mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il malaffare tra politica
e banche
Pubblicato il 13-08-2016


banche

Colpisce, con la sua nitida prosa, l’articolo, anche dal titolo icastico, apparso sulle colonne del Corriere della Sera del 7 agosto 2016, scritto da Ernesto Galli della Loggia: Quei Notabili locali tra soldi e potere”.

La riflessione diventa stimolante soprattutto quando  Della Loggia ci ricorda che la storia del nostro paese è irretita nella morsa tra politica ed affari, suggellata in una scansione di avvenimenti che si ripetono con una impressionante cadenza, a cicli ripetitivi, nei quali primeggia una squallida gestione del potere, divorante e famelica: necessariamente le mani tentacolari vanno messe dove ci sono soldi, per rimpinguare un sistemabecero,dalla cuspide della piramide alla sua base inveterata di sottobosco, endemicamente malata.

Ebbene  egli afferma che “viene da pensare al film della  storia unitaria, al film degli ultimi 150 anni, che ormai sempre più spesso sembra riavvolgersi al contrario”.

E’ proprio così: il potere deve sorreggersi ed alimentarsi, tra l’altro, attraverso l’occupazione delle banche, chiamate a concedere fidi e prestiti  ad accoliti ed adepti che non apporteranno garanzie: liberamente possono usufruire di ragguardevoli somme che non restituiranno giammai.

La crisi recente che ha coinvolto Banca dell’Etruria, Carichieti, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Bancasino ad avvinghiare il Monte dei Paschi di Siena, rimanda alla mente gli scandali che hanno caratterizzato la storia del sistema creditizio italiano.

Il dispositivo è sempre  lo stesso, la cifra è uguale. Si è infatti scoperto che politici benemeriti, che hanno nominato discrezionalmente ed arbitrariamente  amministratori in banche, hanno poi beneficiato di prestiti facili.

Chi non ricorda Bernardo Tanlongo, personaggio pittoresco che stava per essere insignito anche dellaticlavio di senatore del Regno, grazie al Presidente del Consiglio dell’epoca, Giovanni Giolitti.

Il Tanlongo fu governatore della Banca dello Stato Pontificio, con sede in via Della Pigna a Roma, divenuta poi, dopo la breccia di Porta Pia, nel 1870, Banca Romana. Egli era amico di tutti potenti dell’epoca: Sella,RattazziDepretisMinghetti, ma soprattutto di Francesco Crispi e Giovanni Giolitti. 

La Banca di Italia è nata propria a seguito dello scandalo famigerato che coinvolse nel 1893 una delle più grandi Banche del paese: la Banca Romana.

Già nel 1889 un’inchiesta sul tal istituto di credito( avviata nell’aprile dal senatore Alvisi e da due funzionari Biagini del Tesoro e Manzilli dell’Agricoltura) aveva accertato gravi irregolarità e in particolare un ammanco di cassa di oltre 9 milioni di lire, coperto con emissione abusiva di biglietti.

Tanlongo, come scrive Silvio Bertoldi (Corriere della Sera- Terza Pagina 26 aprile 1993) per colmare l’ammanco tra l’altro si fa prestare, in un gioco di bussolotti, dalla Banca Nazionale 10 milioni per 24 ore,copre il buco e restituisce la somma. Egli crede di aver appianato lo scandalo, sta di fatto che la circolazione della moneta è pari a 25 milioni lire, per effetto delle transazioni avvenute.

Nonostante la gravità dei fatti( anche corroborata dalla circolazione di biglietti falsi) l’inchiesta venne insabbiata da tre successivi governi, presieduti rispettivamente da Giolitti, Di Rudinì e Crispi.

Ritornò clamorosamente alla luce il 20 dicembre del 1892, in un appassionato intervento tenuto in Parlamento da Napoleone Colajanni, che aveva ricevuto l’incarto dell’inchiesta dall’economista Maffeo Pantaleoni, che mestamente scrisse : lo scandalo era la luce spia, il segno di una crisi morale immensa, di un’autentica bancarotta morale.

Tanlongo che era stato il finanziatore di Re( Umberto I e Vittorio Emanuele II), ministri, presidenti del Consiglio(Crispi e Giolitti) Papi e cardinali, era noto a tutti, tanto che  il suo nome  fu ribattezzato con unanagramma: Gran Ladro Ben Noto e comunemente apostrofato in romanesco: sor Berna’.

E’ stato ricordato in un libro scritto da Sergio Turone “Corrotti e corruttori dall’Unità di Italia alla P2”,come l’antesignano di altri banchieri che comunque hanno sporcato il destino e la storia di Italia: Michele Sindona e Roberto Calvi.

Che le Banche siano state al servizio del potere lo possiamo desumere da altri scandali: ricordiamo quello dell’Italcasseche è costato 12 anni di processo concluso in Cassazione senza colpevolezza dei fratelli Caltagirone. Così scrive La Repubblica del tempo: Una storia complicata e incandescente che scoppia nel 1977 quando si scopre che l’ Italcasse ha concesso ai palazzinari (definizione che i Caltagirone hanno sempre puntigliosamente respinto) finanziamenti per 209 miliardi di lire. Una somma enorme a quei tempi, accordata, secondo le accuse, senza le necessarie garanzie. Una normale operazione finanziaria garantita da centinaia di fabbricati, a detta della difesa. Ma è subito scandalo. I fratelli, lo si capisce immediatamente, non godono di buona stampa. Sfarzo, roulette, poker, feste milionarie. Buone entrature nella magistratura. E soprattutto solidi collegamenti politici. I Caltagirone sono amici di Giulio Andreotti e di un buon numero di democristiani importanti. Anche l’ Italcasse del pio Arcaini è piuttosto vulnerabile: le rivelazioni e le indagini del governatore della Banca d’ Italia Paolo Baffi confermano che si tratta di una specie di forziere a disposizione dei partiti. Documenti e analisi compiute dall’ allora vicedirettore generale e responsabile delegato della vigilanza di via Nazionale, Mario Sarcinelli danno man forte alla Procura: i soldi dell‘ Italcasse non figurano nei bilanci delle società beneficiate. Gli ingredienti dello scandalo sembrano esserci tutti.(La Repubblica 2.2.1989- Elena Polidori).

Allo stesso modo la storia di Italia vede nell’intreccio, tra politica  affari e banche colluse,  due personaggi dei quali, grazie a magistrati coraggiosi come Gherardo Colombo e Giuliano Turone, si sa tutto: Michele Sindona e Roberto Calvi.

Massimo Teodori in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore nella pagina del Domenicale il 26 luglio del 2009 scrive: La vicenda del banchiere definito da Andreotti «il salvatore della lira» non avrebbe oggi alcun interesse se non fosse stata intrecciata con alcuni nodi della storia della Repubblica che fanno ancora sentire i loro effetti. Fu proprio Sindona, divenuto nel 1969 l’uomo di fiducia di Paolo VI per gli affari finanziari, ad architettare il sistema che trasformò l’Istituto per le opere di religione (Ior) di Paul Marcinkus, in un efficace canale di lavanderia per la finanza nera. È accertato che Sindona fu il principale banchiere di Cosa Nostra, a cui era affidato il riciclaggio dei tesori delle famiglie mafiose italoamericane; ed è proprio in virtù della stretta collaborazione di Marcinkus con Sindona che i capitali mafiosi passarono anche attraverso lo Ior, dove si mescolavano con quelli destinati alle opere di bene e con altri provenienti dal sottobosco politico-affaristico nazionale e internazionale.

Ma i giochi finanziari sindoniani pesarono anche sulla politica italiana, innanzitutto con il finanziamento alla Dc di Andreotti e Fanfani i quali, non per nulla, si adoperarono per il salvataggio del bancarottiere dopo la caduta di là e di qua dell’Atlantico. L’intreccio tra finanza nera e politica italiana continuò tuttavia anche dopo la caduta attraverso il successore di Sindona, Roberto Calvi che applicò di concerto con lo Iorle stesse tecniche nei paradisi offshore fino al fallimento del Banco Ambrosiano e alla sua stessa morte. La regia di quelle manovre politico-finanziarie-criminali a un certo punto passò nelle mani del capo della P2 Licio Gelli, che tirò i fili di alcuni importanti capitoli della travagliata storia d’Italia: il tentativo di salvare Sindona, il patronage del sistema finanziario Sindona-Calvi-Ior, l’occupazione della maggiore stampa italiana, il condizionamento tramite Calvi e le tangenti dei partiti italiani, e le maxitangenti dei primi anni Ottanta. Infine, però, fu proprio grazie all’inchiesta sul finto rapimento di Sindona dell’estate 1979 condotta con rigore dai giudici istruttori milanesi, Colombo e Turone, che fu smantellata la P2, con il disvelamento di quelle armi cartacee che ne avevano fatto la più agguerrita agenzia italiana del ricatto.

Quello che vide protagonisti Sindona, Calvi, Marcinkus e Gelli è stato un importante capitolo della vicenda della nostra Repubblica negli ultimi tre decenni del secolo scorso. Una storia, tuttavia, che deve essere ricondotta alle peculiarità dell’Italia contemporanea(L’ultima beffa di Sindona– Massimo Teodori).

Sindona fu processato e condannato per bancarotta fraudolenta sia negli Stati Uniti sia in Italia e successivamente fu anche condannato all’ergastolo, come mandante dell’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della sua Banca Privata Italiana.

Quando bevve il caffè avvelenato era l’unico ospite di un’ala super-sorvegliata del carcere di Voghera.

La storia della Banca dei preti, come era definita il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, termina con la dichiarazione di insolvenza il 25 agosto del 1982.Il buco, accertato dagli organi dell’amministrazione straordinaria il 6 agosto 1982, risultò intorno a 1200 miliardi di lire dell’epoca.

Speculare alla vicenda di Sindona e di Calvi in quegli anni fu l’arresto di Mario Sarcinelli direttore di Banca di Italia(24.03.1979) e le dimissioni di Paolo Baffi, Governatore, ingiustamente accusati( favoreggiamento nella vicenda Imi Sir) dal giudice Antonio Alibrandi, come “punizione” per aver intralciato gli oscuri traffici delle banche di entrambi.

E’ ben noto che furono assolti e reputati uomini di rigore morale indiscusso, proprio dal Presidente della Repubblica e già governatore della Banca di Italia  Carlo Azeglio Ciampi.

In una lettera inedita così scrisse Paolo Baffi: Se penso agli interventi di certa stampa, a come furono trattati alcuni degli economisti, alle ore di berlina degli imputati nei corridoi del Palazzaccio, alle vere trappole che ci sono state tese, alle modalità con cui furono condotte le incursioni nel mio istituto, ai commenti a carico mio e di altri più in alto da cui furono accompagnate, non posso evitare la conclusione che, dei poteri conferiti e della libertà degli ordinamenti repubblicani ,qualcuno ha fatto un uso eccessivo e ordinato a fini abietti”(Il Sole 24 ore 6.11.2010).

Baffi e Sarcinelli vennero scagionati nel 1981 per l’assoluta insussistenza delle accuse. E’ significativo ricordare che al momento di lasciare la Magistratura, dopo 42 anni di carriera, il Sostituto Procuratore dellaCassazione, Cesare d’Anna scrisse: “Mi sia permesso di chiudere la mia carriera con un atto di umiltà: a nome di quella giustizia italiana che non ho mai tradita, intendo chiedere solennemente perdono ai professori Baffi e Sarcinelli ed a tutte le eventuali vittime di un distorto, iniquo esercizio del potere giudiziario”.

Prima del suo assassinio Giorgio Ambrosoli il 25.02. 1975( data in cui fu depositato lo stato passivo della Banca Privata Italia di Sindona) scrisse una lettera alla moglie Anna, nella quale concedeva già il suo testamento morale, cosciente della sua morte futura. Non ho timori per me… È indubbio che, in ogni caso, pagherò a caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto, perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese…. A quarant’anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito.  Con l’incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell’interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici, perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti… I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie.  Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo.  Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto […] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell’altro […] Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi”.

Mi scusi, signor Ambrosoli“: sono queste le parole – decisamente inusuali visto il contesto – utilizzate dal killer italoamericano William Aricò, un attimo prima di scaricare la sua 357 magnum all’indirizzo di Giorgio Ambrosoli. Era l’11 luglio del 1979, così venne assassinato, su commissione di Michele Sindona, l’eroe borghese, come lo battezzò in famoso libro Corrado Stajano.

Ha ragione Della Loggia : A questo Stato è venuta meno l’arma della politica, e insieme quella sua preziosa appendice democratica rappresentata dai partiti, che in passato si è rivelata decisiva per imporre la propria volontà alle periferie. Per tenerle insieme, per legarle a un progetto capace di guardare lontano, oltre i loro confini e i loro interessi immediati. Oltre i consigli d’amministrazione bancarottieri e gli arricchimenti personali”.

Biagio Riccio e Angelo Santoro

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