lunedì, 5 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Apple, Volkswagen e Ttip:
la tripla morale Usa
Pubblicato il 31-08-2016


Questa storia della Apple a cui la commissaria europea alla concorrenza, la danese Margrethe Vestager, ha chiesto tredici miliardi di tasse evase (è l’unica definizione possibile visto che su un milione di utili pagavano cinquanta euro) obbliga a qualche riflessione tanto sugli Stati Uniti quando sulla deificazione di certi fenomeni industrial-commerciali. Steve Jobs, cofondatore della multinazionale della mela, ad esempio, è stato trasformato in un eroe dei nostri tempi, una via di mezzo tra Leonardo da Vinci e un semidio. Gli americani, si sa, in questo sono bravi. Scrivono libri (uno, firmato dall’ex vice-presidente della Apple addetto alle risorse umane, Jay Elliot, porta un titolo che alla luce di quanto accaduto in queste ore può essere passibile di nuove e più maliziose interpretazioni: “L’uomo che ha inventato il futuro”). Mettono in campo la loro potenza hollywoodiana (tre film con il riferimento diretto a lui: Steve Jobs, Jobs, iSteve; un docufilm dal titolo “Steve Jobs: the man in the machine”; una pellicola sull’epopea di quella creativa generazione acquartierata dalle parti di San Francisco: “I pirati di Silicon Valley”). Adesso hanno deciso di scendere in campo anche con la loro forza politica in difesa della società guidata da Tim Cook.

L’iniziativa della Vesteger manda in frantumi anche quel che era rimasto del Mito-Jobs (poco, soprattutto per chi non si è mai arreso a certe superficiali e infondate fascinazioni). Non era il Leonardo da Vinci del terzo millennio ma solo un abile uomo di marketing, dotato di un intuito straordinario nell’immaginare prodotti capaci di mettere insieme invenzioni realizzate da altri (gran parte delle quali figlie della ricerca a fini militari, a cominciare da internet); a dare l’impressione di puntare molto sull’innovazione e la ricerca (in realtà nella classifica delle aziende che maggiormente investono in questo campo Apple non è mai risultata ai primissimi posti: molto di più spende Microsoft); a intuire che un prodotto può migliorare la sua qualità (soprattutto nell’impatto sui gusti del pubblico) attraverso la gradevolezza estetica, l’una e l’altra, poi, esaltate dai festival affabulatori del Grande Comunicatore in maglioncino scuro e immerso in una tanto misteriosa quanto sapiente oscurità. Non è un caso che il primo prodotto del dopo-Jobs, cioè l’Apple Watch non sia stato propriamente baciato da un travolgente successo (secondo il Financial Times nel secondo trimestre di quest’anno l’oggetto ha subito un crollo delle vendite pari al 55 per cento).

Attraverso l’abile marketing anche l’azienda (oltre al suo cofondatore) ha assunto caratteri “diversi”, più nobili: a Cupertino ci si sforzava di rendere il mondo un posto migliore non di distribuire utili più corposi ai soci (a cominciare da Jobs). Insomma, lì non era stata nata una Multinazionale industrial-commerciale, ma era stato insediato un vero e proprio santuario dedito al benessere dell’umanità con tanto di santone. Poco importava agli adoratori del Mito che ben poco di quel che maneggiavano era prodotto negli Stati Uniti; che l’azienda prosperava utilizzando esattamente gli stessi sistemi di tutte le altre aziende e cioè la delocalizzazione (che significa dumping sociale, sfruttamento dei lavoratori, abbassamento della soglia dei diritti) e i benefici fiscali garantiti da “paradisi” più o meno ufficiali, più o meno camuffati. L’uomo che ha inventato il futuro in realtà si preoccupava poco delle condizioni di vita presente dei lavoratori di Foxcon così come delle paghe troppo basse (come denuncia China Labour Watch) che vengono distribuite nei capannoni della Pegatron Corp di Shanghai, talmente basse, secondo la Ong, da obbligare operaie e operai a fare una montagna di ore di straordinario per arrivare a fine mese (l’azienda, ovviamente, contesta ma per lanciare un messaggio di trasparenza solo lo scorso aprile sono state aperte le porte della fabbrica a un fotografo e a un giornalista di Bloomberg per una visita, ovviamente, molto guidata).

Ora la Apple fa capire che questa richiesta europea potrebbe avere delle conseguenze sull’occupazione. Si potrebbe commentare: e ti pareva. E gli irlandesi che questa “evasione” hanno favorito dopo essere stati all’interno di una comunità creando accordi fiscali concorrenziali ai danni degli altri paesi membri, paradossalmente fanno ricorso contro la Vestager: cioè non solo hanno fatto uno sconto clamoroso sulle tasse prima a Jobs e poi a Cook, ma non vogliono nemmeno incassare quello che l’Unione Europea pretende. Se la reazione dell’azienda è comprensibile, meno accettabile è quella del governo americano. Anche qui siamo nel pieno del paradosso: il paese che ha messo in galera Al Capone contestandogli reati fiscali adesso non accetta che siano altri a contestare a una azienda americana l’illegittimità dei benefici ottenuti nel medesimo campo. Poi, però, da mesi negli Stati Uniti di discute e si contratta con la Volkswagen un risarcimento per la storia del dieselgate in questo secondo caso, però, dagli Usa non sembrano filtrare le medesime “preoccupazioni” sui posti di lavoro che invece vengono sollevate adesso (non sotto forma di preoccupazioni ma di conseguenze negative e inevitabili).

Il tutto, poi, mentre non si sa bene se sia o meno saltata la trattativa sul famoso accordo commerciale transoceanico, il Ttip che in molti (e anche giustamente) da questa parte dell’Atlantico contestano perché troppo favorevole agli interessi delle grandi multinazionali Usa (cioè i “fratelloni” di Apple) e molto meno nei confronti dei piccoli produttori europei (italiani compresi) che molto spesso sono i veri campioni della “qualità”. Di solito le alleanze e gli accordi sono fra pari. Ma gli Usa attraverso questo caso Apple dimostrano di sentirsi un po’ più pari degli altri. I richiami statunitensi all’equità fiscale “globale” appaiono fuori luogo perché in questo caso l’unica iniquità è rappresentata dal fatto che alcuni paesi dell’Unione (non solo l’Irlanda) hanno fatto (e fanno ancora) concorrenza agli altri paesi membri “giocando” sulle tasse, una concorrenza evidentemente sleale. Ma se queste sono le posizioni americane, allora le perplessità circa l’opportunità del famoso trattato aumentano e il dubbio che tutto venga organizzato per favorire i “grandi” di oltre-atlantico e per sfavorire i “piccoli” di questa parte dell’Atlantico, diventa ancora più fondato.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Nella UE non dovrebbero essere possibili certe operazioni di dumping fiscale. Se non si è nemmeno riusciti almeno ad attenuare questa anomalia, è difficile sperare nel futuro dell’Europa. Se poi pensiamo che il presidente della Commissione era il presidente del Lussemburgo…

Lascia un commento