venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Europa federale, manifesto per evitare la catastrofe
Pubblicato il 23-08-2016


europa-giovaniKarl Heinz Roth e Zissis Papadimitriou, esponente dell’operaismo tedesco il primo, sociologo greco il secondo, hanno scritto un “Manifesto per un’Europa egualitaria. Come evitare la catastrofe”. In esso si analizzano le cause della crisi che attanaglia da tempo l’economia e la società a livello europeo e mondiale; a parere degli autori, all’interno dei singoli sistemi sociali, sono maturate condizioni tali da costituire la premessa per un’estesa resistenza sociale.
Il “Manifesto” si colloca nella prospettiva di questa possibile resistenza ai programmi di austerità, coi quali sinora le classi politiche dei Paesi europei hanno inteso superare la crisi per rilanciare la crescita e lo sviluppo. Dopo aver esposto le cause che hanno portato alla situazione attuale, gli autori passano ad analizzare le possibili azioni alternative a quelle sinora privilegiate per il superamento della crisi, sviluppando al contempo le linee di “un programma concreto che connetta la resistenza sociale locale ad un’Europa federale ed egualitaria”.
L’origine della crisi va collocata, a parere degli autori del “Manifesto”, negli anni Settanta, durante i quali si sono verificati a livello globale profondi mutamenti sul piano economico, finanziario e politico; tra il 1971 e il 1973, gli USA, potenza dominante a livello mondiale, hanno sospeso la convertibilità del dollaro in oro, con conseguente liberalizzazione dei tassi di cambio. Con il nuovo quadro economico-finanziario, è iniziato un periodo in cui il capitalismo internazionale si è ristrutturato, passando da un’organizzazione centralizzata ad una decentrata, fondata sulla terziarizzazione produttiva attraverso la realizzazione di reti di imprese sparse per il mondo in funzione del costo del lavoro.
A fronte dell’emersione dei nuovi scenari, anche la periferia dell’economia mondiale si è riorganizzata, dando origine, per quanto concerne l’Europa comunitaria, a drastici squilibri economico-finanziari. Nel 1972, infatti, dentro la CEE, al fine di contrastare gli esiti negativi del crollo del sistema di Bretton Woods, è stato creato il cosiddetto “serpente monetario”, per il contenimento dei tassi di cambio, nei rapporti valutari tra i Paesi CEE, entro una banda di oscillazione del 2,5% verso l’alto e verso il basso, mentre le valute comunitarie potevano oscillare liberamente nei confronti del dollaro americano.
Il “serpente”, tuttavia, non è stato in grado di contrastare il crollo della competitività per gran parte dei Paesi dell’area comunitaria; tali Paesi hanno tentato di compensare il crollo attraverso un maggior dinamismo dell’economia interna, conseguito attraverso svalutazioni monetarie, il cui esito è stato la contrazione dei salari, la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, la riduzione dei servizi sociali e l’aumento dell’imposizione fiscale per la stabilizzazione dei conti pubblici. Il “serpente”, tuttavia, non ha retto alle aspettative, in quanto dopo alcuni anni è uscito, come si diceva allora, dal tunnel della banda di oscillazione, riattivando l’instabilità delle monete. Per contrastare la conseguente inflazione, dietro impulso della Francia e della Germania, è stato istituito il Sistema Monetario Europeo; questo, anziché garantire una stabilità valutaria consona al rilancio della crescita economica dell’intera area comunitaria, ha costituito il presupposto per l’affermazione dell’egemonia dell’economia tedesca sull’intera area europea.
Per tutelare l’ulteriore espansione della Comunità dalla supremazia del marco, il Sistema Monetario Europeo è stato sostituito dall’Unione Monetaria Europea, sancita con il Trattato di Maastricht nel 1993, che porterà all’adozione dell’euro come moneta unica e al cambiamento del nome della Comunità Europea in Unione Europea. L’introduzione della moneta unica e la creazione di una Banca Centrale Europea avrebbero dovuto supportare una maggiore stabilità monetaria, per accelerare il processo di integrazione sul piano politico ed economico dei Paesi dell’intera Unione. Il governo tedesco, a parere degli autori del “Manifesto”, per non compromettere l’unificazione delle due Germanie, seguita al crollo del “Muro”, aveva aderito, sia pure con qualche resistenza interna, alle istanze dell’Unione Monetaria.
Subito dopo l’unificazione, però, le élite tedesche dominanti si sono dedicate a espandere e a sfruttare la posizione di vantaggio consentita dalle modalità con cui era stata introdotta la moneta unica; così, ha avuto inizio un “boom” economico sorretto dall’adesione all’UE di molti Paesi dell’Est europeo, supponendo che potesse favorire la rimozione degli squilibri esistenti tra tutti i Paesi europei. Nel corso del 2007, la Grande Recessione ha portato ad una fine improvvisa del “boom” e alla nascita dei programmi di austerità.
Attraverso questi programmi, i poteri decisionali europei hanno perseguito due scopi: da un lato, hanno inteso impedire che la copertura della spesa pubblica sostenuta per salvaguardare la struttura finanziaria esistente, entrata in crisi con la fine del “boom”, venisse “coperta” attraverso una riduzione dei debiti dello Stato nei confronti delle banche finanziatrici; dall’altro lato, hanno perseguito il fine di ridurre i costi del lavoro dei Paesi maggiormente indebitati. In questo modo, tutti gli Stati più esposti agli effetti della crisi sono stati sottoposti alle pressioni dirette e indirette delle massime istituzioni economico-finanziarie europee e mondiali (Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario internazionale), perché adottassero programmi di austerità sempre più severi, coi quali sono state ridimensionate le reti di sicurezza sociale e il sistema dei servizi sociali all’interno degli Stati che risultavano più esposti agli esiti della recessione. In questo modo, secondo gli autori del “Manifesto”, l’Europa è divenuta l’epicentro della stagnazione globale, trasformandosi in uno egli ostacoli maggiori al processo di ripresa dell’economia mondiale.
Dopo l’analisi retrospettiva della dinamica capitalistica dell’Europa, Roth e Papadimitriou si sono chiesti quali siano stati i protagonisti che concretamente hanno contribuito a creare l’Europa attuale che, oltre a subire le conseguenze di una crisi tale da ridimensionare il sistema di protezione sociale keynesiano, costruito dopo il secondo conflitto mondiale, si trova ora impotente ad affrontare il fenomeno dei migranti; fenomeno che ha assunto dimensioni mai verificatesi in età moderna. Gli autori del “Manifesto”, nell’individuare i responsabili dello stato in cui versa l’Europa, hanno puntato il dito, in particolare, contro i partiti socialdemocratici europei. La tesi non è peregrina, ma la “ricetta” che viene proposta per rimediare alla crisi politica ed economica risulta utopistica, al pari di tutte quelle che negli ultimi sono state basate sul ruolo positivo dell’opposizione movimentista.
A parere di Roth e Papadimitriou, gli anni Settanta hanno segnato per i partiti socialdemocratici una nuova stagione, nel senso che, di fronte alla messa in discussione dal processo di internazionalizzazione delle economie nazionali del sistema di sicurezza sociale keynesiano, fondato su meccanismi regolativi statali, quei partiti “hanno abbandonato le prospettive socialiste di riforma”, arroccandosi dietro posizioni unicamente a favore della sola conservazione del welfarismo, nell’illusione di poter continuare a correggere gli esiti indesiderati dell’economia di mercato; è accaduto così che i partiti socialisti, dapprima, a seguito dell’indebolimento del ruolo e della funzione dello Stato nazionale, si siano adattati al “radicalismo di mercato” e, successivamente, col sopraggiungere della crisi, siano passati dai progetti welfaristici inefficaci alle politiche di austerità, fondate sul taglio delle spesa pubblica e sulla “distruzione” con le privatizzazioni, dell’economia pubblica.

Con la metamorfosi dei partiti socialdemocratici e degli altri partiti orientati a sinistra e con l’affievolimento del ruolo dello Stato nazionale, la democrazia rappresentativa ha perso gran parte della propria base di legittimazione; in questo modo, insieme ai diritti sociali, sono stati limitati anche i diritti civili e politici. Ma il declino di una rappresentanza politica che aspiri a salvaguardare i diritti di tutti, non può sopravvivere – secondo Roth e Papadimitriou – se gli unici interessi soddisfatti sono “quelli dei ceti medio-alti, delle élite di funzionari e dei detentori del capitale”: è questa una contraddizione che non può essere conservata a lungo, il cui esito possibile, secondo gli autori del “Manifesto”, va solo in due direzioni: dittatura o evoluzione del sistema parlamentare verso una democrazia diretta”. Ma come evitare la dittatura e dare corpo all’illusione della democrazia diretta?

I nuovi soggetti sociali che possono perseguire l’obiettivo di superare il capitalismo ultraliberista in condizioni di libertà, attraverso l’autogestione della loro vita, sono tutti coloro che possono concorrere alla formazione di una nuova configurazione di classe: innanzitutto, i lavoratori dipendenti confluiti in un nuovo e sfaccettato conglomerato di forze lavorative, nato dopo la dissoluzione della vecchia classe dei lavoratori salariati; in secondo luogo, tutti i soggetti che concorrono alla formazione della “nuova povertà di massa”; in terzo luogo, “tutti i lavoratori del sapere precari”, quali insegnanti, giornalisti, ecc.; infine, tutti i componenti il più “ampio spettro” del gruppo dei lavoratori precari. L’insieme di questi soggetti dovrebbe costituire il “blocco sociale”, avente l’obiettivo di organizzare ed esercitare la resistenza, per l’abolizione delle politiche di austerità e per una prima azione di contenimento dei processi di impoverimento.
Sia l’abolizione dell’austerità che il contenimento dell’impoverimento dovrebbero costituire il presupposto per l’attuazione di un programma di autogoverno, che dovrebbe principalmente consistere nella ridefinizione delle condizioni, dei tempi e delle retribuzioni della forza lavoro, nella redistribuzione della ricchezza, nell’appropriazione dei beni pubblici, nella liquidazione del Trattato di Schengen. Il programma dovrebbe essere orientato a favorire la democratizzazione del processo di unificazione dell’Europa, con la realizzazione di un quadro istituzionale di tipo federale, all’interno del quale dissolvere tutti gli Stati membri attraverso politiche solidaristiche volte a rimuovere tutti gli squilibri economici e sociali esistenti tra essi.

Per quanto coinvolgente e persuasiva possa essere, l’autogestione proposta da Roth e Papadimitriou, al pari delle altre, formulate nei momenti peggiori della crisi vissuta in questi ultimi anni da molti Paesi dell’Unione Europea, deve essere realisticamente considerata utopistica. Essa, contrariamente a quanto sostengono i suoi propositori, non si risolve, come di solito si sostiene, in una rimozione delle contraddizioni più visibili del modello sociale ed economico capitalistico; né si risolve nel cessare di chiedere alle istituzioni azioni adeguate per fare emergere un'”altra società”, sottratta al monopolio dello Stato e del sistema dei partiti.
Pensare che un’aggregazione spontanea di individui, senza una leadership collettiva in grado di indirizzarne l’impegno politico verso il conseguimento di un dato obiettivo, quale che esso sia (una gestione ordinaria della società capitalistica o il suo superamento), e senza disporre di un’organizzazione che funga da supporto delle azioni necessarie, significa essere vittime di una “pia illusione”, il cui sbocco può essere solo il caos e il peggioramento della situazione che con l’autogestione spontanea si vorrebbe migliorare.

Gianfranco Sabattini

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