa sotto la sabbia, il consumo di cannabis è notevole, così come è impossibile oggi sfuggire alla morsa delle organizzazioni criminali che per far “girare la roba” utilizzano spesso ragazzi puliti e per bene come teste di ponte per farla circolare.
È universalmente riconosciuto il rischio che si ottiene dalla manipolazione della stessa cannabis, spesso ‘tagliata’ con sostanze tossiche letali per la salute dell’ignaro consumatore.
A questo si aggiunga che tanti giovani alla ricerca di un sabato sera ‘alternativo, per procurarsi la Cannabis entrano in contatto con quella stessa criminalità organizzata che in tanti – a parole – dicono di combattere.
C’è poi un’altra questione che riguarda la libertà dei comportamenti personali, argomento su cui sarebbe utile disquisire, in un momento storico in cui il mondo discute di diritti di quinta e sesta generazione e che in Italia fa registrare ritardi e veti spesso anacronistici e immotivati.
Incrostazioni secolari che hanno impedito e ritardato persino l’avvio della sperimentazione e coltivazione della cannabis per uso terapeutico, con ricadute negative persino per la terapia del dolore che ha visto malati terminali costretti a rivolgersi all’estero sborsando cifre folli.
Il consigliere regionale forzista snobba i suoi colleghi di partito (il Sen. Malan in primis), che sono favorevoli e voteranno SI a questa proposta di legge.
E dice di ispirarsi al Sen. Gasparri, vero ‘interprete dei moderati italiani’. Quello stesso Gasparri che per fomentare odio razziale avrebbe spacciato su Twitter la foto di Jim Morrison per quella di un pericoloso criminale slavo; lo stesso che avrebbe dato dei ‘coglioni’ a tutto il popolo inglese; lo stesso che vorrebbe reintrodurre la legge marziale: il classico moderato insomma.
In considerazione del suo autorevole mentore, le parole di Tallini si commentano da sole e anche il lettore più distratto pensa che forse avrebbe fatto meglio a soprassedere.
Benedetto Dalla Vedova, da sempre impegnato su temi legati alle droghe, con una esperienza e conoscenza del fenomeno che gli deriva dalla sua vecchia militanza radicale, non ha fatto altro che fornire un punto di vista basato sul buonsenso, laico e condiviso anche da parte di chi scrive.

Sarebbe opportuno presentare motivazioni un tantino più oggettive e non trincerarsi dietro una presunta difesa della Magistratura, che fatta da un onorevole forzista sa di comico.
Da Socialisti sosteniamo convintamente questa proposta di legge e aspettiamo che finalmente si arrivi al voto finale in Parlamento. Dopo le unioni civili, sarebbe un altro sospirato tassello verso quel l’allargamento dei diritti civili, vera condicio sine qua non per la crescita economica e culturale del Paese.

Scipione Roma e Francesco Meringolo

Consiglio Nazionale PSI

Atp di Wiston-Salem e Wta di New Haven a Carreno Busta e a Radwanska

carreno bustaAd anticipare gli Us Open, il Wta di New Haven e l’Atp di Wiston-Salem hanno regalato due finali entusiasmanti piene di sorprese. A partire dalle rivelazioni dei tornei. Il femminile ha visto il ritorno di Agnieszka Radwanska. La polacca ha trionfato, consolidando così la posizione numero 4 del ranking mondiale. Si è imposta facilmente per 6/1 nel primo set in finale sull’emergente talentuosa Elina Svitolina. L’ucraina ha stupito tutti per la facilità con cui è arrivata sino in fondo al torneo, sconfiggendo in semifinale (per 6/4 6/2) l’altra “new entry” e scoperta tennistica: la svedese Johanna Larsson, in grado di eliminare anche la nostra Roberta Vinci con il punteggio di 7/6 6/1. Risultato diametralmente opposto, quest’ultimo, e invertito a quello della finale. Del primo parziale agevole per la Radwanska in finale avevamo già detto; il secondo, invece, ha visto un match molto più lottato ed equilibrato con diversi ribaltamenti di situazione: dopo diversi break e contro-break, prima è stata la polacca ad andare a servire sul 5-4; poi è stata la volta dell’ucraina che ha rischiato di chiuderlo per 7/5; infine il giusto tie-break che ha visto trionfare la giocatrice più esperta e in grado di mettere in campo giocate di vero e puro estro tennistico, con cui ha fatto la differenza. Agnieszka ha cercato molte volte la soluzione vincente con le smorzate e le palle corte, che sono risultate un ottimo modo per chiudere il punto; tuttavia, però, dopo ha visto una maggiore aggressività della Svitolina, che la ha attaccata venendo anche a rete e mettendola un po’ in difficoltà; anche se i recuperi della n. 4 al mondo sono sempre stati straordinari. Ci si sarebbe aspettati, infatti, una semifinale più lottata e faticata contro Petra Kvitova, che invece si è arresa dopo un deludente doppio 6/1, in una partita senza storia in cui la ceca è stata irriconoscibile rispetto agli incontri precedenti in cui aveva giocato bene. Tuttavia con la finale raggiunta al Wta di New Haven (nel Connecticut), la Sviltolina diventerà n. 19 del mondo, guadagnando posizioni preziose.
Altre due rivelazioni sono arrivate anche dall’Atp di Wiston-Salem nella Carolina del Nord. Il suolo americano, con il suo cemento e la sua superficie veloce di gioco, hanno favorito l’emergere di due giovani: il finalista e vincitore del torneo, lo spagnolo Pablo Carreno Busta; e l’altro, il semifinalista, ovvero l’australiano John Millman. Quest’ultimo si è arreso solamente al penultimo turno al primo per 6/4 7/6, ma ha mostrato uno stile, una tecnica e una tattica brillanti, di un tennis vivace e pieno di coraggio, con cui non si è fatto intimorire da nessuno, neppure dal francese Richard Gasquet (super favorito del torneo), che ha eliminato ai quarti per 7/6 6/3. Viceversa ha eseguito un vero e proprio show lo spagnolo, nel derby in finale contro il più esperto connazionale Roberto Baptista Augut. E il più “veterano” dei due sembrava destinato a trionfare; infatti nel primo set si è imposto con abbastanza semplicità, grazie alla sua esperienza, con astuzia; con cui ha vinto al tie-break un set non facile comunque. Dopo c’è stata la risposta di carattere del più giovane dei due, che non ci stava a perdere ed ha cominciato ad essere più incisivo ed aggressivo. Da sancire con un altro tie-break, il secondo set ha visto Carreno Busta imporsi e portare il match al terzo; nell’ultimo parziale ha continuato ad attaccare e a mettere pressione al suo avversario, mandando in confusione e in “sofferenza” Baptista Augut. Lo ha vinto con 6/4, grazie a un break più che sufficiente per portare a casa il risultato e un primo torneo Atp che lo lancia nell’universo del tennis mondiale a pieno regime.
Oltre a Richard Gasquet, ha sprecato un’occasione nell’Atp di Wiston-Salem, anche Viktor Troicki. Il serbo, dopo essere riuscito a rimontare in semifinale contro Baptista Augut, ha sciupato l’opportunità di arrivare quantomeno in finale nel terzo set, dove si è arreso per 6/2. Forse gli ha nuociuto un po’ di stanchezza per un confronto comunque lottato e faticato: con un primo set finito per 7/5 a favore dello spagnolo, il secondo conquistato dal serbo al tie-break e il terzo finito per 6/2, che ha significato quasi una resa da parte di Troicki. Sicuramente un po’ di affaticamento fisico non è da escludere e non stupisce: lo abbiamo riscontrato nettamente in più circostanze anche in Baptista Augut. I tennisti, poi, hanno fatto ricorso più volte a un salsicciotto di ghiaccio intorno al collo per rigenerarsi e riprendersi dall’accaloramento e dall’affaticamento. Può darsi che anche per questo si sia imposto il giovane Pablo Carreno Busta, più fresco fisicamente, ma anche più predisposto mentalmente in quanto pronto a giocarsi il tutto per tutto, a lottare sino alla fine per quello che poteva rappresentare, al contempo, il torneo e l’occasione della sua vita. La spregiudicatezza e l’incoscienza con cui ha tirato i colpi a tutto braccio, rischiando molto su quasi ogni punto, ne sono una prova. Le stesse (neppure a dirlo) avute dalla polacca, scatenata.
A onor del vero la Kvitova, al di là del risultato che non è veritiero sotto questo aspetto, le ha tentate tutte contro la Radwanska ed è stata penalizzata da un po’ di sfortunata su diversi colpi; senza nulla togliere alla polacca, decisamente in forma ed ispirata, a cui è riuscito pressoché tutto in campo.

Barbara Conti

Scrive Giovanni Alvaro:
Il ‘Forza Renzi’ interpretato malissimo

Confesso che per un attimo, ma solo un attimo, sono rimasto perplesso dinanzi al titolo che Sallusti aveva scelto, all’indomani del terremoto, per rompere una prassi che ha caratterizzato il Paese del Guelfi e dei Ghibellini per lungo periodo. Quel ‘Forza Italiani e Forza Renzi’ era la sintesi perfetta del percorso che, nel momento del lutto e del dolore, va intrapreso per affrontare una emergenza che non può e non dovrebbe avere colori politici.

Di certo ad una importante fetta di cittadini del centrodestra, che hanno vissuto esperienze di altri terremoti, e che hanno il ricordo di come è stato trattato, non dopo, ma durante l’emergenza, dai pezzopani, dai cialenti e dall’intera sinistra, il duo Bertolaso-Berlusconi, e che non hanno la forza di dimenticare, la scelta non è piaciuta per nulla. Essa è, infatti, sembrata un ‘aiutino’ al ‘giocoliere’ nazionale, e non quello che realmente era ed è: un aiutino alle popolazioni colpite nell’animo dai lutti, dalla perdita dei loro averi fondamentali come la casa, e con la preoccupazione che dalla precarietà potrebbe essere difficile uscire.

L’esortazione a Renzi ad essere subito operativo, ad affrontare col verso giusto i problemi che i danni causati dal terremoto pongono, potrebbe far ridurre le polemiche, facendo emergere e crescere l’ottimismo, che è una componente sempre positiva per quanti, dopo il dolore per i lutti, sono costretti ad affrontare la quotidianità della loro sistemazione in tendopoli che, con tutti gli sforzi che possono essere fatti è e rimane una sistemazione precaria. Il primo atto, in un clima di collaborazione tra forze diverse, è quello di selezionare chi vuole ricostruita la propria casa distrutta nello stesso posto in cui si trovava (con tempi di realizzazione ovviamente misurabili in anni) e quanti optano per la soluzione da realizzare in pochi mesi anche in posti diversi dal precedente ma compatibile con la necessità di non dover disperdere l’unitarietà della comunità a cui si appartiene.

A Renzi bisogna ricordare che ‘copiare’ quanto realizzato a l’Aquila non è una diminutio ma un metodo per affrontare più celermente l’emergenza ed anche il dopo, se è vero com’è vero che l’attuale terremoto, con le scosse più violente, è stato ‘vissuto’ anche a l’Aquila, con la gente per le strade tutta la notte in preda alla paura, ma che ha avuto la certezza, via via che il tempo passava, che le case costruite ex novo e quelle riparate avevano retto benissimo e non si è dovuto piangere alcun morto. Gli aquilani hanno potuto tirare un grande sospiro di sollievo.

Renzi sappia cogliere questa disponibilità e passi dalle specialità in cui eccelle, come gli annunci a getto continuo e le nomine accuratamente selezionate nella propria area politica, a reali ed efficaci azioni operative. Continuare a fare il piazzista alla Vanni Marchi non pagherebbe per nulla, così come non pagherà la nomina di ‘politici’, come commissari straordinari per la ricostruzione (leggi Errani), per tacitare la vecchia nomenclatura, anziché puntare sui cosiddetti uomini del fare che puntano all’obiettivo affidatogli senza i ‘dosaggi’ e le ‘ricadute’ che la politica comporta.

Se il buongiorno si vede dal mattino, sembra, però, che si sia partiti veramente male. Il premier deve mettere in conto che il terremoto può spazzarlo via inesorabilmente anche prima che la pseudo riforma costituzionale venga bocciata dal referendum d’autunno. Il ‘Forza Renzi’ va riempito, senza perdere tempo, di scelte operative concrete condivise.

Giovanni Alvaro

Apple, Volkswagen e Ttip:
la tripla morale Usa

Questa storia della Apple a cui la commissaria europea alla concorrenza, la danese Margrethe Vestager, ha chiesto tredici miliardi di tasse evase (è l’unica definizione possibile visto che su un milione di utili pagavano cinquanta euro) obbliga a qualche riflessione tanto sugli Stati Uniti quando sulla deificazione di certi fenomeni industrial-commerciali. Steve Jobs, cofondatore della multinazionale della mela, ad esempio, è stato trasformato in un eroe dei nostri tempi, una via di mezzo tra Leonardo da Vinci e un semidio. Gli americani, si sa, in questo sono bravi. Scrivono libri (uno, firmato dall’ex vice-presidente della Apple addetto alle risorse umane, Jay Elliot, porta un titolo che alla luce di quanto accaduto in queste ore può essere passibile di nuove e più maliziose interpretazioni: “L’uomo che ha inventato il futuro”). Mettono in campo la loro potenza hollywoodiana (tre film con il riferimento diretto a lui: Steve Jobs, Jobs, iSteve; un docufilm dal titolo “Steve Jobs: the man in the machine”; una pellicola sull’epopea di quella creativa generazione acquartierata dalle parti di San Francisco: “I pirati di Silicon Valley”). Adesso hanno deciso di scendere in campo anche con la loro forza politica in difesa della società guidata da Tim Cook.

L’iniziativa della Vesteger manda in frantumi anche quel che era rimasto del Mito-Jobs (poco, soprattutto per chi non si è mai arreso a certe superficiali e infondate fascinazioni). Non era il Leonardo da Vinci del terzo millennio ma solo un abile uomo di marketing, dotato di un intuito straordinario nell’immaginare prodotti capaci di mettere insieme invenzioni realizzate da altri (gran parte delle quali figlie della ricerca a fini militari, a cominciare da internet); a dare l’impressione di puntare molto sull’innovazione e la ricerca (in realtà nella classifica delle aziende che maggiormente investono in questo campo Apple non è mai risultata ai primissimi posti: molto di più spende Microsoft); a intuire che un prodotto può migliorare la sua qualità (soprattutto nell’impatto sui gusti del pubblico) attraverso la gradevolezza estetica, l’una e l’altra, poi, esaltate dai festival affabulatori del Grande Comunicatore in maglioncino scuro e immerso in una tanto misteriosa quanto sapiente oscurità. Non è un caso che il primo prodotto del dopo-Jobs, cioè l’Apple Watch non sia stato propriamente baciato da un travolgente successo (secondo il Financial Times nel secondo trimestre di quest’anno l’oggetto ha subito un crollo delle vendite pari al 55 per cento).

Attraverso l’abile marketing anche l’azienda (oltre al suo cofondatore) ha assunto caratteri “diversi”, più nobili: a Cupertino ci si sforzava di rendere il mondo un posto migliore non di distribuire utili più corposi ai soci (a cominciare da Jobs). Insomma, lì non era stata nata una Multinazionale industrial-commerciale, ma era stato insediato un vero e proprio santuario dedito al benessere dell’umanità con tanto di santone. Poco importava agli adoratori del Mito che ben poco di quel che maneggiavano era prodotto negli Stati Uniti; che l’azienda prosperava utilizzando esattamente gli stessi sistemi di tutte le altre aziende e cioè la delocalizzazione (che significa dumping sociale, sfruttamento dei lavoratori, abbassamento della soglia dei diritti) e i benefici fiscali garantiti da “paradisi” più o meno ufficiali, più o meno camuffati. L’uomo che ha inventato il futuro in realtà si preoccupava poco delle condizioni di vita presente dei lavoratori di Foxcon così come delle paghe troppo basse (come denuncia China Labour Watch) che vengono distribuite nei capannoni della Pegatron Corp di Shanghai, talmente basse, secondo la Ong, da obbligare operaie e operai a fare una montagna di ore di straordinario per arrivare a fine mese (l’azienda, ovviamente, contesta ma per lanciare un messaggio di trasparenza solo lo scorso aprile sono state aperte le porte della fabbrica a un fotografo e a un giornalista di Bloomberg per una visita, ovviamente, molto guidata).

Ora la Apple fa capire che questa richiesta europea potrebbe avere delle conseguenze sull’occupazione. Si potrebbe commentare: e ti pareva. E gli irlandesi che questa “evasione” hanno favorito dopo essere stati all’interno di una comunità creando accordi fiscali concorrenziali ai danni degli altri paesi membri, paradossalmente fanno ricorso contro la Vestager: cioè non solo hanno fatto uno sconto clamoroso sulle tasse prima a Jobs e poi a Cook, ma non vogliono nemmeno incassare quello che l’Unione Europea pretende. Se la reazione dell’azienda è comprensibile, meno accettabile è quella del governo americano. Anche qui siamo nel pieno del paradosso: il paese che ha messo in galera Al Capone contestandogli reati fiscali adesso non accetta che siano altri a contestare a una azienda americana l’illegittimità dei benefici ottenuti nel medesimo campo. Poi, però, da mesi negli Stati Uniti di discute e si contratta con la Volkswagen un risarcimento per la storia del dieselgate in questo secondo caso, però, dagli Usa non sembrano filtrare le medesime “preoccupazioni” sui posti di lavoro che invece vengono sollevate adesso (non sotto forma di preoccupazioni ma di conseguenze negative e inevitabili).

Il tutto, poi, mentre non si sa bene se sia o meno saltata la trattativa sul famoso accordo commerciale transoceanico, il Ttip che in molti (e anche giustamente) da questa parte dell’Atlantico contestano perché troppo favorevole agli interessi delle grandi multinazionali Usa (cioè i “fratelloni” di Apple) e molto meno nei confronti dei piccoli produttori europei (italiani compresi) che molto spesso sono i veri campioni della “qualità”. Di solito le alleanze e gli accordi sono fra pari. Ma gli Usa attraverso questo caso Apple dimostrano di sentirsi un po’ più pari degli altri. I richiami statunitensi all’equità fiscale “globale” appaiono fuori luogo perché in questo caso l’unica iniquità è rappresentata dal fatto che alcuni paesi dell’Unione (non solo l’Irlanda) hanno fatto (e fanno ancora) concorrenza agli altri paesi membri “giocando” sulle tasse, una concorrenza evidentemente sleale. Ma se queste sono le posizioni americane, allora le perplessità circa l’opportunità del famoso trattato aumentano e il dubbio che tutto venga organizzato per favorire i “grandi” di oltre-atlantico e per sfavorire i “piccoli” di questa parte dell’Atlantico, diventa ancora più fondato.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

Fango (senza prove) su Ignazio Silone

Ci sono accademici che pensano di essere i depositari della verità. Chi dissente dalle loro opinioni viene definito “uno storico della domenica”, “un dilettante”, un “azzeccagarbugli” ed anche peggio. Non parliamo poi dei giornalisti che dissentono delle tesi di certi storici, soprattutto quelli che “non frequentano gli archivi storici”. Ovviamente, Indro Montanelli, Enzo Biagi, Enzo Bettiza e Sergio Zavoli non meritano il rispetto del prof. Mauro Canali perché hanno sempre parlato bene di Silone, rifiutando le assurde accuse su Silone “spia dell’Ovra”. Ma dopo molti anni di ricerche (fatte insieme al suo amico Dario Biocca, anzi forse ex amico) non ha trovato il modo di farsi perdonare i suoi errori, le sua superficialità, le attribuzioni a Silone di informative alla polizia fascista di vere spie, come Quaglino. Questo personaggio non è mai stato, in realtà “analizzato” seriamente. Era troppo comodo, anzi non sembrava vero che ci fossero documenti, attribuiti erroneamente a Silone (e ci rifiutiamo di credere che la ditta Canali & Biocca lo abbia fatto in malafede), che provassero la colpevolezza dell’autore di “Fontamara”, la sua connivenza con i servizi del regime fascista. Del resto qualche contatto con un ispettore di polizia (Bellone) c’era stato per via del fratello (Romolo era stato arrestato per un attentato a Milano, risultato poi innocente, ma morì in carcere) e quindi il gioco, per Canali-Biocca, era fatto. Non c’erano prove o meglio c’erano quelle false di Quaglino attribuite a Silone. Le ripetute analisi calligrafiche di esperti lo hanno ampiamente smentito. Le “rivelazioni” degli autori accademici si sono rivelate con gli anni totalmente infondate perché, per fortuna, in questo paese vi sono ancora persone serie, studiosi rigorosi e non solo “storici della domenica” (che, peraltro, anche questi non vanno disprezzati se scoprono qualcosa di nuovo, non conformista e innovativo). Lo storico Tamburrano (per alcuni decenni presidente della Fondazione Nenni), con un gruppo di studiosi, ha compiuto un’analisi seria per confutare le tesi dei due accademici, scoprendo che erano intessute di ”sviste”, interpretazioni errate e vuoti macroscopici di consultazioni di testi e testimonianze d’archivio.
Un altro studioso, Alberto Vacca – definito “l’avvocaticchio”- ha approfondito la ricerca , consultando ben 400 fascicoli (400, prof. Canali, e lavorando tutti giorni, per oltre un anno, in quell’Archivio centrale dello Stato sempre invocato dai ricercatori accademici), fotografando tutto. Sapete perché è stato definito “l’avvocaticchio”? Semplicemente perché, oltre ad essere stato un docente di filosofia e storia nei licei sino alla pensione, per un certo periodo della sua vita ha fatto anche l’avvocato in Sardegna. Questo dato, invece di confermare la sua competenza anche nel diritto e quindi la sua capacità di interpretare i fascicoli giudiziari, è stata ritenuta negativa, non altezza del grande ricercatore e accademico Canali: l’uomo che ha sempre ragione e che non conosce l’umiltà, che non sa dire semplicemente “mi sono sbagliato, vi chiedo scusa”. Eppure uomini grandi, storici del livello di Benedetto Croce, Giovanni Gentile e, più recentemente, di Renzo De Felice, il “padre di tutti i revisionisti della storia contemporaneamente”, hanno avuto il coraggio di riconoscere di aver preso degli abbagli nel corso della loro lunga professione . Ma Canali (e Biocca) sono di un’altra “pasta”: si credono investiti di un’autorità superiore. Nel suo libro (“Le false accuse contro Silone”,Guerini e Associati), Vacca ricostruisce la genesi e la storia che discolpano in modo inconfutabile Silone da ogni accusa di connivenza col regime fascista. Lo avevamo fatto dieci anni fa in convegno all’Aquila, promosso dalla Fondazione Silone, a cui hanno partecipato storici autorevoli come Bruno Falcetto, Alceo Riosa, Giulio Ferroni, Sergio Soave, Mimmo Franzinelli, Giuseppe Tamburrano, Antonio Landolfi, Luigi Lombardi Satriani, Massimo Teodori e tanti altri. Di questo convegno (e con altri contributi di storici e di studiosi di Silone è nato un libro di 300 pagine, “Silone, la libertà – Un intellettuale scomodo contro tutti i totalitarismi”,Guerini editore, curato da me. Al convegno dell’Aquila erano stati invitati Canali e Biocca. Entrambi si erano impegnati a partecipare. Il primo però ha declinato l’invito asserendo che aveva un impegno col suo dentista; il secondo era negli Usa, ma assicurava il rientro in tempo utile: nessuno è venuto. Ora rinnoviamo l’invito: a breve promuoveremo un confronto pubblico su Silone. Chiediamo ai due “accusatori” di partecipare. Troveranno il coraggio i due professori o ricorreranno a nuovi pretesti? Rai Storia, che denunciamo pubblicamente, ha le sue responsabilità nel continuare a calunniare uno degli scrittori più conosciuti e amati del Novecento. Ma sapete chi è il consulente di quel programma? Il prof.Mauro Canali.

E noi contribuenti dobbiamo contribuire a finanziare, col nostro abbonamento forzoso alla Rai, le calunnie diffuse nei confronti di Ignazio Silone, un uomo che Albert Camus ha definito “meritevole del premio Nobel, perché Silone, cristiano e socialista, parla a tutta Europa, anche se i protagonisti dei suoi romanzi sono i cafoni dell’Abruzzo”.

Aldo Forbice