martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Alesina e Giavazzi come Mogol-Battisti…
Pubblicato il 29-08-2016


Con il solito stile semplice e diretto i due economisti-editorialisti del Corriere Alesina e Giavazzi, una sorta di binomio inseparabile come nella canzone Mogol e Battisti, affrontano il tema della mancata crescita dell’Italia, giustamente individuato come il problema di fondo del nostro paese, sollecitando il governo a non trattare sui decimali del numeratore Deficit, ma di concentrarsi sul denominatore Pil. Quello che non condivido è di considerare come assoluti gli investimenti privati e di scartare quelli pubblici. Certo, fino a quando l’Europa considererà alla stregua di spese gli investimenti dello stato, e magari adesso anche quelli del terremoto e dell’annunciato piano casa, allora è evidente che la loro ricaduta sarà inevitabilmente sul numeratore Deficit. In questo caso però non potranno non incentivare anche il denominatore Pil, proporzionandoli entrambi in modo diverso. E probabilmente più vantaggioso,

Non mi piace ricadere nelle vecchie polemiche tra statalisti e liberisti. Penso che vadano evitate. Oltre tutto anche Alesina e Giavazzi si fanno portavoci di un intervento dello Stato, sia pure prevalentemente sulla concorrenza e sulla defiscalizzazione. Oggi come non mai l’impresa richiede l’intervento dello Stato, e soprattutto la piccola che in Italia è prevalente (il dato secondo il quale la metà degli occupati lavora in imprese con meno di dieci dipendenti è emblematica delle nostre difficoltà). Ma anche la piccolissima impresa può avvalersi di uno sviluppo degli investimenti pubblici. Pensiamo solo a un efficace piano casa, che metterebbe in moto non solo investimenti pubblici ma anche privati e che si gioverebbe di subappalti di imprese piccole e piccolissime, di professionisti, di tecnici. Per non parlare dei project financing e delle convenzioni tra comuni, regioni e privati in ogni settore, dai servizi, alla cultura, allo sport, contribuendo a determinare un sistema in cui pubblico e privato diventano inseparabili.

Per questo è molto difficile dividere oggi interventi pubblici e privati e rifarsi solo alla liberalizzazione del mercato e alla defiscalizzazione, che pure sono rimedi necessari. E’ vero, la mancata crescita italiana, su questo Alesina e Giavazzi hanno perfettamente ragione, dipende dalla particolare struttura delle nostre imprese, troppo piccole e meno produttive di quelle tedesche e francesi, mentre le grandi lo sono anche di più, da un mercato troppo vincolato (pensiamo solo a quello locale dell’energia, della luce, del gas , dell’acqua, dei rifiuti), nonché da una loro eccessiva tassazione. Lo testimonia il rapporto con quella spagnola, e l’economia iberica cresce oggi a un livello superiore al tre per cento, ma anche con quello della Germania e di tutti gli altri paesi europei, con l’eccezione della Francia, ma dubito che sommando tassazione d’impresa alle imposte regionali e locali i francesi ci stiano davanti.

L’Italia ha necessità di una svolta profonda. Bisogna prendere atto che molte delle previsioni del governo (oltre l’1 per cento di sviluppo nel 2015 e l’1,5 nel 2016) sono sballate. Che le defiscalizzazioni approvate, dagli ottanta euro all’Imu a parte dell’Irap, a quella per i nuovi assunti, non sono state sufficienti e che neppure il Jobs act e la riforma delle pensioni hanno inciso su un rapporto debito-pil che non è mai stato così alto ed è tuttora superiore al 133 per cento. Questo non per il deficit che non cresce, ma per il Pil che è fermo. Prendiamo da Alesina e Giavazzi le indicazioni utili per l’impresa privata, ma insistiamo perché al suo sviluppo concorra anche un forte aumento degli investimenti pubblici. Senza paura di essere definiti tardo keynesiani. All’aumento del Pil italiano, a un suo migliore orientamento verso settori delicati e decisivi come l’ambiente, l’edilizia, l’urbanistica, la sicurezza, per non parlare dei serivizi, lo Stato deve dare il suo contributo. Di orientamento e di sostentamento. Oggi più che mai. E per dirla col magico duo della canzone “Non sarà un’avventura”….

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Commenti all'articolo
  1. Il leggere che “la mancata crescita italiana dipende dalla particolare struttura delle nostre imprese, troppo piccole e meno produttive di quelle…” mi riporta alla mente concetti apparentemente opposti, che abbiano ascoltato più di una volta nel passato, sempreché la memoria non mi tradisca, e secondo i quali la dimensione delle nostre imprese rappresentava una sorta di “unicum”, ossia una peculiarità nostrana, che ci avrebbe dato man forte nel reggere alla crisi in atto, e aiutato altresì la nostra economia nella sfida col “mercato globale”.

    Non a caso sentivamo ripeterci che “piccolo è bello”, e pure io sono rimasto legato a quel “paradigma”, forsanche pensando alla nostalgia che sento oggigiorno esprimere da non poche persone riguardo ai cosiddetti “esercizi di vicinato”, giusto per fare un parallelo, pur dovendosi necessariamente tener conto dei nuovi e diversi fattori sopraggiunti in questi decenni, ma al di là della varie e diverse considerazioni che possono farsi in materia, mi sono fatto anch’io l’idea che le nostre imprese siano gravate, e penalizzate, da un elevato livello di tassazione, cui va ad aggiungersi il “peso” rappresentato dai costi dei servizi..

    Paolo B. 30.08.2016

  2. Caro Mauro, come si sa un tempo e fino a poco fa, si stimolava l’edilizia abitativa, prevedendo che anche in caso di coniugi, ove vi fosse residenza diversa ciascuno avesse diritto alla propria abitazione come “prima casa”. Questo ha consentito notevoli investimenti, ed occupazione produttiva, garantendo che ciascuno potesse usufuire di casa propria.
    Invece la legge di stabilità ha appunto stabilito che in caso di coniugi (ma anche figli a questo punto) con residenza diversa, fosse stabilito che una sola dovesse essere l’abitazione principale, mentre l’eventuale altra posseduta dall’altro coniuge fosse sussidiaria.
    Tu sai come me quanti cittadini usufruirono della normativa per avere “casa propria” e quanto ne abbia beneficiato l’economia italiana.
    Questa norma invece, tesa solo a fare cassa, va a stroncare questa possibilità per cui difficilmente avremo persone che investiranno a causa di ciò nel settore edilizio.
    Oltrettutto tale normativa attacca anche l’individualità del patrimonio di una persona, divenendo molto probabilmente incostituzionale.
    Credo che se si desidera stimolare l’economia tale norma della legge di stabilità vada assolutamente tolta, come del resto molte altre che limitano fortemente la volontà di investire e, come sai senza investimenti (o consumi) difficilmente l’economia potrà ripartire.

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